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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Con un sorriso privo di divertimento uscì dal sogno dei lupi dicendosi di svegliarsi e...

... Faile gli si strinse al collo e gli mordicchiò la barba con piccoli denti bianchi, mentre i violini dei Calderai suonavano un qualche motivo scatenato attorno ai fuochi del campo. La polvere di Ila, pensò. Non posso svegliarmi! La consapevolezza che si trattava di un sogno svanì. Ridendo prese Faile fra le braccia e la portò nell’ombra, dove l’erba era morbida.

Il risveglio fu un processo lento avvolto attorno al dolore torpido che gli devastava il fianco. Dalle piccole finestre filtrava la luce del giorno. Forte. Era mattina. Cercò di sedersi e ricadde all’indietro con un gemito.

Faile balzò da uno sgabello, gli occhi scuri sembravano quelli di chi non aveva dormito. «Stai fermo» lo apostrofò. «Ti sei agitato abbastanza nel sonno. Non ti ho tenuto fermo impedendoti di far affondare quella cosa del tutto solo per vederti farlo adesso da sveglio.» Ihvon era appoggiato alla soglia della porta come una lama scura.

«Aiutami a tirarmi su» disse Perrin. Parlare gli faceva male, ma anche respirare, e doveva parlare. «Devo andare sulle montagne. Alle Porte delle Vie.»

Faile gli appoggiò una mano sulla fronte, preoccupata. «Non ha la febbre» mormorò. Quindi aggiunse più forte: «Andrai a Emond’s Field, dove una delle Aes Sedai potrà guarirti. Non ti ammazzerai cercando di cavalcare sulle montagne trafitto da una freccia. Hai capito? Se sento solo un’altra parola sulle montagne o le Porte delle Vie chiederò a Da di preparare qualche intruglio per farti dormire ancora e viaggerai su una barella. E forse è proprio ciò che dovresti fare in ogni caso.»

«I Trolloc, Faile! Le Porte delle Vie sono nuovamente aperte! Devo fermarli!»

La donna non esitò neppure, prima di scuotere il capo. «Non puoi fare nulla nello stato in cui ti trovi. Per te c’è solamente Emond’s Field.»

«Ma...»

«Non dirmi ma, Perrin Aybara. Non aggiungere un’altra parola.» Perrin digrignò i denti. La cosa peggiore era che aveva ragione. Se da solo non riusciva nemmeno a uscire dal letto, come avrebbe fatto a rimanere in sella fino a Manetheren? «Emond’s Field» concluse gentilmente Perrin, ma Faile ancora tirava su con il naso e borbottava qualcosa come «testardo». Cosa voleva? Sono stato maledettamente gentile, che sia folgorata per quanto è ostinata!

«Per cui ci saranno altri Trolloc» intervenne Ihvon pensieroso. Non chiese come facesse Perrin a saperlo. Poi scosse il capo come per congedare l’idea dei Trolloc. «Avviserò gli altri che sei sveglio.» Scivolò fuori chiudendosi la porta alle spalle.

«Sono il solo che vede il pericolo?» brontolò Perrin.

«Io vedo che sei trafitto da una freccia» fu la risposta di Faile. La menzione gli ricordò il dolore e represse un gemito. Faile annuì soddisfatta. Soddisfatta!

Perrin voleva alzarsi e partire immediatamente, prima veniva guarito e prima avrebbe potuto chiudere di nuovo le Porte delle Vie, stavolta per sempre. Faile insisté nel volergli dare la colazione, un brodo denso con verdure passate che andava bene per un bambino sdentato, un cucchiaio alla volta, fermandosi per pulirgli il mento. Non voleva lasciare che lo facesse da solo, e ogni volta che Perrin protestava o le chiedeva di andare più veloce, lo bloccava infilandogli in bocca un cucchiaio di quella pappa. Non lasciava nemmeno che si lavasse il viso. Quando arrivò al punto di pettinargli capelli e barba Perrin si era rassegnato a un dignitoso silenzio.

«Sei carino quando sei imbronciato» osservò Faile, stringendogli il naso!

La, che quella mattina indossava una blusa verde e una gonna azzurra, salì sul carro con la giubba e la camicia di Perrin, entrambe pulite e rammendate. Suo malgrado dovette lasciare che le due donne lo aiutassero a indossare gli indumenti, mettendolo a sedere prima di vestirlo, la giubba sbottonata e la camicia fuori dai pantaloni, ma avvolta attorno al moncone della freccia.

«Grazie Ila» disse Perrin toccando il bel rammendo. «È un lavoro molto accurato.»

«Lo è» concordò la donna. «Faile ha un tocco abile con l’ago.»

Faile arrossì e Perrin sorrise, ripensando con quanta fierezza la ragazza lo aveva apostrofato che non avrebbe mai rammendato i suoi abiti. Un bagliore negli occhi di Faile fece in modo che Perrin trattenesse la lingua. A volte il silenzio era la scelta più saggia. «Grazie, Faile» fu quanto Perrin disse. Faile divenne anche più rossa.

Una volta che fu in piedi raggiunse facilmente la porta, ma dovette lasciare che le donne lo sostenessero per scendere i gradini di legno. Almeno i cavalli erano sellati e tutti i ragazzi dei Fiumi Gemelli riuniti, con gli archi a tracolla. Con i volti e gli abiti puliti e solo alcune bende in vista.

Una notte con i Tuatha’an era chiaramente stata positiva per gli spiriti dei ragazzi, anche per quelli che ancora non sembravano in grado di fare cento passi. La stanchezza che avevano in volto il giorno prima adesso era solamente un’ombra. Wil aveva entrambe le braccia attorno a due ragazze dei Calderai dagli occhi grandi e Bran Lewin, con il suo naso e le bende attorno alla testa che facevano stare dritti i capelli scuri, teneva per mano un’altra ragazza che sorrideva timidamente. La maggior parte degli altri ragazzi aveva in mano ciotole di denso passato di verdure e mangiava.

«È buona, Perrin» esordì Dannil, porgendo la ciotola vuota a una donna dei Calderai. Fece un cenno come a chiedere al ragazzo allampanato se ne voleva altra, il quale scosse il capo, ma disse: «Non penso che ne avrò mai abbastanza, e tu?»

«Io sono sazio» rispose Perrin irritato. Verdure passate e brodo.

«Le Calderaie ieri hanno ballato» raccontò il cugino di Dannil, Tell, con gli occhi sgranati. «Tutte le donne nubili e alcune di quelle sposate! Avresti dovuto vedere, Perrin.»

«Ho già visto ballare le Calderaie, Tell.»

A quanto pareva non aveva eliminato dal tono di voce il sentimento che aveva provato vedendole, perché Faile aggiunse asciutta: «Hai visto la tiganza, vero? Se ti comporti bene un giorno potrei danzare la sa’sara per te e mostrarti sul serio cos’è una danza.» Ha esclamò qualcosa quando riconobbe il nome della danza e Faile arrossì anche più di prima.

Perrin si umettò le labbra. Se questa sa’sara gli avesse fatto pulsare il cuore più di quanto faceva questa danza delle Calderaie tutta movimenti di fianchi — l’aveva chiamata tiganza? — gli sarebbe piaciuto senz’altro vedere Faile che la danzava. Fece attenzione a non guardarla.

Arrivò Raen, con la stessa giubba verde brillante e i pantaloni rossi più di qualsiasi rosso che Perrin avesse mai visto prima. La combinazione gli faceva venire il mal di testa. «Per due volte sei venuto ai nostri fuochi, Perrin, e per la seconda volta te ne vai senza festa di addio. Devi ritornare presto per poter rimediare.»

Si allontanò da Faile e Ila — almeno poteva restare in piedi da solo — e appoggiò una mano sulla spalla dell’uomo. «Vieni con noi, Raen. Nessuno a Emond’s Field ti farà del male. Nel peggiore dei casi sarà più sicuro che qua fuori con i Trolloc.»

Raen esitò, quindi si riscosse borbottando. «Non capisco nemmeno come puoi pensare anche solo di farmi prendere in considerazione certe cose.» Voltandosi gridò. «Gente, Perrin ci ha chiesto di andare con lui nel suo villaggio, dove saremo al sicuro dai Trolloc. Chi desidera andare?» Volti turbati lo fissarono. Alcune donne fecero avvicinare i bambini, che si nascosero fra le gonne, come se la sola idea li spaventasse. «Vedi, Perrin?» rispose Raen. «Per noi la salvezza risiede nel movimento, non nel fermarci in un villaggio. Ti garantisco che non rimarremo mai due giorni nello stesso posto, e viaggeremo tutto il giorno prima di fermarci nuovamente.»

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