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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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«Immensità, lasciate che sia il vostro umile servo a compiere l’opera! Concedetemi la grazia d’accendere la fiamma!»

Macari Fazio cadì agginucchiuni, le braccia allargate in un gesto di devota supplica.

Ostellino li contemplò. E doppo, con un movimento che pareva al rallentatore, mentri la sua faccia si apriva a un sorriso felice, allungò il vrazzo e pruì la fiaccola a Montalbano.

Fazio scattò, agguantò l’omo per le braccia. Allora la faccia di Saverio Ostellino si stravolse.

«Mi avete ingannato! Mi avate ingannato!»

Non si dibatteva per liberarsi dalla presa. Grosse lagrime principiarono a rigargli il volto.

«Potevo resuscitarle, capite? Potevo riaverle con me! Ancora con me! Nella mia luce! Per l’eternità!»

E Montalbano capì. Il senso di quelle parole disperate lo scosse, lo turbò. Gettò la fiaccola dintra a un lavabo, niscì, tornò nella sala che oramà era vacante.

Assittato, restò a taliare lo schermo bianco. Si sentiva assufficare da una pisante, densa cappa di sconfortata malinconia.

Doppo un certo tempo, Fazio venne ad assittarglisi nella poltrona allato.

«Il dottor Augello lo sta accompagnando in una clinica di Montelusa. Ho parlato col padre e col fratello.»

«Che ti hanno detto?»

«Manco ci credono a quello che è capitato. Non sapevano che Saverio nisciva di notte, sapevano solo che stava a leggere tutta la jornata i libri di suo nonno. Che libri erano?»

«I libri di un cabbalista.»

«Di uno che smorfiava i numeri al lotto?» si stupì Fazio.

«No, un’altra cosa. E leggi oggi, leggi domani, finì col nesciri completamente fora di testa, testa che aveva già avuto una bella botta con la morte di mogliere e figlia. Finché un giorno si fece pirsuaso che, se arrinisciva a divintari Dio, poteva far risuscitare le pirso- ne che amava.»

«Sì, ma quella facenna della contrazione?»

«Beh, vedi, Dio è tanto grande che, per immaginarlo, noi lo dobbiamo rimpiccolire e allora…»

«Nonsi, dottore, si fermasse qua. Mi viene il malo di testa. Ha ordini da darmi?»

«Sì. Stanotte stessa deve essere sgombrata la tomba degli Ostellino. Non me fido a lasciare l’esplosivo lì con tutta la gente che ci sarà al camposanto. Domani a matino accatta due mazzetti di fiori e mettili…»

«Ho capito. Sarà fatto» disse Fazio.

Tornato a Marinella, non ebbe gana di lavarsi e di cangiarsi. Aviva pigliato la sua decisione. C’era un aereo che partiva alle sette e nel quale s’attrovava sempri posto. Aviva bisogno di Livia, per le dieci al massimo sarebbe stato a Boccadasse.

Ma ora non aviva pititto, non aviva sonno. Andò ad assittarsi nella verandina. La nottata era tiepida, non c’era una nuvola. Si mise a taliare un punto del cielo che lui sapeva.

Proprio in quel punto, da lì a qualche ora, il principio della luce del giorno avrebbe cominciato a farsi largo in mezzo allo scuro.

La prima indagine di Montalbano

uno

Della sua prossima promozione a commissario, a Montalbano ne venne fatta una specie di predizione, per strate del tutto traverse, esattamente dù misi avanti della comunicazione ufficiale con tanto di timbro.

In ogni ufficio statale che si rispetta infatti la predizione (o previsione, se meglio vi piace) del futuro, più o meno prossimo, di ogni componente di quell’ufficio – e degli uffici limitrofi – è esercizio quotidiano, banale, ovvio; non c’è bisogno, presempio, di taliare le viscere di un armalo squartato o di stare a vidiri la direzione di volo degli storni come facivano gli antichi. E non c’è manco nicissità di ricorrere alla lettura dei fondi di cafè, come si usa fare in tempi più moderni. E dire che di cafè, in quegli uffici, ogni jorno se ne beve un mare. No, per una predizione (o previsione, se meglio vi piace) basta meno di mezza parola, un accenno di taliata, un murmurio a vucca chiusa, un avvio d’isata di sopracciglio. E queste predizioni (o previsioni, se ecc.) non riguardano solo le facenne delle carriere dei burocrati, trasferimenti, promozioni, richiami, note di merito o di demerito, ma spisso e vulanteri ne investono la vita privata.

«Massimo massimo tra una simanata la mogliere del collega Falcuccio gli metterà le corna col perito Stracuzzi» dice a voce bassa il ragionere Piscopo al geometra Dalli Cardillo taliando l’ignaro collega Falcuccio che sta andando al retrè.

«Davero?» fa tanticchia strammato il geometra.

«La mano sul foco.»

«E come fa a saperlo?»

«Si lasci prigare» dice il ragioniere Piscopo con un mezzo sorriso mentre cala la testa supra una spalla e posa la mano dritta sul cori.

«Ma lei l’ha mai vista la signora Falcuccio?»

«No, io mai. Pirchì mi fa questa domanda?»

«Pirchì io la conosco.»

«Embè?»

«Vede, ragioniere, è grassa, pilosa e mezza nana.»

«E che viene a dire? Forse che le fìmmine grasse, pilose e mezze nane non ci hanno macari loro quella cosa in mezzo alle gambe?»

E il bello è che, passati sette jorna da quella conversazione, la signora Falcuccio puntualmente si viene a trovare a rantuliare di piaciri (“Maria! Morta su gnu!”) nell’ampio letto vidovile del perito Stracuzzi.

E se questo capita in ogni ufficio normale, figurarsi quale altissima percentuale di riuscita hanno le predizioni (o previsioni, se ecc.) nei commissariati e nelle questure, dove tutto il pirsonale, senza distinzione gerarchica, viene appositamente allenato, istruito a cogliere il minimo indizio, il più leggero cangiamento del vento, e a trarne le dovute conseguenze.

La notizia della promozione a Montalbano non lo pigliò alla sprovista, era un atto dovuto, come appunto si diceva in quegli uffici, lui il suo periodo di apprendistato come vicecommissario l’aveva abbondantemente superato a Mascalippa, sperso paisi degli Erei, agli ordini del commissario Libero Sanfilippo. Ma la cosa che preoccupava Montalbano era indovi che l’avrebbero mandato, la cosidetta destinazione. Che è parola, destinazione, vicina assà a un’altra parola, destino. Perché promozione veniva macari a significare trasferimento. E quindi cangiamento di casa, di abitudini, di amicizie: un destino tutto da scoprire. Francamente di Mascalippa e dintorni lui si era abbuttato, non degli abitanti che non erano né peju né megliu di altri, con la giusta percentuale di sdilinquenti e di pirsone perbene, di cretini e d’intelligenti, no, sinceramente non ne poteva più del paesaggio. Intendiamoci bene, se c’era una Sicilia che gli faciva piaciri a taliarla era proprio quella Sicilia fatta di terra arsa e riarsa, gialla e marrò, indovi tanticchia di virdi testardo arrisaltava sparato come una cannonata, indovi i dadi bianchi delle casuzze in bilico sulle colline pariva dovissiro sciddricare abbascio a una passata più forte di vento, indovi persino alle lucertole e alle serpi alla controra gli veniva a fagliare la gana d’infrattarsi dintra a una macchia di saggina o d’ammucciarsi sutta a una petra, rassegnate inerti al loro destino, quale che era. E soprattutto gli piaceva taliare i letti di quelli che una volta erano stati fiumi e torrenti, almeno accussì si ostinavano a chiamarli i cartelli stratali, Ipsas, Salsetto, Kokalos, mentre adesso non erano altro che una fila di pietre bianche calcinate, di giammarite ’mpruvolazzate. Taliare il paesaggio gli piaciva, certo: ma camparci dintra, viverci jornata appresso jornata, era cosa da nesciri pazzi. Pirchì lui era omo di mare. A Mascalippa, certe matine all’alba, raprenno la finestra e tiranno un respiro funnuto, inveci di aviri i polmoni inchiuti, se li sintiva svacantati, l’aria gli viniva a mancare come doppo una lunga apnea. Di sicuro l’aria di prima matina di Mascalippa era bona, spiciali, sapiva di paglia e d’erba, sapiva di campagna aperta, ma a lui non bastava, anzi rischiava d’assufficarlo. Aviva bisogno d’aria di mari, aviva bisogno di gudìrsi il sciàuro delle alghe, aviva bisogno di liccarisi le labbra e sentirle tanticchia salate. Aviva nicissità di farisi lunghe passiate di prima matina a ripa di mare, con le onde di risacca che gli vinivano a carizzare i pedi. Una destinazione a un paisi di montagna come Mascalippa era peju di una cunnanna a deci anni di galera.

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