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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

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Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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— Mi sembra proprio di ricordarti — disse Ruth Rae. — Non avevi il progetto di ritirarti in una casa sul Pacifico, a un migliaio di chilometri dall’Australia? Eri tu?

— Ero io — mentì lui.

— E guidavi un’aerauto Rolls-Royce.

— Sì. — Questo era vero.

Ruth Rae sorrise. — Lo sai cosa ci faccio qui? Ne hai la più pallida idea? Sto cercando di riuscire a incontrare Freddy Hydrocephalic. Ne sono innamorata. — Esplose in una di quelle risate di gola che lui ricordava dai vecchi tempi. — Gli mando di continuo bigliettini che dicono: “Ti amo” e lui mi risponde con biglietti scritti a macchina che dicono: “Non voglio lasciarmi coinvolgere. Ho problemi personali”. — Rise di nuovo, e finì il suo drink.

— Un altro? — chiese Jason, alzandosi.

— No. — Ruth Rae scosse la testa. — Non bevo più. C’è stato un periodo… — Fece una pausa. Aveva un’espressione turbata. — Mi chiedo se a te sia mai successo qualcosa del genere. Guardandoti, direi di no.

— Successo cosa?

Ruth Rae si mise a giocherellare con il bicchiere vuoto.—Bevevo sempre. A partire dalle nove di mattina. E lo sai che effetto mi faceva? Mi faceva sembrare più vecchia. Dimostravo cinquant’anni. Maledetto alcol. Se hai paura che ti succeda qualcosa, l’alcol la farà accadere. Secondo me, l’alcol è il più grande nemico della vita. Sei d’accordo?

— Non ne sono certo — rispose Jason. — Io credo che la vita abbia nemici peggiori dell’alcol.

— Probabile. Come i campi di lavori forzati. Lo sai che l’anno scorso hanno cercato di mandarmici? Ho passato un periodo davvero tenibile. Non avevo soldi, non avevo ancora conosciuto Bob Gomen e lavoravo in una finanziaria. Un giorno arrivò un deposito in contanti. Tre o quattro biglietti da cinquanta dollari. — Ruth Rae fece una pausa. — Be’, ho preso i soldi e ho buttato busta e ricevuta del versamento nel tritadocumenti. Ma mi hanno scoperta. Era un trucco, una trappola.

— Oh…

— Però avevo una relazione col mio boss. I pol volevano sbattermi in un campo di lavori forzati in Georgia, dove sarei stata violentata e picchiata a morte da quei buzzurri, ma lui mi ha protetta. Non so ancora come abbia fatto, però mi hanno lasciata libera. Devo moltissimo a quell’uomo, e non l’ho mai più rivisto. Non rivedi mai la gente che ti ama e ti aiuta sul serio. Finisci sempre per trovarti coinvolto con estranei.

— Mi consideri un estraneo? — chiese Jason. Pensò: “Io ricordo un’altra cosa di te, Ruth Rae”. Lei aveva sempre un appartamento terribilmente costoso. Con chiunque fosse sposata, viveva sempre alla grande.

Ruth Rae lo scrutò con aria interrogativa. — No. Ti considero un amico.

— Grazie. — Jason le prese la mano dalla pelle secca, la tenne stretta per un secondo. Poi la lasciò andare proprio al momento giusto.

9

Il lusso dell’appartamento di Ruth Rae lasciò Jason Taverner a bocca aperta. Doveva costarle, calcolò, come minimo quattrocento dollari al giorno. Si disse che Bob Gomen doveva essere messo bene in quanto a soldi. O comunque doveva esserlo stato in passato.

— Non era necessario che prendessi quella bottiglia di Vat 69 — disse Ruth Rae. Afferrò la giacca di Jason, la sistemò assieme alla propria in un armadio ad apertura automatica. — Ho qui del Cutty Sark e del bourbon Hiram Walkers…

Lei aveva imparato molte cose dall’ultima volta che erano stati a letto assieme, era vero. Esausto, sdraiato nudo sulle lenzuola del letto ad acqua, Jason si massaggiava un punto contuso sul naso. Ruth Rae, o meglio la signora Ruth Gomen, sedeva sulla moquette e fumava una Pall Mall. Nessuno dei due parlava da un po’. Nella stanza era calato il silenzio. “La camera si è svuotata come sono svuotato io” pensò lui. “Non c’è una legge della termodinamica che dice che il calore non si può distruggere, ma solo trasmettere? Però c’è anche l’entropia.

“In questo momento sento il peso dell’entropia su di me. Mi sono scaricato nel vuoto, e non riavrò mai quello che ho dato. È un processo a senso unico. Sì. Sono certo che questa sia una delle leggi fondamentali della termodinamica.”

— Hai una macchina enciclopedica? — chiese alla donna.

— Diavolo, no. — Sul viso da prugna secca di lei apparve la preoccupazione. Da prugna secca… Jason si corresse mentalmente. Non era giusto. Il suo viso avvizzito, decise. Si avvicinava di più alla realtà.

— Cosa stai pensando? — le chiese.

— Dimmi cosa stai tu pensando — ribatté Ruth. — Cosa passa in quel tuo grande cervello supersegreto tipo coscienza alfa?

— Ti ricordi una ragazza che si chiamava Monica Buff? — chiese Jason.

— Se la ricordo?! Monica Buff è stata mia cognata per sei anni. In tutto quel tempo non si è lavata i capelli una sola volta. Un cespuglio disordinato di pelo canino castano scuro che le scendeva sulla faccia pallida e sul collo lurido.

— Non avevo capito che non ti piacesse.

— Jason, rubava. Se lasciavi la borsetta in giro, ti fregava tutto fino all’ultimo centesimo. Non solo le banconote, anche le monetine. Aveva il cervello di una gazza e la voce di un corvo, anche se per fortuna non parlava spesso. Lo sai che era capace di andare avanti per sei o sette giorni di fila, una volta persino otto, senza dire una sola parola? Se ne stava raggomitolata in un angolo come un ragno ferito a strimpellare su quella chitarra da cinque dollari che aveva. E non era mai riuscita a imparare un solo accordo. Okay, era carina, in quel suo modo disordinato e sporco. Te lo concedo. Se ti piacciono gli articoli dozzinali.

— Come tirava avanti? — chiese Jason. Aveva conosciuto Monica Buff solo superficialmente, attraverso Ruth. Ma in quel periodo aveva avuto con lei una veloce, incredibile relazione.

— Rubava nei negozi. Aveva quella grossa borsa di vimini che aveva trovato a Baja California. La riempiva di roba e poi usciva dal negozio con la borsa gonfia, enorme.

— Com’è che non l’hanno mai beccata?

— Sì che la beccavano. Le davano una multa e arrivava suo fratello con i soldi, così lei tornava in circolazione. Ricominciava a camminare a piedi nudi, dico sul serio!, per la Shewsbury Avenue di Boston e a fregare tutte le pesche nei reparti di frutta e verdura dei supermercati. Dedicava dieci ore al giorno a quello che chiamava “shopping”. — Ruth lo scrutò con occhi di fuoco. — Lo sai cosa ha continuato a fare senza essere mai scoperta? — Abbassò la voce. — Dava da mangiare agli studenti in fuga.

— E per questo fatto non l’hanno mai arrestata? — Sfamare o ospitare uno studente fuggito dal campus significava due anni in un clf, la prima volta. La seconda, la condanna era di cinque anni.

— No, mai. Se pensava che i pol stessero per eseguire un controllo a sorpresa, telefonava a una centrale e raccontava che un uomo stava cercando di introdursi in casa sua. Poi faceva uscire lo studente e lo chiudeva fuori. I pol arrivavano e trovavano qualcuno che stava prendendo a pugni la porta, proprio come aveva detto lei. Così quelli portavano via lo studente e lasciavano libera lei. — Ruth ridacchiò. — Una volta l’ho sentita fare una di queste telefonate ai pol. Da come l’aveva messa lei, l’uomo…

Jason disse: — Monica è stata la mia donna per tre settimane. Cinque anni fa, all’incirca.

— L’hai mai vista lavarsi i capelli?

— No — ammise lui.

— E non portava le mutandine — aggiunse Ruth. — Perché mai a un bell’uomo come te dovrebbe interessare una relazione con un mostriciattolo sporco, scalcinato e rognoso come Monica Buff? Non potevi portarla da nessuna parte. Puzzava. Non si lavava mai.

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