Ed egli maledisse lo scandalo [Earth Unaware - it]
- Автор: Рейнольдс Даллас МакКорд Мак
- Год: 1966
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Antonangelo Pinna
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Ed egli maledisse lo scandalo [Earth Unaware - it]». Краткое содержание книги:
De Kemp lo fissò: «Ma che cosa ne ricavi personalmente?» Soffiò fuori una boccata di fumo senza togliersi il sigaro di bocca. «A parte la prospettiva di anatemi, voglio dire.»
«Oh, che idea. Mi prendi anche in giro?» mormorò Ed. «Non ci cavo proprio niente. Che diavolo di vantaggio potrei mai averne da tutta questa faccenda?»
Il giornalista scosse la testa. «Certamente non si comporta così il Piccolo Ed Wonder che conosco io. Comunque, sia come vuoi. Mi darò da fare. Forse ci saranno da qualche parte dati anagrafici del vecchio, con l’indicazione della residenza. O forse l’AP-Reuter trasmetterà sulle telescriventi una sua biografia. Ora vattene di qui e dammi qualche ora per informarmi. Mi sento anch’io un po’ come te. Dentro questa faccenda fino ai capelli.»
11
Ed Wonder s’infilò nel bar all’angolo con l’idea di farsi una robusta bevuta. Preso dai suoi pensieri su Tubber e sulle maledizioni, non si rese conto della folla fino a quando arrivò a poche decine di metri dall’ingresso del locale. Inizialmente ebbe l’impressione che ci fosse stato un incidente, o più probabilmente, data la quantità della gente, un episodio di violenza. Una sparatoria, o qualcosa del genere.
Invece no.
Sulla soglia del bar c’era un agente di polizia intento a incolonnare la folla in una coda ordinata sul marciapiede. Dentro il locale un juke-box suonava a pieno volume.
«Piano, piano» gridava continuamente il poliziotto. «Rimanete in fila.»
Il Piccolo Ed gli domandò: «Che cos’è successo, agente?»
Il poliziotto, indaffaratissimo, rispose: «Si metta in fila, amico, si metta in fila se vuole bere qualcosa. Tutti devono fare la coda.»
«Fare la coda per cosa?» domandò Ed esterrefatto.
«Per bere, per bere. Può rimanere nel bar il tempo necessario per bere due bicchierini, o un massimo di mezz’ora, una delle due. Perciò, si metta in fila.»
«All’inferno» fece Ed. «Non sono così disperato.»
La sua reazione infastidì qualcuno della fila. «Ah, sì?» disse una voce in tono violento. «E che cosa farai? Camminerai su e giù per tutto il giorno? Quelle maledette televisioni sono tutte fuori uso da quando…»
Un altro si unì al risentimento del primo, e senza lasciare a Ed il tempo di rispondere, una terza voce, più potente, mise tutti a tacere.
Ed si allontanò, sconvolto dallo stupore. Era accaduto solo la notte precedente. Meno di ventiquattrore prima.
Mentre percorreva il breve tratto di strada fino al parcheggio dove aveva lasciato la Volksair, Ed notò che non si trattava solo dei bar. Ristoranti, gelaterie e negozi erano invasi da una folla incontenibile, e le code si allungavano sui marciapiedi. Tutti i locali con juke-box tenevano le macchinette al massimo volume. I gestori facevano quattrini a palate; Ed si chiese da dove venisse tutto quel denaro. Anche con la Società del Benessere, un cittadino medio non poteva ancora permettersi di trascorrere tutta la giornata spendendo soldi in ristoranti e bar.
Salì sull’aeromobile e rifletté per qualche istante. Infine accese il motore e si diresse verso una destinazione precisa. Quell’indirizzo l’aveva sempre tenuto a mente, ma non c’era mai stato. Localizzata la casa, si fermò di fronte allo schermo identificatore e suonò il campanello.
Dall’altoparlante arrivò una voce: «Piccolo Ed! Vieni, vieni. Sei il benvenuto.»
Ed aprì la porta, varcò la soglia, attraversò la breve anticamera ed entrò in una stanza che aveva l’aspetto di un soggiorno-biblioteca. La vista di quel locale lo stupì. La sala sembrava uno studio cinematografico arredato in modo da riprodurre una casa del passato. Alle pareti erano appese alcune stampe che Ed vagamente riconobbe come molto antiche. Certamente non avevano niente in comune con l’attuale tendenza artistica, il Secondo Surrealismo. Si poteva pensare che il proprietario avesse appeso quelle stampe per… ecco, magari perché gli piacevano. Facendo una cosa simile era facile guadagnarsi la fama di spostato, in quei giorni. E le sedie, i tavoli, i mobili! Sembravano usciti da un negozio di antiquariato, roba vecchia di decine d’anni, fuori moda.
Lo accolse una voce amichevole. «Salve, carissimo. Sei venuto per sentire Manny Levy a proposito di questo suami dello spettacolo?»
Ed Wonder guardò fisso il suo ospite, emergendo dallo stupore che quello straordinario locale gli aveva procurato. «Suami?» domandò.
«Sì, il tizio che cammina sui carboni. Mi hai telefonato l’altro ieri. Ma che cosa ti succede, Piccolo Ed? Ti ricordi di me… Jim Westbrook? Sono un tuo vecchio amico; ho partecipato qualche volta alla tua trasmissione Ai limiti del reale, dietro versamento, anticipato e in contanti, di cinquanta dollari per serata.»
Ed Wonder scosse la testa. «Dimmi» sbottò «dove sei stato nelle ultime ventiquattrore?»
«Non mi sono mosso di qui» rispose Westbrook.
«Da questa casa?»
«Certo. Mi sono concentrato su un lavoro molto importante.»
«E non hai acceso mai il televisore?»
«Non ho il televisore.»
Ed Wonder lo squadrò come se lo scienziato anticonformista fosse completamente pazzo.
«Non hai la televisione? Ma tutti ce l’hanno. Come fai a seguire…»
Jim Westbrook lo interruppe con aria paziente. «Ho sempre pensato che il giorno in cui avessi desiderato di vedere un programma interessante, sarei potuto andare da un vicino o da un amico. Ma, a dirti la verità, così su due piedi non mi viene in mente nessuna trasmissione così coinvolgente per me negli ultimi anni.»
Ed Wonder chiuse gli occhi e assunse la solita espressione avvilita. Li riaprì e disse: «Non ho tempo per affrontare questo argomento ora. Però, come passi il tuo tempo libero? Ascoltando la radio, andando al cinema?»
«Non ho tempo libero» rispose l’altro come se fosse la cosa più ragionevole del mondo. «Un paio di volte alla settimana mi chiamano come esperto in rabdomanzia. Poi, in cantina, ho la camera oscura, il laboratorio elettronico, la falegnameria, e sto organizzando una piccola officina riparazioni. Inoltre…»
«Va bene» lo interruppe Ed. «Mi pare che basti. C’è già da fare per tre.»
«Siediti e beviamoci su» propose allegramente Jim.
Ed si guardò intorno. «Dov’è il bar automatico?» Fece una smorfia prima di sprofondare in una poltrona ultraimbottita, dall’aspetto preistorico. Con sorpresa, notò che era comoda, a dispetto della stranezza dello stile. Doveva risalire per lo meno al 1950.
«Non posso sopportare il bar automatico» gli disse Westbrook. «Un cocktail ben fatto è un’opera d’arte, non una formula matematica.»
Ed si rifiutò di prendere in considerazione quella frase eretica. Benché gli piacesse il bar tradizionale di Dave Zeiss, aveva sempre pensato che andare in quel locale fosse una forma di snobismo, qualcosa di cui vergognarsi un po’. Ma in casa propria, con i bar automatici sempre a disposizione… Perché mai rinunciarci?
Di nuovo scosse la testa per allontanare quei pensieri non essenziali e affrontò deciso l’argomento che gli stava a cuore. «All’inferno i cocktail. Ascoltami, Jim, il suami che cammina sulle braci ardenti è fuori causa… almeno temporaneamente. Scoprirai il perché dopo. Ora non ho tempo di darti le spiegazioni che certamente vorrai. Sono venuto da te per chiederti una cosa. Sono possibili i miracoli?»
Jim Westbrook si lasciò cadere nella poltrona di fronte a Ed, con un’espressione attenta sulla faccia. «Che tipo di miracoli?»
«Un miracolo che coinvolga, ecco, tutta l’umanità. Una maledizione universale, per esempio.»
Lo studioso si morse le labbra.
«Devi capire che la maggiore difficoltà, in questi argomenti, è la terminologia. Usa un termine come miracolo, maledizione o magia, e i capelli degli intellettuali si rizzano immediatamente. Ma lasciamo da parte i problemi semantici. La risposta alla tua domanda è sì, Sembrerebbe ormai accettato il fatto che in passato ci siano stati dei miracoli. Se questo è vero, è probabile che ne avvengano ancora, o almeno che ne possano avvenire.»