Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]
- Автор: Дик Филип Кайндред
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 8804449365
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:
Un flipflap della polizia apparve in cielo. Proiettava il fascio rosso di un riflettore, e dai suoi altoparlanti si udì un messaggio. — Signor Jason Tavern, rientri immediatamente nella stazione di polizia del distretto 469. È un ordine. Signor Jason Tavern… — Le frasi continuarono a ripetersi. Jason si sentì trafitto. Se n’erano già accorti. Non nel giro di ore, giorni o settimane, ma di minuti.
Tornò alla stazione di polizia, salì le scale di stryaplex, superò la porta a fotocellula, si immerse di nuovo nel gorgo di infelici, raggiunse l’agente in uniforme che si era occupato del suo caso. C’era anche McNulty. I due stavano confabulando tra loro con aria accigliata.
— Oh — disse McNulty, alzando la testa, — ecco qui il nostro signor Tavern. Come mai è tornato, signor Tavern?
— Il flipflap della polizia — cominciò Jason, ma McNulty lo interruppe.
— Un’iniziativa non autorizzata. Abbiamo solo diramato un avviso di ricerca, e qualche idiota l’ha fatto arrivare a livello flipflap. Ma, visto che è qui… — McNulty gli mise sotto il naso la foto che aveva in mano, in modo che Jason potesse vederla bene. — Era questo l’aspetto che aveva quindici anni fa?
— Penso di sì — rispose Jason. La foto ritraeva un uomo dal viso olivastro, con un pomo d’Adamo sporgente, denti in pessime condizioni e occhi insignificanti puntati dritti sul nulla. I capelli, ricci e color granturco, scendevano su un paio di orecchie a sventola.
— Si è fatto fare la plastica facciale — suggerì McNulty.
— Sì — rispose Jason.
— Perché?
— Chi vorrebbe avere quell’aspetto?
— Quindi non c’è da meravigliarsi che lei sia così bello oggi — disse McNulty. — Così imponente. Così… — Cercò le parole. — Così autorevole. È davvero difficile credere che abbiano potuto fare a questo… — Batté l’indice sulla foto vecchia di quindici anni. — … Qualcosa per trasformarla in questo. — Diede una pacca cordiale al braccio di Jason. — Ma dove ha preso i soldi?
Mentre McNulty parlava, Jason si era messo a leggere in tutta fretta i dati stampati sul documento. Jason Tavern era nato a Cicero, nell’Illinois. Suo padre era un tornitore; suo nonno possedeva una catena di negozi che vendevano attrezzature agricole: una fortunata coincidenza, visto ciò che aveva appena raccontato a McNulty sulla sua attuale carriera.
— Da Windslow — rispose Jason. — Mi scusi. È che io penso sempre a lui con quel nome, e dimentico che gli altri non possono farlo. — Le sue capacità professionali l’avevano aiutato. Aveva letto e imparato a memoria quasi tutta la pagina mentre McNulty gli parlava. — Mio nonno. Aveva parecchi soldi, e io ero il suo prediletto. Ero l’unico nipote maschio, capisce?
McNulty studiò il documento e annuì.
— Avevo l’aspetto dello zotico di campagna — continuò Jason. — L’aspetto di quello che non ero: un contadino. Il lavoro migliore che fossi riuscito a trovare era riparare motori diesel, ma volevo arrivare più in alto. Così ho preso i soldi che Windslow mi ha lasciato e sono andato a Chicago…
— Okay. — McNulty stava ancora annuendo. — Collima tutto. Sappiamo che operazioni di chirurgia plastica così radicali sono possibili, e il costo non è poi eccessivo. Ma di solito vengono eseguite su nonpersone o gente fuggita dai campi di lavori forzati. Teniamo sotto controllo tutte le botteghe di rappezzo, come le chiamiamo noi.
— Ma guardi com’ero brutto — disse Jason.
McNulty rise. Una risata piena, di gola. — Lo era sul serio, signor Tavern. Okay, scusi se l’ho disturbata. Vada pure. — Fece un cenno, e Jason cominciò a fendere la folla di gente che aveva davanti. — Ehi! — urlò McNulty, gesticolando. — Un’altra… — La sua frase, disturbata dal brusio generale, non arrivò per intero a Jason. Così, con il cuore raggelato, tornò indietro.
“Se si accorgono di te” pensò, “non chiudono mai completamente il fascicolo. Non puoi riavere mai più il tuo anonimato. La cosa vitale è non farsi mai notare. Ma a me è successo.”
— Cosa c’è? — chiese a McNulty. Era alla disperazione. Stavano giocando con lui, per farlo crollare. Sentiva cuore, sangue, tutte le sue parti vitali vacillare nei loro processi biologici. Anche la superba fisiologia di un Sei si arrendeva di fronte a questa tortura.
McNulty tese la mano. — I suoi documenti. Voglio sottoporli a qualche esame di laboratorio. Se sono a posto, li riavrà domani l’altro.
Jason protestò: — Ma se un punto di controllo mobile…
— Le daremo un pass di polizia — rispose McNulty. Annuì a un agente sulla sua destra, un uomo anziano con una pancia enorme. — Fagli una foto quadridimensionale e preparagli un pass universale.
— Sì, ispettore — disse quell’ammasso di trippa. E allungò una zampa iperimbottita verso l’apparecchiatura fotografica.
Dieci minuti più tardi, Jason Taverner si ritrovò sul marciapiede, ora quasi deserto, e questa volta con un vero pass della polizia. Che era certo meglio di qualsiasi falso di Kathy, a parte il fatto che era valido una sola settimana. Ma comunque…
Per una settimana poteva permettersi di non preoccuparsi. E dopo…
Era riuscito nell’impossibile: aveva barattato un portafogli pieno di documenti falsi con un vero pass della polizia. Studiandolo alla luce dei lampioni, vide che la data di scadenza era olografica, e c’era spazio per inserire un altro numero. Sette. Poteva farla modificare da Kathy in settantacinque o novantasette, o in qualunque cifra le risultasse più facile.
Poi gli venne in mente che, non appena il laboratorio dei pol avesse accertato che i suoi documenti erano falsi, il numero del suo pass, il suo nome e la sua foto sarebbero stati trasmessi a ogni punto di controllo del pianeta.
Ma, finché questo non fosse successo, era al sicuro.
Parte seconda
7
Nel grigiore della sera sopravveniente, prima che sui marciapiedi di cemento fiorisse la vita notturna, il generale di polizia Felix Buckman atterrò con il suo lussuoso trabi sul tetto della sede dell’accademia di polizia di Los Angeles. Restò seduto a bordo per un po’, a leggere gli articoli di prima pagina dell’unico quotidiano della sera; poi, ripiegato con cura il giornale, lo mise sul sedile posteriore del trabi, aprì la portiera e scese.
Nessuna attività sotto di lui. Un turno aveva cominciato ad andarsene, l’altro non era ancora arrivato.
Gli piaceva quel momento della giornata: il grande edificio sembrava appartenere a lui solo. — E lascia il mondo alla tenebra e a me — disse, ricordando un verso dell’Elegia di Thomas Gray. Un autore che amava da molto fin dall’infanzia.
Con la chiave che gli spettava in virtù della propria carica, aprì il tubo di discesa rapida e nel giro di pochi secondi si trovò al suo piano, il tredicesimo. Dove aveva lavorato per la maggior parte della sua esistenza.
Scrivanie senza personale, file su file. Solo che, sul fondo della stanza centrale, un agente era ancora chino a scrivere un laborioso rapporto. E al distributore del caffè c’era una agente che beveva dalla sua tazza Dixie.
— Buonasera — le disse Buckman. Non la conosceva, ma non importava: lei, come chiunque altro nell’intero edificio, conosceva lui.