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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

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Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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— Sarei riuscito a farti passare in ogni caso — disse Kathy. Alzò il braccio destro e indicò una parte della manica. — Ho lì una targhetta grigia d’identificazione della polizia. Sotto le loro macrolenti si vede. Serve a non farmi arrestare per sbaglio. Avrei detto…

— Finiamola — la interruppe lui con voce rauca. — Non voglio sapere altro. — Si allontanò. La ragazza lo seguì, sfiorando appena il terreno con i piedi, come un uccello aggraziato che sta per spiccare il volo.

— Vuoi tornare al mio monolocale? — chiese Kathy.

— Quella maledette stanza deprimente. — “Io ho una casa aerea a Malibù” pensò lui, “con otto camere da letto, sei bagni rotanti e un soggiorno quadridimensionale col soffitto a infinito. E, per colpa di qualcosa che non capisco e che non posso controllare, devo trascorrere il tempo in questo modo. A visitare posti insignificanti, in rovina. Ristoranti schifosi, laboratori ancora più schifosi, monolocali schifosissimi. Sto pagando per una colpa che ho commesso? Qualcosa che non so o che non ricordo? Ma nessuno paga. L’ho imparato tanto tempo fa: non devi pagare per il male o per il bene che fai. Alla fine, non si è mai in pari.”

— Immagina un po’ cosa c’è in cima alla mia lista della spesa per domani — stava dicendo Kathy. — Mosche morte. Sai perché?

— Sono ricche di proteine.

— Sì, ma non è questo il punto. Non le compero per me. Ne prendo un sacchetto tutte le settimane per Bill, la mia tartaruga.

— Non ho visto nessuna tartaruga.

— Vive nel mio appartamento più grande. Non avrai pensato sul serio che comperi mosche morte per me, eh?

De gustibus non disputandum est — citò lui.

— Vediamo. I gusti non si discutono. Giusto?

— Esatto. E questo significa che, se vuoi mangiare mosche morte, fai pure. Mangiale.

— Bill le mangia. Gli piacciono. È una di quelle tartarughine verdi. Non una grossa tartaruga terrestre. Hai mai visto come ingoiano di scatto il cibo, come per esempio una mosca che galleggia sull’acqua? Un animaletto piccolo così, ma è terribile. Un secondo prima la mosca c’è, e un secondo dopo, glunk, è dentro la tartaruga. — Kathy rise. — Viene digerita. C’è una lezione da imparare in tutto questo.

— Quale? — Jason anticipò la risposta. — Che, quando mordi, o prendi tutto oppure niente, e mai una sola parte.

— È così.

— E tu cosa prendi? — chiese lui. — Tutto o niente?

— Non lo so. Buona domanda. Be’, non ho Jack. Ma forse non lo voglio più. È passato tanto di quel fottuto tempo. Probabilmente ho ancora bisogno di lui. Ma ho più bisogno di te.

Jason disse: — Credevo che tu fossi il tipo capace di amare due uomini nello stesso modo.

— Io ho detto una cosa simile? — Kathy rifletté mentre camminavano. — Quello che intendevo è che questo è l’ideale, ma nella vita reale si può arrivare solo a un’approssimazione… Capisci? Riesci a seguire il mio ragionamento?

— Sì e anche a vedere dove porta: a un temporaneo abbandono di Jack finché ci sarò io in circolazione, e poi a un ritorno a lui quando me ne sarò andato. Fai sempre così?

— Non lo lascio mai — rispose lei seccamente. Proseguirono in silenzio finché non raggiunsero il suo grande, vecchio condominio, con la foresta di antenne televisive in disuso che spuntavano da ogni parte del tetto. Kathy frugò nella borsetta, trovò la chiave, e quindi aprì la porta della sua stanza.

Le luci erano accese. E, seduto sul divano ammuffito di fronte a loro, c’era un uomo di mezza età, con i capelli grigi e vestito di grigio. Un uomo robusto ma impeccabile, con il viso perfettamente rasato. Il suo aspetto era curato nei minimi particolari; sulla sua testa, ogni singolo capello pareva occupare il posto giusto.

Kathy balbettò: — Signor McNulty.

L’uomo si alzò e porse la destra a Jason. Jason, automaticamente, fece per stringerla.

— No — disse l’uomo. — Non voglio stringerle la mano. Voglio vedere i suoi documenti, quelli che lei ha falsificato. Me li dia.

Senza una parola, Jason gli passò il portafogli.

— Non li ha fatti lei — disse McNulty, dopo una breve ispezione. — A meno che non stia migliorando di brutto.

Jason rispose: — Alcune di quelle tessere le ho da anni.

— Ma no — mormorò McNulty. Restituì portafogli e documenti a Jason. — Chi gli ha messo addosso il microtras? Lei? — Si girò verso Kathy. — Ed?

— Ed — rispose Kathy.

— Dunque, dunque: vediamo cosa abbiamo qui — McNulty si mise a scrutare Jason come se gli stesse prendendo le misure per la bara. — Un uomo sulla quarantina, ben vestito, abito di taglio moderno. Scarpe costose, di vera pelle… Giusto, signor Tavern?

— È pelle di vacca — disse Jason.

— I documenti la identificano come musicista. Suona uno strumento?

— Canto.

— Allora canti qualcosa per noi — disse McNulty.

— Vada all’inferno — ribatté Jason, e riuscì a controllare il ritmo del respiro. Le parole uscirono esattamente con il tono che voleva.

McNulty disse a Kathy: — Non sembra spaventato. Sa chi sono?

— Sì — rispose Kathy. — Gliel’ho detto.

— Gli ha detto di Jack? — McNulty poi si rivolse a Jason. — Non c’è nessun Jack. Lei ne è convinta, ma è un’illusione psicotica. Suo marito è morto tre anni fa in un incidente con il trabi. Non è mai stato in un campo di lavori forzati.

— Jack è ancora vivo — disse Kathy.

— Visto? — continuò McNulty rivolgendosi a Jason. — Si è adattata piuttosto bene al mondo esterno, a parte questa idea fissa che non la lascerà mai. Se la porterà dietro per il resto della vita. — Scrollò le spalle. — È un’idea innocua e serve benissimo ai nostri scopi. Quindi non abbiamo neanche provato a farla curare.

Kathy si era messa a piangere, in silenzio. Grandi lacrime le scendevano dalle guance e cadevano a goccioloni sulla camicetta. Delle macchie apparvero qua e là, erano dei grossi cerchi scuri.

— Tra un paio di giorni parlerò con Ed Pracim — disse McNulty. — Gli chiederò perché le ha messo addosso un microtras. Ha delle intuizioni felici, a volte. — Rifletté. — Tenga presente che i documenti nel suo portafogli sono riproduzioni di originali archiviati in diverse banche dati centrali su tutto il pianeta. Sono copie a posto, ma forse mi verrà voglia di controllare gli originali. Speriamo siano in ordine come le copie che lei ha con sé.

Kathy disse, con un filo di voce: — Ma è una procedura insolita. Statisticamente…

— In questo caso — rispose McNulty, — penso che valga la pena tentare.

— Perché? — chiese Kathy.

— Perché non pensiamo che lei ci consegni tutti quanti.

Mezz’ora fa, questo signor Tavern ha superato un punto mobile di controllo. L’abbiamo seguito servendoci del microtras. E i suoi documenti mi sembrano in ordine. Ma Ed dice…

— Ed beve — intervenne Kathy.

— Ma su di lui possiamo fare affidamento. — McNulty sorrise: un raggio di sole professionale nella stanza squallida. — Su di lei, invece, no. Non del tutto.

Jason prese la sua tessera del servizio militare, accarezzò la piccola foto quadridimensionale del suo profilo. E la foto disse, pronunciando le parole con voce metallica: — E adesso, vacca miseria?

— Come si può falsificare una cosa del genere? — chiese Jason. — È il tono di voce che avevo dieci anni fa, quando ho fatto il naz di leva.

— Ne dubito. — McNulty controllò l’orologio. — Le devo qualcosa, signorina Nelson? O per questa settimana siamo a posto?

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