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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:

Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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— È il caro vecchio Jumpy Mike? — chiese Jason. — Il caro vecchio Jumpy Mike in persona?

— Sì, certo. — La voce perse il tono formale. — Con chi sto parlando, se posso chiederlo? — Una risatina calorosa.

Jason inspirò a pieni polmoni. — Sono Jason Taverner.

— Mi spiace, signor Taverner. — Jumpy Mike sembrava perplesso. — Al momento non riesco…

— è passato molto tempo — lo interruppe Jason. — Può fissarmi un tavolo nelle prime file del locale…?

— La Blue Fox Room è completamente prenotata, signor Taverner — borbottò Jumpy Mike con quel suo vocione. — Sono davvero spiacente.

— Nessun tavolo? A nessun prezzo?

— Mi spiace, signor Taverner. Niente. — La voce si perse in direzioni remote. — Riprovi tra un paio di settimane. — Il caro vecchio Jumpy Mike riappese.

Silenzio.

“Merda” si disse Jason. — Dio! — disse ad alta voce. — Miseriaccia fottuta. — Aveva i denti serrati. Fitte di dolore gli correvano nel trigemino.

— Nuove istruzioni, signore? — chiese in tono incolore il taxi.

— Facciamo Las Vegas — grugnì Jason. “Proverò alla Nellie Melba Room del Drakes Arms” decise. Non molto tempo prima, aveva avuto un bel colpo di fortuna lì, quando Heather Hart era impegnata in una tournée in Svezia. Una quantità ragionevole di pollastre di classe piuttosto alta bazzicavano il locale. Giocavano d’azzardo, bevevano, ascoltavano i cantanti e se la spassavano. Valeva la pena di tentare, se la Blue Fox Room, e altri posti di quel calibro gli erano vietati. Dopo tutto, cos’aveva da perdere?

Mezz’ora più tardi il taxi lo depositò sul tetto del Drake’s Arms. Rabbrividendo nella gelida aria della sera, Jason raggiunse lo sfolgorante tappeto mobile. Pochi istanti dopo si trovava nel calore-colore-luci-movimento della Nellie Melba Room.

L’ora: le sette e mezzo. Il primo spettacolo sarebbe iniziato di lì a poco. Guardò il cartellone: Freddy Hydrocephalic si esibiva anche lì, ma per uno show più modesto, a prezzi più modesti. “Magari si ricorderà di me” pensò Jason. “Probabilmente no.” E poi, riflettendoci più a fondo, concluse: “È impossibile”.

Se Heather Hart non si ricordava di lui, nessuno sarebbe stato in grado di farlo.

Sedette al banco sovraffollato, sull’unico sgabello libero e, quando finalmente il barista si accorse di lui, ordinò scotch e miele shakerati. Nel bicchiere galleggiava un panetto di burro.

— Sono tre dollari — disse il barista.

— Li metta sul mio… — cominciò Jason, ma si fermò subito. Tirò fuori un biglietto da cinque.

Poi la notò.

A diversi sgabelli di distanza. Era stata la sua amante anni prima; non la vedeva da un sacco di tempo. Però aveva ancora un bel corpo, anche se era molto invecchiata. Ruth Rae. Di tutte le persone…

Una qualità di Ruth Rae: era tanto furba da non abbronzarsi mai troppo. Niente invecchia la pelle più in fretta dell’abbronzatura, e ben poche donne lo sanno. In una della sua età (ormai doveva avere trentotto anni o trentanove), l’abbronzatura avrebbe trasformato la pelle in cuoio incartapecorito.

E vestiva bene. Sapeva mettere in mostra il suo splendido fisico. Se solo il tempo avesse annullato la sua implacabile serie di appuntamenti con il viso di Ruth… Comunque, aveva ancora splendidi capelli neri, raccolti a crocchia sulla nuca. Ciglia di piumoplastica, brillanti striature violacee sulle guance, come se fosse stata graffiata dagli artigli di una tigre psichedelica.

Vestita di un sari multicolore, a piedi nudi (come al solito doveva essersi liberata delle scarpe dai tacchi alti) e senza occhiali, non sembrava affatto brutta.

“Ruth Rae. Si cuce i vestiti da sé. Occhiali a lenti bifocali che non porta mai quando c’è altra gente… escluso me. Legge ancora i volumi che le manda il Club del Libro del Mese? Quegli interminabili, noiosissimi romanzi sulle malefatte sessuali che succedono nelle piccole, bizzarre, ma apparentemente normali città del Midwest?”

Era il punto debole di Ruth Rae: la sua ossessione per il sesso. Un anno, a quanto ricordava Jason, era andata a letto con sessanta uomini, escluso lui; lui era arrivato prima, quando le statistiche non avevano ancora raggiunto quei livelli.

E gli era sempre piaciuta la sua musica. Ruth Rae amava i cantanti sexy, le ballate pop e gli sdolcinati, troppo sdolcinati, brani per archi. Una volta aveva installato nel suo appartamento di New York un enorme impianto quadrifonico e aveva praticamente vissuto all’interno dell’impianto, mangiando panini dietetici e bevendo surrogati di bibite. Ascoltando per quarantotto ore di fila, album dopo album, i Purple People Strings, che Jason odiava.

Visto che i gusti di Ruth gli facevano schifo, lo irritava sapere di essere in cima alla sua lista di preferenze. Un’anomalia che non era mai riuscito a sottoporre a una vera analisi.

Che altro ricordava di lei? Cucchiaiate di un liquido giallo, oleoso, tutte le mattine: la vitamina E. Strano a dirsi, nel suo caso sembrava che funzionasse; il suo livello di energia erotica cresceva a ogni cucchiaiata. Praticamente trasudava sesso.

E, rammentò, odiava gli animali. Il che gli fece pensare a Kathy e al gatto Domenico. Ruth e Kathy non si sarebbero mai piaciute, no di certo. Ma la cosa non aveva importanza. Non si sarebbero mai incontrate.

Scese dallo sgabello, si spostò lungo il banco con il suo drink fino a trovarsi di fronte a Ruth Rae. Non si aspettava che lei lo riconoscesse, ma, un tempo, l’aveva trovato irresistibile… Perché non doveva essere così anche adesso? Nessuno sapeva valutare un’occasione sessuale meglio di lei.

— Ciao — le disse.

Con la vista annebbiata, dato che non portava gli occhiali, Ruth Rae sollevò la testa e lo scrutò. — Ciao — rispose con la voce roca per il troppo bourbon tracannato. — Chi sei?

— Ci siamo conosciuti qualche anno fa a New York. Avevo una parte in un episodio dello Scopatore fantasma. Se ricordo bene, tu eri la costumista.

— L’episodio — gracchiò Ruth Rae — in cui lo Scopatore fantasma cade nella trappola di pirati omosessuali provenienti da un altro tempo. — Gli sorrise. — Come ti chiami? — chiese, facendo sobbalzare i seni nudi, sostenuti da un balconcino di metallo.

— Jason Taverner.

— Ricordi il mio nome?

— Oh, sì. Ruth Rae.

— Adesso è Ruth Gomen — sussurrò lei. — Siediti. — Si guardò attorno, ma non vide sgabelli liberi. — Quel tavolo là. — Scese con grande lentezza da dove sedeva e ondeggiò in direzione di un tavolo vuoto; lui la prese sottobraccio e la guidò. Dopo un attimo di difficile navigazione, riuscì a metterla a sedere e si accomodò al suo fianco.

— Sei bella proprio come… — cominciò, ma lei lo interruppe.

— Sono vecchia — gracchiò. — Trentanove anni.

— Be’? Io ne ho quarantadue.

— Vanno benissimo per un uomo. Non per una donna. — Ruth Rae, con occhi miopi, scrutò il bicchiere di Martini sollevato a metà. — Lo sai cosa fa Bob? Bob Gomen? Alleva cani. Grossi cani pelosi che fanno un fracasso del diavolo. E il pelo finisce sempre in frigorifero. — Sorseggiò malinconica il Martini; poi, all’improvviso, il suo volto si illuminò. Si girò verso Jason e disse: — Tu non dimostri quarantadue anni. Hai un aspetto perfetto! Lo sai cosa penso? Dovresti lavorare nel cinema o in televisione.

Jason rispose cauto: — In tivù ci sono stato. Per un po’.

— Già. Per esempio nello Scopatore fantasma. — Lei annuì. — Dài, ammettiamolo. Nessuno dei due ce l’ha fatta.

— Ci berrò su — disse lui, ironicamente divertito. Bevve il suo cocktail di scotch e miele. Il panetto di burro si era sciolto.

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