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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Elayne attese pazientemente. Nynaeve aveva un sorriso stupido, le labbra dischiuse, trepidanti, sembrava particolarmente sciocca nel modo in cui stringeva le treccine.

«Siete troppo forti per essere sprecate, in futuro potreste essere utili. Mi piacerebbe vedere gli occhi di Rahvin il giorno in cui ti incontra non bloccata» si rivolse a Nynaeve. «Metterei fine a questa vostra caccia, se potessi. È un peccato che la coercizione sia così limitata. Eppure, con il poco che avete imparato, siete troppo indietro per recuperare adesso. Immagino che dovrò prendevi in un secondo tempo e provvedere al vostro... nuovo addestramento.» Si alzò e di colpo tutto il corpo di Elayne pizzicò. Il cervello sembrò rabbrividire. Non era consapevole di altro se non della voce della donna che le ruggiva nelle orecchie come se giungesse da una grande distanza. «Raccoglierete le vostre cose dal tavolo e quando le avrete rimesse a posto, non vi ricorderete nulla di quanto è accaduto qui se non che ero venuta pensando che foste amiche di vecchia data che conoscevo in campagna. Mi ero sbagliata, ci siamo bevute una tazza di tè e me ne sono andata.»

Elayne batté le palpebre e si chiese perché stesse legando la borsa vicino al sacchetto appeso alla cintura. Nynaeve scrutava le proprie mani facendo la stessa cosa.

«Una donna graziosa» osservò Elayne strofinandosi la fronte. Le stava venendo il mal di testa. «Ci ha detto come si chiamava? Non mi ricordo.»

«Graziosa?» Nynaeve sollevò la mano e tirò forte le treccine, fissandole come se si fossero mosse per conto loro. «Io... non credo che lo fosse.»

«Di cosa stavamo parlando quando è entrata?» Egeanin era appena andata via. Cos’era?

«Mi ricordo cosa stavo per dire.» La voce di Nynaeve era più ferma. «Dobbiamo trovare le Sorelle Nere senza che queste sospettino nulla, o non avremo mai la possibilità di seguirle verso quest’oggetto pericoloso per Rand, di qualunque cosa si tratti.»

«Lo so» rispose pazientemente Elayne. Lo aveva già detto? Certo che no. «Ne abbiamo parlato.»

Egeanin si fermò alle porte arcuate che conducevano fuori dalla locanda dentro un piccolo cortile, studiando gli uomini dal viso duro che oziavano, scalzi e spesso a torso nudo, fra le persone indolenti da quel lato della stretta strada. Avevano l’aspetto di gente che sapeva usare la spada dalla lama ricurva che pendeva dalle loro cinture o era infilata dietro le fusciacche, ma nessuno di quei volti le era familiare. Se qualcuno di loro era stato imbarcato con Bayle Domon quando lo prese e lo portò a Falme, non se li ricordava. E se così era, nessuno aveva collegato la donna con gli abiti da cavallo a quella in armatura che aveva catturato il suo veliero.

Di colpo si accorse che aveva i palmi delle mani umidi. Aes Sedai. Donne che potevano maneggiare il Potere, e nemmeno decentemente legate. Aveva seduto al tavolo con loro, parlato con loro. Non erano affatto ciò che si era aspettata, non riusciva a toglierselo dalla testa. Potevano incanalare, di conseguenza erano un pericolo per l’ordine, quindi doveva essere messo loro il collare — eppure... non erano affatto ciò che le era stato insegnato. Poteva essere imparato. Imparato! Purché riuscisse a evitare Bayle Domon — certamente l’avrebbe riconosciuta — sarebbe tornata senz’altro. Doveva scoprire di più. Adesso più che mai.

Desiderando avere un mantello con il cappuccio, afferrò saldamente il bastone e si avviò per la strada, facendosi largo tra la folla di passanti. Nessuno dei marinai la guardò due volte e lei li scrutò per esserne certa.

Non vide l’uomo biondo con gli sporchi abiti di Tanchico appoggiato alla parete frontale intonacata di bianco dell’enoteca all’altro Iato della strada. Aveva gli occhi azzurri sopra un velo sudicio e folti baffi mantenuti in posa dalla colla e la seguì prima di rientrare nel Cortile delle tre susine. Attraversò la strada, ignorando il modo disgustoso in cui la gente gli passava accanto. Egeanin lo aveva quasi visto quando si era distratto abbastanza da spezzare il braccio di quello stupido. Uno del Sangue, o come venivano conosciute quelle cose in questa terra, ridotto a elemosinare senza nemmeno avere abbastanza onore per tagliarsi le vene. Disgustoso. Forse poteva scoprire di più su cosa stava combinando, in questa locanda, una volta che si fossero accorti che aveva più denaro di quanto il suo abbigliamento suggerisse.

47

La verità di una visione

Per Siuan Sanche le carte sparpagliate sulla scrivania erano poco interessanti, ma insisteva a controllarle. Altre si occupavano dell’ordinaria amministrazione quotidiana della Torre Bianca, al fine di lasciare libera l’Amyrlin Seat per le decisioni importanti, ma era sua abitudine controllare a caso una o due carte quotidianamente senza preavviso e non l’avrebbe interrotta adesso. Non avrebbe permesso alle preoccupazioni di distrarla. Tutto procedeva secondo i piani prestabiliti. Sistemando la stola striata, intinse con attenzione la penna nell’inchiostro e fece un segno vicino a un altro totale corretto.

Quel giorno stava esaminando le liste degli acquisti per la cucina e il resoconto del muratore per un lavoro nella biblioteca. Il numero totale di gretti speculatori che pensavano di farla franca la sorprendeva sempre. Come anche il numero di quelli che sfuggivano all’attenzione delle donne che avrebbero dovuto controllarli. Per esempio, Laras sembrava pensare che la revisione dei conti non fosse di sua competenza, visto che il suo titolo era stato cambiato ufficialmente da semplice capocuoca a responsabile delle cucine. Dal canto suo Danelle, la giovane Sorella Marrone che in teoria doveva controllare mastro Jovarin, il muratore, molto probabilmente lasciava che i libri che il tizio continuava a procurarle la distraessero. Solo così poteva spiegarsi il fatto che non avesse fatto domande sul numero di aiutanti che Jovarin sosteneva di aver assunto, con il primo carico di pietre appena arrivate al molo nord da Kandor. Con tutti quegli uomini avrebbe potuto ricostruire l’intera biblioteca. Danelle sognava troppo, anche per una Marrone. Forse un po’ di tempo trascorso in una fattoria a scontare una punizione l’avrebbe svegliata. Imporre disciplina a Laras sarebbe stato più difficile. Non era un’Aes Sedai, per cui la sua autorità con aiutocuoche, sguattere e aiutanti poteva essere annientata facilmente. Ma forse anche lei poteva essere mandata a ‘riposare’ in campagna. Ciò avrebbe...

Sbuffando disgustata, Siuan abbassò la penna guardando la macchia che aveva fatto su una pagina di somme. «Sprecare il mio tempo a decidere se è il caso di mandare Laras a estirpare erbacce» borbottò. «La donna è troppo grassa per chinarsi fino a terra!»

Non era il peso di Laras che le aveva fatto perdere la pazienza e lo sapeva, la donna non era più pesante di quanto non fosse sempre stata, o sembrata, e non aveva mai interferito con la sua efficienza in cucina. Non c’erano notizie nuove. Questa era la ragione che la faceva scattare come un martin pescatore al quale avevano rubato la preda. Un messaggio da Moiraine che il ragazzo al’Thor aveva Callandor, quindi niente altro, anche se le voci per strada iniziavano già a pronunciare correttamente il suo nome. Nulla.

Sollevò il coperchio della scatola decorata di legno nero dove custodiva le carte più segrete, e vi frugò dentro. Una piccola tessitura di protezione attorno alla scatola assicurava che nessuna mano tranne la sua potesse aprirla con sicurezza.

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