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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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«Lo so» rispose secca Nynaeve. «Ed era la cosa giusta da fare. Ma qui non siamo al sicuro nel palazzo di tua madre, lontane da ogni orecchio indiscreto.» Il gesto che fece incluse la gente che le circondava. Fra il bastone di Egeanin e le loro doghe, la maggior parte lasciava loro libero il passo. «Le voci che potresti aver sentito in maggioranza non sono vere. Alcune lo sono. Non devi avere paura di noi, ma devi capire che ci sono cose di cui non abbiamo voglia di parlare in questo posto.»

«Paura di voi?» Egeanin sembrava sorpresa. «Non credevo di dovervi temere. Resterò in silenzio fino a quando vorrete parlare.» Mantenne la parola, camminarono in silenzio attraverso i mormorii della folla fino alla penisola e al Cortile delle tre susine. Tutto questo camminare aveva fatto venire mal di piedi a Elayne.

Nella sala comune erano seduti alcuni uomini e donne malgrado fosse presto, bevevano vino o birra. La donna con il dulcimero a martelletti era accompagnata da un uomo magro con un flauto che sembrava acuto quanto lui. Juilin era seduto a un tavolo vicino alla porta e fumava una pipa dal cannello corto. Non era ancora tornato dalla sua scorreria notturna quando le due ragazze erano uscite. Elayne fu contenta di vedere che per una volta non aveva nuovi lividi o tagli, ciò che chiamava il sottobosco di Tanchico sembrava anche più rozzo del volto che la città presentava al mondo. La sua concessione alla moda di Tanchico fu la sostituzione del cappello piatto di paglia con uno di quelli conici di feltro, che indossava indietro sulla testa.

«Le ho trovate» esordì, saltando dalla panca e togliendosi il cappello, prima di accorgersi che non erano sole. Rivolse a Egeanin uno sguardo sospettoso e un leggero inchino che la donna ricambiò con un lieve cenno del capo e uno sguardo altrettanto guardingo.

«Le hai trovate?» esclamò Nynaeve. «Ne sei sicuro? Parla, uomo. Hai ingoiato la lingua?» Proprio lei che avvisava di non parlare davanti agli estranei.

«Avrei dovuto dire che ho scoperto dove si nascondevano.» Non guardò Egeanin, ma scelse le parole con cautela. «La donna con la striatura bianca fra i capelli mi ha guidato a una casa dove abitava con altre donne, anche se poche uscivano. Quelli del posto pensavano che fossero delle ricche rifugiate dalla campagna. Adesso rimane poco se non qualche avanzo di cibo nella dispensa — anche i servitori sono spariti — ma fra una cosa e l’altra direi che se ne sono andate ieri o la scorsa notte sul presto. Dubito che abbiano paura di muoversi di notte per Tanchico.»

Nynaeve teneva una manciata di treccine nel pugno. «Sei entrato?» chiese atona. Elayne pensò che fosse prossima a usare la doga.

Anche Juilin sembrava dello stesso parere. Guardando il pezzo di legno rispose: «Sai molto bene che con loro non azzardo nulla. Una casa vuota si riconosce, emana una sensazione, non importa quanto sia grande. Non puoi dare la caccia ai ladri quanto ho fatto io senza imparare a vedere come loro.»

«E se avessi fatto scattare una trappola?» Nynaeve quasi sibilò quelle parole. «Il tuo gran talento per le ‘sensazioni’ si estende anche alle trappole?» Il volto scuro di Juilin divenne un po’ grigio, si umettò le labbra come per dare spiegazioni, ma Nynaeve lo interruppe. «Ne parleremo dopo, mastro Sandar.» Gli occhi di Nynaeve si mossero leggermente verso Egeanin, finalmente si era ricordata che altri erano presenti. «Di’ a Rendra che prenderemo il tè nella stanza dei fiori cadenti.»

«La camera dei fiori cadenti» la corresse Elayne e Nynaeve le lanciò un’occhiata. Le notizie di Juilin avevano messo la donna di cattivo umore.

L’uomo si inchinò profondamente allargando le braccia: «Ai tuoi ordini, comare al’Meara, obbedisco dal cuore» le rispose ironicamente, quindi si mise il cappello scuro e si allontanò a grandi passi, chiaramente indignato. Non doveva essere piacevole prendere ordini da qualcuna con cui una volta avevi provato ad amoreggiare.

«Sciocco uomo!» gridò Nynaeve. «Avremmo dovuto lasciarli entrambi sul molo a Tear.»

«È il tuo servitore?» chiese lentamente Egeanin.

«Sì» scattò Nynaeve, proprio mentre Elayne rispondeva: «No.»

Le due donne si scambiarono delle occhiate, Nynaeve era ancora cupa.

«Forse in qualche modo lo è» sospirò Elayne, proprio mentre Nynaeve borbottava: «Immagino che non lo sia.»

«Vedo» osservò Egeanin.

Rendra giunse subito fra i tavoli con un sorriso sulla bocca a forma di bocciolo di rosa dietro al velo. Elayne desiderava che non somigliasse così tanto a Liandrin. «Ah, siete così calme stamattina. I vostri abiti sono magnifici. Bellissimi.» Come se la donna dai capelli biondo miele non avesse avuto nulla a che fare con la scelta dei tessuti e dei tagli d’abito. Il suo abito era di un rosso così acceso che sarebbe andato bene a una Calderaia, e di sicuro non era adatto a essere mostrato in pubblico.

«Ma siete state nuovamente sciocche, vero? Ecco perché il buon Juilin ha quell’espressione torva. Non dovreste farlo preoccupare a quel modo.»

Una scintilla negli occhi marroni della donna diceva che Juilin aveva trovato qualcuna con cui amoreggiare. «Venite. Berrete il vostro tè al fresco e in privato, e se dovrete uscire nuovamente, mi permetterete di trovarvi dei portatori e delle guardie, vero? La bella Elayne non avrebbe perso così tante borse se foste state sorvegliate come si deve. Ma adesso non è il momento di parlare di certe cose. Il vostro tè è quasi pronto. Venite.» Doveva essere qualcosa che si imparava con il tempo, ecco come la vedeva Elayne, dovevi imparare a parlare senza mangiarti il velo.

La camera dei fiori cadenti, situata in fondo a un corto corridoio fuori la sala comune, era una piccola stanza senza finestre, con un tavolo basso e delle sedie intagliate con dei cuscini rossi. Nynaeve ed Elayne mangiavano in questa stanza — con Thom, o Juilin o entrambi, quando Nynaeve non era dell’umore di prendersela con i due. Le pareti di mattoni intonacate, affrescate con un boschetto di susini da cui cadevano a pioggia i fiori che davano il nome alla sala, erano abbastanza spesse da impedire a chiunque di origliare. Elayne si strappò praticamente il velo e lo gettò sul tavolo prima di sedersi. Nemmeno le donne di Tarabon provavano a mangiare o bere indossandolo. Nynaeve sciolse il suo da un solo lato lasciandolo pendere.

Rendra continuò a parlare mentre le serviva, gli argomenti andavano da una sarta che poteva cucire loro nuovi abiti nell’ultimo stile usando la seta più sottile che potessero immaginare — suggerì che Egeanin la provasse ricevendo in risposta un’occhiataccia che non la turbò nemmeno un po’ — al perché dovevano prestare ascolto a Juilin visto che la città era troppo pericolosa per una donna sola adesso, anche alla luce del giorno, a un sapone profumato che avrebbe reso i loro capelli lucenti. Elayne a volte si chiedeva come facesse la donna a condurre affari così floridi quando non sembrava pensare ad altro che ai capelli e ai vestiti. Che lo facesse era ovvio, ma era il come a incuriosirla. Chiaramente indossava begli abiti, solo che non erano del tutto appropriati. Il cameriere che portò il tè, le tazze di porcellana blu e dei dolcetti su un vassoio era quel ragazzo snello dagli occhi scuri che aveva continuato a riempire la coppa di vino di Elayne quella notte imbarazzante. E ci aveva riprovato più di una volta, anche se da quella sera in poi Elayne si era ripromessa di non bere più di una coppa di vino. Un bell’uomo, ma lei gli rivolse uno dei suoi sguardi più freddi, in modo che si allontanò volentieri dalla stanza.

Egeanin si guardò attorno con calma fino a quando Rendra non andò via. «Non siete ciò che mi aspettavo» disse allora, tenendo la coppa in bilico fra la punta delle dita in uno strano modo. «La locandiera parla di frivolezze come se voi foste sue sorelle e sciocche come lei, e voi lo permettete. L’uomo scuro — quella specie di servo, credo — vi prende in giro. Quel cameriere ti guardava con dichiarata bramosia e tu glielo permettevi. Voi siete... Aes Sedai, vero?» Senza attendere la risposta, spostò gli attenti occhi azzurri su Elayne. «E tu sei... sei di nobili natali. Nynaeve ha parlato del palazzo di tua madre.»

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