La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
«E da qui dove si va?»
«Nella purpània» rispose il custode «dove si mettono i vecchi tabbuti o i morti freschi in attesa di collocazione. Però mi fa miraviglia.»
«Perché?»
«Non me l’aspittavo da lui: per raprire la purpània ci voli l’autorizzazione. E il signor Ostellino non ce l’ha domandata. E po’ non si lassa aperta.»
«C’è la luce, sotto?»
Senza rispondergli, il custode girò un interruttore vicino all’entrata.
«L’ha fatta mettere il signor Ostellino una para d’anni fa.»
Scinnero in fila, in testa il commissario. La purpània era granni quanto la tomba di sopra. Non era intonacata. Tri vecchi tabbuti erano assistimati al centro. Erano stati spostati per lasciare libere le pareti. Infatti tutte e quattro le pareti, fino ad altizza d’omo, erano letteralmente rivestite da candelotti di dinamite, sistemati a gruppi in un ordine perfetto. Le micce dei candelotti erano legate tra loro e congiunte a una miccia più grossa e più lunga di tutte. Abbastava addrumare questa per far saltare tutto.
«Minchia!» disse quasi senza voce Augello.
«Ecco che si portava nella valigetta! Quali libri di preghiere!» fece il custode, asciucandosi la fronti con una mano.
«Siamo arrivati appena a tempo. Domani, giorno dei morti, nel momento in cui il camposanto era più affollato, avrebbe dato fuoco alla miccia. Usciamo.»
Risalirono in silenzio, ognuno perso darrè un suo pinsero. Fora della tomba, Montalbano disse a Fazio:
«Chiamami Gallo al telefonino.»
«Pronto? Montalbano sono. Come vanno le cose lì?»
«Tutto relativamente tranquillo, dottore.»
«Senti, manda qua, al camposanto, Imbrò o chi vuoi tu. Il custode gli spiegherà a quale tomba deve montare la guardia senza cataminarsi di un passo.»
«Lo mando subito, dottore. Ah, le volevo dire una cosa: guardi che quel tizio, Saverio Ostellino, è tornato, è assittato in platea. Ha domandato scusa, ha detto che prima di chiudersi nel cinema aveva dovuto sbrigare un affare urgente.»
Montalbano aggelò.
Appena li vitti scìnniri dalla macchina che era arrivata con la velocità di una pallottola, Gallo si fece loro incontro.
«Dov’è? Dov’è?» spiò Montalbano col sciato grosso come se fosse stato lui a farsi la curruta e non l’auto.
Gallo lo taliò imparpagliato, era all’oscuro di tutto.
«Si è assittato all’ultima fila. C’è solo lui, gli altri posti della fila sono vacanti. Ma che succede?»
«Stammi a sentire e rispondimi dopo averci pinsato. Ti è parso, che so, agitato, strammo?»
«Beh, tanticchia sì. Però tutti sono agitati, là dintra.»
«Si è portato appresso qualcosa?»
«Sissi, un borsone grosso come a quello che usano le fìmmine per fare la spisa.»
«Madunnuzza santa!» si lasciò sfuggire Mimì.
«Ma che succede?» arrispiò Gallo apprioccupandosi sempri di più a vidiri la prioccupazioni degli altri.
«Voi restate qua nell’atrio» disse il commissario. «Io vado dintra a dare un’occhiata.»
Tutto s’aspettava, trasendo, tranne che il signor Mezzano aveva avuto l’alzata d’ingegno di mettersi a proiettare cartoni animati che il pubblico commentava ridendo. Qualche anziano durmiva.
Montalbano vitti subito a Saverio Ostellino: stava solo, la testa calata, assorto nei pazzi pinseri che gli firriavano testa testa. Gli si avvicinò a lento, Ostellino manco se ne addunò, restò nell’istissa posizione. Montalbano taliò attentamente per terra allato all’omo, ma non vitti quello che cercava. Allora si calò come per allacciarsi una scarpa. Ne fu sicuro, il borsone non c’era.
Niscì dalla sala.
«Ha ammucciato il borsone da qualche parte prima di andare ad assittarsi. Bisogna trovarlo.»
Cercarono dovunque nell’atrio, tra le tende, darrè i vasi di fiori, nel bancone del botteghino. Nenti. Il commissario taliò il ralogio: mezzanotte e un minuto.
Era già il giorno dei morti. Non gli restava più tempo da spardare, doviva agire subito. Capace che Saverio Ostellino aviva in sacchetta un comando a distanza che poteva fare esplodere quello che c’era nel borsone, dovunque l’avesse ammucciato.
«Dobbiamo arrestarlo» disse. «Ma bisogna andarci con cautela. Tu, Fazio, entri in sala e ti metti nel corridoio darrè a lui. Controlla che non abbia qualcosa in mano. Se ce l’ha, dagli un colpo in testa che lo metta fora combattimento. Se non ce l’ha, agguantalo e fai in modo che non riesca a mettere le mano in sacchetta. Chiaro?»
«Chiarissimo» disse Fazio.
«Appresso a te entra Mimì che ti darà una mano d’aiuto. Subito dopo entro io. Bisogna che l’arresto avvenga con il minore scarmazzo possibile. Se qualcuno se ne adduna e si mette a fare voci, è possibile che succeda panico. La cosa peggiore che ci possa capitare. E ora, forza!»
Fazio trasì, cinco secondi appresso Augello lo seguì. Quanno macari il commissario trasì nella sala, si fermò di botto. Saverio Ostellino non era più al suo posto e Fazio e Augello lo taliavano imparpagliati.
A un cenno di Montalbano, Fazio percorse rapidamente il corridoio centrale, taliando a dritta e a mancina.
«Non c’è» disse tornando allato al commissario.
Ma Montalbano un’idea se l’era fatta e sapeva che aveva ancora, sì e no, qualche minuto di tempo.
«Tu» disse a bassa voce, affannato, a Mimì «fai sospendere la proiezione, ringrazi tutti per avere collaborato e li rimandi a casa più presto che puoi. Gli dici che il pericolo è passato. Che non facciano casino, voglio il cinema sgombro in cinque minuti.»
Mimì partì di corsa.
«Tu vieni con me» fece il commissario a Fazio.
Si avviò, risoluto, verso una porta, coperta da una tenda spessa, supra la quali c’era una scrittura al neon: gabinetti. Trasirono prima nella cammara riservata alle fìmmine, le porte dei quattro bagni erano aperte, dintra non c’era nisciuno. Nella cammara degli omini, la porta di un bagno era chiusa dall’interno.
Montalbano taliò Fazio e si capirono: sicuramenti Saverio Ostellino stava darrè quella porta. Nel silenzio, arrivò distintamente il suo sciatare affannoso, una specie di rantolo.
Il commissario sentì in bocca il sapore del sangue, doviva essersi muzzicato la lingua. Le mascelle gli facivano mali, tanto teneva i denti serrati.
A gesti, Montalbano spiegò il suo piano. Avrebbe contato con le dita fino a tri, quindi Fazio avrebbe dovuto sfondare la porta con una spallata. Fazio fece ’nzinga con la testa che aviva capito e pruì al commissario la sua pistola. Montalbano la rifiutò e cominciò a contare.
La spallata di Fazio fu tanto violenta che la porta si scardinò e il commissario fu pronto a tirarsela verso l’esterno. Il quatro che gli s’apprisintò fu peggio di un incubo.
Saverio Ostellino teneva in mano, addrumata, una fiaccola a pitrolio. Ai suoi piedi, una trintina di candelotti di dinamite. Il borsone, vacante, era in un angolo. Ostellino non si cataminava, era immobile, l’occhi sgriddrati che forse manco vidivano i due omini che gli stavano davanti.
Fu allora che Fazio, completamente pigliato dai turchi, vitti il suo superiore inchinarsi profondamente, le mano sul petto.
«Vostra immensità, vi supplico di perdonare il mio ardire e di ascoltarmi. Degnate di volgere il vostro sguardo su di me!»
L’occhi di Saverio Ostellino persero la fissità, si posarono sul commissario, faticosamente lo misero a fuoco.
Montalbano avanzò lentissimo di due passi, la testa vascia, si calò su un ginocchio.