Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]
- Автор: Дик Филип Кайндред
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 8804449365
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:
— A posto — rispose Kathy, con uno sforzo. Poi, a voce bassa, insicura, quasi sussurrò: — Quando Jack sarà fuori, non potrete più contare su di me.
— Per lei — disse allegramente McNulty, — Jack non sarà mai fuori. — Strizzò l’occhio a Jason. Jason lo ricambiò. Due volte. Capiva McNulty. L’uomo si nutriva delle debolezze altrui; probabilmente Kathy aveva imparato da lui il particolare modo di fare che aveva. E dai suoi pittoreschi, allegri compagni.
Adesso si rendeva conto del modo in cui lei fosse diventata ciò che era. Il tradimento era un evento quotidiano; il rifiuto di tradire, come nel suo caso, miracoloso. Poteva solo meravigliarsene e provare un vago senso di gratitudine.
“Viviamo nel tradimento” si rese conto. “Quando ero una celebrità, ne ero immune. Adesso sono come tutti gli altri; devo affrontare le loro difficoltà. E quel che ho già passato anch’io ai vecchi tempi, quel che ho già vissuto e poi cancellato dalla memoria. Perché era troppo stressante da credere… Ho avuto la possibilità di scegliere, e ho scelto di non credere.”
McNulty appoggiò la mano carnosa, chiazzata di rosso, sulla spalla di Jason e disse: — Venga con me.
— Dove? — domandò Jason, scostandosi da McNulty esattamente come Kathy si era scostata da lui. Anche quello l’aveva imparato dai McNulty di questo mondo.
— Non può accusarlo di niente! — disse Kathy con voce roca e stringendo i pugni.
McNulty ribatté, tranquillo: — Ma non l’accuso di nulla. Voglio solo le sue impronte digitali e vocali, quelle dei piedi e il tracciato dell’elettroencefalogramma. D’accordo, signor Tavern?
Jason cominciò a dire: — Non mi piace correggere un funzionario di polizia… — Poi s’interruppe all’occhiata d’avvertimento di Kathy. — … Che sta facendo il suo dovere — concluse, — quindi verrò con lei. — Magari Kathy non aveva tutti i torti; magari poteva essere un bene che il funzionario pol sbagliasse il cognome di Jason. Chi poteva saperlo? Solo il tempo l’avrebbe detto.
— Signor Tavern — disse pigramente McNulty, spingendo Jason verso la porta della stanza. — Il suo nome suggerisce l’idea di birra e calore e posticini intimi, no? — Si girò a guardare Kathy e chiese in tono secco: — No?
— Il signor Tavern è un uomo caldo — rispose Kathy a denti stretti. La porta si chiuse alle loro spalle, e McNulty spinse con garbo Jason in corridoio, verso le scale, respirando l’odore di cipolla e sugo che giungeva da ogni dove.
Alla stazione di polizia del distretto 469, Jason Taverner si trovò sperso tra una moltitudine di uomini e donne che si muovevano senza uno scopo, che aspettavano di entrare, aspettavano di uscire, aspettavano informazioni, aspettavano di sentirsi dire cosa fare. McNulty aveva messo sul bavero di Jason una targhetta colorata; solo Dio e la polizia sapevano cosa significasse.
Era chiaro che qualcosa voleva dire. Un agente in uniforme, seduto a una scrivania che andava da parete a parete, gli fece cenno di avvicinarsi.
— Okay — disse il pol. — L’ispettore McNulty ha compilato una parte del suo modulo J-2. Jason Tavern. Indirizzo: Vine Street, 2048.
Jason si chiese dove diavolo McNulty l’avesse scoperto. Vine Street. Poi si rese conto che era l’indirizzo di Kathy. McNulty aveva dato per scontato che vivessero insieme. Oberato di lavoro come tutti i pol, aveva scritto il dato che richiedeva il minimo sforzo. Una legge di natura: un oggetto, o una creatura vivente, sceglie la via più breve tra due punti. Jason compilò il resto del modulo.
— Metta la mano in quella fessura — disse l’agente, indicando una macchina per il rilevamento delle impronte. Jason obbedì. — Adesso — continuò l’agente — si tolga una scarpa. La destra o la sinistra. E il calzino. Può sedersi qui. — Fece ruotare una sezione della scrivania. Apparve un’apertura e, dietro, una sedia.
— Grazie. — Jason sedette.
Dopo che gli ebbero preso l’impronta del piede, recitò la frase: — Ambarabà ciccì coccò, tre civette sul comò, che facevano l’amore con la figlia del dottore. — Serviva per le impronte vocali. Poi, di nuovo seduto, si lasciò piazzare degli elettrodi sulla testa. La macchina sputò un metro di foglio coperto di ghiribizzi, e quello fu tutto. L’elettroencefalogramma. I test erano finiti.
McNulty apparve alla scrivania, allegro. Nell’impietosa luce bianca che scendeva dal soffitto, la barba ricresciuta nella giornata si vedeva benissimo sul mento, sul labbro superiore, sulla parte alta del collo. — Come va col signor Tavern? — chiese.
L’agente rispose: — Siamo pronti per il controllo anagrafico.
— Perfetto — disse McNulty. — Resto qui a vedere cosa salta fuori.
L’agente in uniforme infilò in una fessura il modulo che Jason aveva compilato e premette dei pulsanti contrassegnati da varie lettere, tutti verdi. Per qualche motivo, Jason lo notò. E le lettere erano maiuscole.
Da un’apertura simile a una bocca sulla lunga scrivania emerse una fotocopia, che cadde in un cestino di metallo.
— Jason Tavern — disse l’agente, studiando il documento.
— Di Kememmer, nel Wyoming. Età: trentanove anni. Meccanico di motori diesel. — Diede un’occhiata alla fotografia.
— Foto scattata quindici anni fa.
— Precedenti penali? — chiese McNulty.
— Niente di niente — rispose l’agente.
— Non ci sono altri Jason Tavern registrati al centro dati pol? — domandò McNulty. L’agente premette un pulsante, poi scosse la testa. — Okay. È lui. — McNulty scrutò Jason.
— Lei non ha l’aria di un meccanico di motori diesel.
— Non lo sono più — disse Jason. — Adesso sono nel ramo vendite. Macchine agricole. Vuole il mio biglietto da visita? — Un bluff. Fece per estrarre qualcosa con la mano nella tasca destra interna della giacca. McNulty scosse la testa. Era fatta: con i loro soliti metodi burocratici, avevano pescato per lui il fascicolo sbagliato. E, nella fretta, l’avevano preso per buono.
Jason pensò: “Sia lodato Iddio per le debolezze interne di questo grande, complicato, involuto apparato che domina il mondo intero. Troppi uomini, troppe macchine. L’errore è iniziato con un ispettore pol e si è fatto strada fino alla centrale dati di Memphis, nel Tennessee. È probabile che non riusciranno a correggerlo nemmeno con le impronte delle mani, dei piedi, quelle vocali e l’elettroencefalogramma. Non adesso. Non dopo che il mio modulo è stato archiviato”.
— Devo metterlo dentro? — chiese a McNulty l’agente in uniforme.
— E per cosa? Perché è un meccanico di motori diesel? — McNulty diede a Jason una pacca sulla schiena. — Lei può tornare a casa, signor Tavern. Dal suo amore col faccino da bambina. Dalla sua verginella. — Con un sorriso, si mischiò alla folla di ansiosi che vagava lì intorno.
— Lei può andare, signore — disse l’agente a Jason.
Con un cenno della testa, Jason uscì dalla stazione del distretto 469. Emerse sulla strada, nella sera, per unirsi alle persone libere che vivevano in quel quartiere.
“Ma prima o poi mi prenderanno” pensò. “Confronteranno le impronte. Però… Se la fotografia è vecchia di quindici anni, magari sono passati quindici anni anche da quando gli hanno rilevato le impronte vocali e gli hanno fatto l’elettroencefalogramma.”
Ma restavano sempre le impronte digitali e quelle dei piedi. Che non potevano cambiare.
Pensò: “Magari getteranno la fotocopia del fascicolo in un tritadocumenti, e sarà finita lì. E trasmetteranno i dati che hanno ottenuto a Memphis, per incorporarli nel mio — o meglio, nel supposto mio — dossier permanente. Nel dossier di Jason Tavern, per l’esattezza”.
Grazie a Dio, Jason Tavern, meccanico di motori diesel, non aveva mai infranto la legge, non aveva mai avuto a che fare con pol o naz. Buon per lui.