L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
Altri si unirono sul secondo verso, fino a quando non cantarono tutti, anche Ihvon. E Faile. Non Perrin naturalmente, gli era stato detto fin troppo spesso che gracchiava come un rospo quando cantava. Alcuni cominciarono addirittura a camminare a passo con la musica.
Perrin scosse il capo. Il giorno prima erano stati pronti a fuggire e nascondersi. Oggi cantavano di una battaglia che si era svolta così tanto tempo fa che non aveva lasciato altro ricordo nei Fiumi Gemelli se non questa canzone. Forse stavano diventando soldati. Avrebbero dovuto, a meno che non fosse riuscito a chiudere le Porte delle Vie.
Le fattorie incominciarono ad apparire più spesso, raggruppate, fino a quando si trovarono a viaggiare lungo una strada di terra battuta fra i campi recintati da siepi o bassi muretti rozzi. Fattorie abbandonate. Nessuno qui era rimasto attaccato alla terra.
Giunsero alla Vecchia Strada, che procedeva a nord del Fiume Bianco, il Manetherendrelle, attraverso Deven Ride fino a Emond’s Field, e infine iniziò a vedere pecore nei pascoli, grandi gruppi come se fossero una dozzina di greggi riuniti assieme, con dieci pastori dove una volta ce ne sarebbe stato uno e la metà di loro uomini cresciuti. I pastori armati di arco li guardarono passare, cantando a squarciagola, senza sapere esattamente cosa fare.
Perrin non sapeva cosa pensare a quella prima vista di Emond’s Field e nemmeno gli altri uomini dei Fiumi Gemelli, a giudicare dal modo in cui la canzone tentennò e si estinse.
Gli alberi, i recinti e le siepi più vicini al villaggio erano semplicemente spariti, eliminati. Le case più occidentali di Emond’s Field una volta sorgevano fra gli alberi ai margini del Bosco Occidentale. Le querce e le ericacee fra le case erano rimaste, ma il margine della foresta si trovava a cinquecento passi di distanza, il lancio di un arco lungo, e le asce risuonavano mentre gli uomini ne abbattevano una ulteriore porzione. C’erano file su file di pali ad altezza di vita affondati nel terreno ad angolo, che circondavano il villaggio leggermente oltre le abitazioni e presentavano un bordo continuo di punte acuminate, tranne dove passava la strada. A intervalli dietro ai pali gli uomini stavano di sentinella, alcuni indossavano parti di vecchie armature o vesti di pelle coperte di dischi arrugginiti di metallo, alni con dei vecchi elmetti di metallo ammaccato, lance per la caccia al cinghiale, alabarde recuperate dalle cantine, o ancora degli uncini sistemati su lunghi pali. Altri uomini e ragazzi stavano su alcuni dei tetti di paglia con gli archi pronti. Si alzarono quando videro arrivare Perrin con gli altri e gridarono a quelli che stavano dabbasso.
Accanto alla strada dietro i pali c’era un marchingegno di legno e spessa corda ritorta, con vicino un mucchio di pietre accatastate più grosse della testa di un uomo. Ihvon notò che Perrin aggrottava le sopracciglia man mano che si avvicinavano. «Una catapulta» spiegò il Custode. «Sei fino a ora. I vostri falegnami hanno saputo cosa fare una volta che Tomas e io glielo abbiamo mostrato. I pali terranno indietro le cariche dei Trolloc, dei Manti Bianchi, o entrambi.» Sembrava che stesse parlando dell’eventualità di altra pioggia.
«Ti ho detto che il tuo villaggio si stava preparando a difendersi.» Faile sembrava molto orgogliosa, come se fosse il suo villaggio. «Gente dura, per una terra così morbida. Sembrano quasi abitanti della Saldea. Moiraine dice sempre che il sangue del Manetheren scorre ancora forte, qui.»
Perrin poté solamente scuotere il capo.
Le strade di terra battuta erano quasi abbastanza affollate da sembrare una città, gli spazi fra le case erano pieni di carri e calessi, dalle porte e le finestre aperte poteva vedere altra gente. La folla si aprì davanti a Ihvon e gli Aiel, un brusio di sussurri li accompagnò lungo il loro percorso.
«È Perrin Occhidoro.»
«Perrin Occhidoro.»
«Perrin Occhidoro.»
Voleva che non lo facessero. Questa gente lo conosceva, almeno alcuni di loro. Cosa pensavano di fare? C’era Neysa Ayellin dal volto equino, che lo aveva sculacciato quando aveva dieci anni, quella volta che Mat lo convinse a rubare una delle sue torte di ribes. E c’era Cilia Cole, con gli occhi grandi e le guance rosa, la prima ragazza che aveva baciato e ancora gradevolmente paffuta; Pel Aydaer, con la pipa e la testa calva, che aveva insegnato a Perrin a prendere le trote con le mani, Daise Congar in persona, una donna alta e grossa che faceva sembrare delicata Alsbet Luhan, con il marito Wit, un uomo magro eclissato come sempre dalla moglie. Tutti lo fissavano e mormoravano agli altri che potevano non sapere chi fosse. Quando il vecchio Cenn Buie sollevò un ragazzino sulle spalle, indicando Perrin e parlando entusiasta al piccolo, Perrin gemette. Erano tutti impazziti.
La gente del villaggio seguiva e affiancava Perrin e gli altri, in una parata che trasportava un torrente di mormorii. Le galline correvano da tutte le parti fra i piedi delle persone. Vitelli e maiali gridavano in recinti dietro le case e gareggiavano con il rumore degli esseri umani. Le pecore affollavano il prato comune e le mucche da latte bianche e nere brucavano l’erba in compagnia di uno stormo di oche grigie e bianche.
Al centro del prato si ergeva un alto palo, una bandiera bianca bordata di rosso sventolava pigramente sulla cima, mostrando una testa rossa di lupo. Perrin guardò Faile, ma la ragazza scosse il capo, sorpresa quanto lui.
«Un simbolo.»
Perrin non aveva sentito Verin avvicinarsi, ma adesso sentiva sussurrare «Aes Sedai» attorno alla donna. Ihvon non sembrava sorpreso. La gente la fissava con occhi pieni di riverenza.
«Il popolo ha bisogno di simboli» proseguì Verin, appoggiando una mano sulla spalla di Stepper. «Quando Alanna ha detto ad alcuni abitanti del villaggio quanto i Trolloc temano i lupi, tutti hanno pensato che questa bandiera fosse una grande idea. Non ti sembra, Perrin?» La voce della donna era asciutta. Lo guardava con occhi scuri che assomigliavano a quelli di un uccello. Un uccello che guardava un verme?
«Mi chiedo cosa ne penserà la regina Morgase» osservò Faile. «Questa terra è parte di Andor. Le regine di rado apprezzano strane bandiere alzate nei loro reami.»
«Questo posto non è altro che delle righe su una mappa» le rispose Perrin. Era bello stare fermo, il pulsare che proveniva dal moncone di freccia sembrava essere leggermente diminuito. «Non sapevo nemmeno che facessimo parte di Andor fino a quando non sono andato a Caemlyn. Dubito che qui lo sappiano in molti.»
«I governanti hanno la tendenza a credere alle mappe, Perrin.» Non c’era dubbio sulla durezza della voce di Faile. «Quando ero bambina c’erano parti della Saldea che non avevano visto un esattore per cinque generazioni. Una volta che papà poté distogliere l’attenzione dalla Macchia per un po’, Tenobia volle accertarsi che sapessero chi fosse la loro regina.»
«Questi sono i Fiumi Gemelli» le rispose sorridendo «non la Saldea.» Non sembravano molto ardenti in Saldea. Mentre si voltava verso Verin il sorriso divenne uno sguardo corrucciato. «Credevo che tu stessi... nascondendo la tua identità.» Perrin non sapeva dire cosa lo disturbasse maggiormente, le Aes Sedai lì in segreto, o le Aes Sedai che si mostravano apertamente.
La mano della Aes Sedai si librò vicino al moncone di freccia che spuntava dal fianco di Perrin. Qualcosa formicolò attorno alla ferita.
«Oh, non va bene» mormorò. «Incastrata in una costola e con l’infezione malgrado l’impiastro. Credo che abbia bisogno di Alanna.» Batté le palpebre e ritirò la mano, e anche il formicolio scomparve. «Cosa? Nascondermi? Con tutto quello che è stato smosso qui difficilmente potremmo rimanere nascoste. Immagino che avremmo potuto... andare via. Non vuoi questo, vero?» E di nuovo gli rivolse quello sguardo acuto, intento, come quello degli uccelli.