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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Bran batté gli occhi. «Sì. Doveva accadere, no? Sì, be’, sappiamo cosa fare.» Avrebbe dovuto sembrare buffo con il giustacuore pronto a esplodere e l’elmetto che dondolava quando annuiva, ma sembrava solo determinato. Alzando la voce annunciò: «Perrin ci ha comunicato che i Trolloc saranno qui a breve. Conoscete tutti i vostri posti. Veloci adesso, veloci.»

La folla si agitò e si mise in movimento, le donne riportavano i bambini a casa, gli uomini si sparpagliavano in tutte le direzioni. La confusione sembrò aumentare invece di diminuire. «Farò rientrare i pastori» disse Abell a Perrin. quindi si amalgamò con la folla.

Cenn Buie si fece largo nel gruppo, usando un’alabarda per guidare Hari Coplin e il fratello Darl con i visi amareggiati e il vecchio Bili Congar, che ondeggiava come se fosse già pieno di birra alla mattina, cosa che probabilmente era vera. Dei tre, Bili era quello che portava la lancia come se intendesse usarla. Cenn si toccò la fronte guardando Perrin in una specie di saluto. Lo fece anche un certo numero di uomini. Questa cosa lo mise a disagio. Dannil e i ragazzi erano una cosa, ma questi uomini avevano più del doppio dei suoi anni.

«Stai andando bene» lo incoraggiò Faile.

«Vorrei sapere cosa hanno in mente Verin e Alanna» mormorò. «E non intendo dire in questo momento.» Due delle catapulte che avevano costruito i Custodi si trovavano da questo lato del villaggio, oggetti squadrati più alti di un uomo, tutti di legno pesante e spesse corde ritorte. In groppa ai cavalli Ihvon e Tomas stavano supervisionando la manovra di abbassamento degli spessi travi. Le due Aes Sedai erano più interessate alle grandi pietre, fra i cinque e i sette chili ciascuna, che venivano caricate in alcune coppe alle estremità di quei travi.

«Vogliono che tu sia il capo» rispose tranquilla Faile. «Credo sia ciò per cui sei nato.»

Perrin sbuffò. Era nato per essere un fabbro. «Mi sentirei molto più a mio agio se sapessi perché lo vogliono.» Le Aes Sedai lo stavano guardando, Verin con il capo reclinato, come gli uccelli, Alanna con uno sguardo franco e un lieve sorriso. Volevano entrambe la stessa cosa e per lo stesso motivo? Quello era uno dei problemi con le Aes Sedai: c’erano sempre più domande che risposte.

L’ordine giunse con sorprendente velocità. Da questo lato del villaggio un centinaio di uomini inginocchiati su una gamba proprio dietro i pali toccava a disagio lance o alabarde o qualche bastone da combattimento sormontato da un uncino o una falce. Di tanto in tanto qualcuno indossava un elmetto o un’armatura. Alle loro spalle almeno il doppio degli uomini formava due file di arcieri armati con degli ottimi archi lunghi dei Fiumi Gemelli, ognuno con un paio di faretre alle cinture. I ragazzi giovani arrivavano di corsa dalle abitazioni con altre frecce che gli uomini conficcavano nel terreno a punta in giù davanti ai loro piedi. Sembrava che Tam comandasse il gruppo, allineando i ranghi e dicendo qualche parola a ogni uomo, ma Bran marciava al suo fianco, offendo anche il suo incoraggiamento. A Perrin non sembrava che avessero affatto bisogno di lui.

Con sua sorpresa, Dannil, Ban e tutti gli altri ragazzi che avevano cavalcato con lui uscirono correndo dal villaggio per circondare lui e Faile, tutti armati di arco. In un certo senso sembravano strani. Le Aes Sedai dovevano aver guarito i feriti più gravi, lasciando gli altri agli impiastri e agli unguenti di Daise: chi il giorno prima si aggrappava a malapena alla sella adesso camminava pieno di spirito, mentre Dannil, Tell e qualche altro ancora zoppicavano o erano bendati. Se era sorpreso di vederli, fu disgustato da ciò che gli portarono. Leof Torfinn, le bende avvolte attorno al capo come un cappello chiaro sopra gli occhi infossati, l’arco a tracolla, portava una lunga asta con una versione più piccola della bandiera bordata di rosso con la testa di lupo.

«Credo che l’abbia fatta fare una delle Aes Sedai» spiegò Leof quando Perrin chiese da dove provenisse. «Milli Ayellin l’ha data al papà di Wil, ma Wil non voleva portarla.» Wil al’Seen sollevò leggermente le spalle.

«Nemmeno io avrei voluto portarla» disse asciutto Perrin. Dopo un minuto risero tutti come se fosse stata una battuta, anche Wil.

Il recinto di pali sembrava abbastanza crudele, ma anche abbastanza ridicolo per tenere i Trolloc fuori dal villaggio. Forse avrebbe resistito, ma non voleva che Faile rimanesse lì se fossero riusciti a superare lo sbarramento. Quando però la guardò, aveva di nuovo quello sguardo negli occhi come se sapesse cosa stava pensando. E non gli piaceva. Se provava a rimandarla indietro, avrebbe discusso e fatto resistenza, rifiutando di vedere un qualcosa di sensato nelle parole di Perrin. Per come si sentiva debole in quel momento, probabilmente Faile aveva più possibilità di riportarlo alla locanda che non il contrario. Il modo feroce in cui stava seduta in sella indicava che probabilmente era lei che intendeva difenderlo se i Trolloc avessero fatto irruzione. Doveva solo tenerla d’occhio, era tutto quello che c’era da fare.

D’improvviso Faile sorrise e gli grattò la barba. Forse poteva davvero leggergli nella mente.

Il tempo passava e il sole saliva, il giorno riscaldava gli edifici. Di tanto in tanto da una casa una donna gridava per chiedere cosa stesse succedendo. Ognuno era pronto a sedersi ovunque, ma Tam o Bran gli era subito addosso prima che riuscisse a incrociare le gambe, rimandandolo subito fra le linee. A non più di due o tre chilometri, aveva detto Baia. Lei e Chiad stavano sedute vicino ai pali, giocando a qualcosa che comportava conficcare un pugnale a terra fra loro. Certamente se stavano arrivando i Trolloc, ormai sarebbero giunti. Cominciava a trovare difficile restare seduto con la schiena dritta. Consapevole degli occhi attenti di Faile mantenne la schiena rigida.

E suonò un corno, divampante e acuto.

«Trolloc» gridò una mezza dozzina di persone, e delle sagome bestiali vestite di cotta di maglia nera sciamarono fuori dal Bosco Occidentale, ululando mentre correvano sul terreno coperto di ceppi, agitando spade ricurve come falci e asce chiodate, lance e tridenti. Alle loro spalle cavalcavano tre Myrddraal su dei cavalli neri, che andavano avanti e indietro come a voler guidare i Trolloc. I mantelli neri come la morte pendevano immoti, non importava quanto le loro cavalcature caricassero e girassero. Il corno suonava costantemente in alti e pressanti trilli.

Venti frecce partirono non appena apparvero i primi Trolloc, il lancio più forte cadde a un centinaio di passi di distanza.

«Aspettate, cervelli di pecora dementi!» gridò Tam. Bran saltò e gli rivolse un’occhiata stupita, non meno incredula di quelle provenienti dagli amici e vicini di Tam, alcuni si lamentavano che non avrebbero sopportato un tale linguaggio, Trolloc o no. Tam ignorò le proteste. «Aspetterete finché non darò l’ordine, come vi ho mostrato!» Quindi, come se un centinaio di Trolloc urlanti non gli stesse correndo incontro, Tam si rivolse con calma a Perrin. «A trecento passi?»

Perrin annuì velocemente. L’uomo chiedeva il suo parere? Trecento passi. A che velocità un Trolloc avrebbe coperto trecento passi? Allentò l’ascia dal cinturone. Quel corno si lamentava costantemente. I lancieri si accovacciarono dietro il recinto di pali come se si stessero sforzando di non arretrare. Gli Aiel si erano velati i volti.

La marea di grida giunse in avanti, tutte teste cornute e facce munite di becchi e musi, ognuna alta una volta e mezzo un uomo che gridava assetata di sangue. Cinquecento passi. Quattrocento. Alcuni stavano avanzando rispetto al gruppo. Correvano veloci come i cavalli. Gli Aiel avevano ragione? Potevano essere solo cinquecento? Sembravano migliaia.

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