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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

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Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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— Feticisti!—ringhiò Buckman, furibondo. — Sistemiamo cento casi come il tuo al giorno. Tu e le tue camicie di pelle e le catene e i peni artificiali! Dio! — Ansimava. Si sentiva tremare.

Con uno sbadiglio, Alys scivolò giù dal divano, si alzò e stirò le braccia lunghe e snelle. — Mi fa piacere che sia sera — disse serena, a occhi chiusi. — Adesso posso tornare a casa e mettermi a letto.

— E come pensi di uscire di qui? — chiese lui. Ma lo sapeva già. Ogni volta era la stessa storia: usavano il tubo di salita per i prigionieri politici “in isolamento”; collegava il suo ufficio, all’estrema ala nord del palazzo, con il tetto, e quindi con il campo d’atterraggio dei trabi. Alys entrava e usciva da lì, grazie alle chiavi del fratello. — Un giorno o l’altro — le disse lui, minaccioso, — uno dei miei uomini userà il tubo di discesa per motivi di servizio e ti vedrà.

— E cosa potrebbe farmi? — Alys gli accarezzò i capelli grigi, tagliati a spazzola. — Me lo dica lei, signore. Mi costringerà a pentirmi, ad ansimare sotto i suoi colpi?

— Basta dare un’occhiata alla tua faccia, a quell’espressione da stravolta…

— Sanno che sono tua sorella.

Buckman disse con un tono di voce duro: — Lo sanno perché continui a intrufolarti qui.

Dopo essersi appollaiata sull’orlo di una scrivania vicina, con le ginocchia chiuse tra le braccia, Alys lo studiò grave. — Ti dà proprio fastidio.

— Sì, mi dà proprio fastidio.

— Che io venga qui e metta a repentaglio il tuo posto di lavoro.

— Tu non puoi mettere a repentaglio il mio posto di lavoro — ribatté Buckman. — Ci sono solo cinque uomini al di sopra di me, escluso il direttore, e tutti e cinque sanno di te e non possono farci niente. — Dopo di che, uscì furibondo dall’ufficio dell’ala nord, percorse il corridoio ed entrò nella suite più grande, dove svolgeva il grosso del proprio lavoro. Cercò di non guardare la sorella.

— Però hai chiuso subito la porta — disse Alys, saltellandogli dietro. — Per impedire che quell’Herbert Blame o Mame o Maine o quel che è mi vedesse.

— Sì — disse Buckman. — Per un uomo normale, tu sei ripugnante.

— Maime è normale? Tu come fai a saperlo? Te lo sei scopato?

— Se non te ne vai di qui — disse lui, calmo, scrutandola da dietro due scrivanie, — ti faccio ammazzare. Dio mi aiuti.

Lei scrollò le spalle tornite. E sorrise.

— Non c’è niente che ti spaventi — la accusò lui. — Dopo l’operazione al cervello. Ti sei fatta togliere apposta tutti i centri nervosi di umanità. Adesso sei un… — Si sforzò di trovare le parole: Alys lo paralizzava sempre in quel modo, riusciva addirittura a mettere fuori uso le sue capacità verbali. — Sei — riprese, con voce strozzata — una macchina che agisce di riflesso, che ripete le proprie azioni all’infinito, come un topo in un esperimento. Sei collegata al centro del piacere del tuo cervello e premi l’interruttore cinquemila volte all’ora, tutti i giorni della tua vita. Quando non dormi. Per me resta un mistero capire perché ti prenda il disturbo di dormire. Perché non continui a godere ventiquattr’ore su ventiquattro?

Aspettò una risposta, ma Alys non aprì bocca.

— Un giorno o l’altro — disse lui, — uno di noi due morirà.

— Sì? — Alys inarcò un sottile sopracciglio verde.

— Uno di noi — disse Buckman — sopravviverà all’altro. E chi resterà avrà di che stare allegro.

Il telefono sulla scrivania più grande ronzò. Buckman, automaticamente, sollevò il ricevitore. Sullo schermo apparve il viso disfatto di McNulty, che doveva essere in preda a una qualche droga. — Scusi se la disturbo, signor Buckman, ma mi ha appena chiamato un uomo del mio staff. A Omaha non risulta che sia mai esistito un certificato di nascita per Jason Taverner.

Pazientemente, Buckman replicò:— Allora è un nome falso.

— Gli abbiamo preso le impronte digitali, vocali, dei piedi, e gli abbiamo fatto l’elettroencefalogramma. Abbiamo mandato tutto alla Centrale Uno, alla banca dati globale di Detroit. Nessun riscontro. Tutte quelle impronte non esistono in nessuna banca dati del pianeta. — McNulty si tirò su alla meglio e sussurrò, in tono di scusa: — Jason Taverner non esiste.

8

Jason Taverner non desiderava, al momento, tornare da Kathy. E decise che non voleva nemmeno ritentare con Heather Hart. Controllò nella tasca della giacca: aveva ancora i soldi, e grazie al pass della polizia si sentiva libero di andare ovunque. Un pass dei pol era un passaporto per l’intero pianeta; finché non avessero emesso un avviso di ricerca per lui, poteva spostarsi dappertutto, comprese le aree non urbanizzate come certe particolari isole del Pacifico meridionale ancora infestate dalla giungla. Era possibile che lì non riuscissero a trovarlo per mesi, con tutto quello che il denaro gli avrebbe permesso di comperare in una zona tanto primitiva. “Ho tre cose che giocano a mio favore” si disse. “I soldi, un bell’aspetto e la personalità. Anzi, quattro: anche quarantadue anni di esperienza come Sei.”

Un appartamento.

“Ma” pensò “se affitto un appartamento, l’amministratore sarà tenuto per legge a prendermi le impronte digitali, che poi saranno spedite, come procedura standard, alla centrale dati dei pol… E quando la polizia avrà scoperto che i miei documenti sono falsi, avrà contemporaneamente un contatto diretto con me. Niente da fare.

“Devo trovare qualcuno che abbia già un appartamento. Intestato a suo nome, con le sue impronte digitali.

“Il che significa un’altra ragazza.

“Dove la trovo?” si chiese, e aveva già la risposta sulla punta della lingua: in una sala cocktail d’alto bordo. Il tipo di posto dove vanno tante donne e dove c’è un gruppo di tre uomini, preferibilmente neri, ben vestiti, che suonano similjazz.

“Ma sono ancora presentabile?” si domandò, e si mise a studiare il vestito di seta alla luce bianca e rossa di una grande insegna dell’AAMCO. Non era l’abito migliore che possedesse, ma quasi… Però era spiegazzato. Be’, nella penombra di una sala cocktail non si sarebbe notato.

Fermò un taxi e si trovò a viaggiare verso i quartieri rispettabili della città, la zona alla quale era abituato; o, perlomeno, a cui era stato abituato negli ultimi anni della sua vita, della sua carriera. Quando aveva raggiunto la vetta.

“Un club” pensò “dove mi sono esibito. Un club che conosco. Dove so chi siano il direttore di sala, la guardarobiera, la fiorista… A meno che anche loro, come me, non siano in qualche modo cambiati.”

Però, a quanto sembrava, nulla era mutato, a parte lui. A parte la sua situazione.

La Blue Fox Room dell’Hayette Hotel, a Reno. Aveva cantato lì parecchie volte; conosceva il posto, e il personale, piuttosto a fondo.

Disse al taxi: — Reno.

Con una virata elegante, il taxi tracciò un ampio arco a dritta. Jason si sentì parte integrante di quel moto, e ne provò piacere. Il taxi acquistò velocità: erano entrati in un corridoio aereo praticamente inutilizzato, e il limite massimo di velocità arrivava forse a duecento chilometri orari.

— Vorrei usare il telefono — disse Jason.

La fiancata sinistra del taxi si aprì e comparve un videotelefono con il cavo attorcigliato in un ghirigoro barocco.

Conosceva a memoria il numero della Blue Fox Room. Lo compose e aspettò. Ci fu un clic. Una matura voce maschile rispose: — Blue Fox Room, dove Freddy Hydrocephalic si esibisce tutte le sere in due spettacoli, alle venti e alle ventiquattro. Solo trenta dollari d’ingresso, e ragazze per tenere compagnia. Posso esserle utile?

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