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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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«Suppongo che tu sia lady Bashere di qualcosa?» ribatté Perrin. «Come è mai possibile che ti sia piaciuto un semplice fabbro?»

«Il mondo è amore, Perrin Aybara.» La fermezza nella voce di Faile era alla pari con la gentilezza con cui gli tamponava la fronte. «E non credo che tu sia un fabbro tanto comune.» Fece una pausa. «Perrin, cosa intendeva quel tizio con correre con i lupi? Anche Raen ha menzionato quest’Elyas.»

Per un momento Perrin rimase di ghiaccio, senza respiro. L’aveva appena rimproverata per avergli tenuto nascosto qualcosa. Era il risultato della fretta e della rabbia. Martella con la fretta e prima poi ti colpisci un dito. Espirò lentamente e le spiegò tutto. Come aveva incontrato Elyas Machera e come aveva imparato che poteva comunicare con i lupi. Del cambio di colore degli occhi, la vista più acuta, come l’udito e l’olfatto, proprio come i lupi. Le raccontò del mondo dei sogni dei lupi e di quanto gli sarebbe accaduto se avesse perso l’aggancio con l’umanità. «A volte è così facile, specialmente nei sogni, dimentico di essere un uomo, non un lupo. Se una di queste volte non dovessi ricordarmi abbastanza velocemente, perderei la presa e diventerei un lupo. Almeno nella mia mente. Una specie di immagine incompleta di un lupo. Di me non resterebbe nulla.» Si fermò aspettandosi di vederla indietreggiare e andare via.

«Se il tuo udito è davvero così buono» disse con calma «dovrò fare attenzione a quello che dico nelle tue vicinanze.»

Perrin le bloccò la mano che lo tamponava. «Sei stata a sentire mentre parlavo? Cosa penserebbero tuo padre e tua madre? Un fabbro mezzo lupo. Tu sei una lady! Luce!»

«Ho sentito ogni parola. Papà approverebbe. Ha sempre sostenuto che il sangue della nostra famiglia si sta indebolendo, che non è più come ai vecchi tempi. So che pensa che io sia terribilmente tenera.» Sorrise a Perrin con una fierezza degna di qualsiasi lupo. «Naturalmente mia madre ha sempre voluto che sposassi un re che spezzi i Trolloc in due con un colpo di spada. Immagino che la tua ascia andrà ugualmente bene, ma potresti dirle che sei il re dei lupi. Non credo che nessuno si farà avanti per discutere la tua pretesa al trono. In verità credo che lo spaccare i Trolloc in due funzionerà maggiormente su mamma, ma penso che le piacerà molto anche l’altra cosa.»

«Luce!» esclamò rauco. Sembrava quasi sena. No, era seria. Se anche fosse stata solo parzialmente seria, non era certo che sarebbe stato peggio incontrare i Trolloc che i suoi genitori.

«Qua» disse Faile portandogli la tazza d’acqua alle labbra. «Mi sembra che tu abbia la gola secca.» Deglutendo Perrin sputò al sapore amaro. Vi aveva aggiunto la povere di Ila! Cercò di fermarla, ma Faile gli riempì la bocca e a quel punto era una questione di deglutire o strozzarsi. Quando riuscì a spingere via la tazza, ormai gliene aveva fatta bere la metà. Perché le medicine dovevano sempre essere così cattive? Sospettò che le donne lo facessero di proposito. Avrebbe scommesso che l’acqua che bevevano loro non aveva quel sapore. «Ti ho detto che non volevo quella roba, che schifo!»

«Davvero? Allora non ho sentito. Ma che tu lo voglia o no, devi dormire.» Gli accarezzò i capelli ricci. «Dormi, mio Perrin.»

Perrin cercò di ribadire che glielo aveva detto e che lei aveva sentito, ma le parole sembravano annodarsi attorno alla lingua. Gli occhi volevano chiudersi. In realtà non riusciva a tenerli aperti. L’ultima cosa che sentì furono i delicati mormorii di Faile.

«Dormi, mio re dei lupi. Dormi.»

42

Una foglia mancante

Perrin stava in piedi vicino ai carri dei Tuatha’an sotto al sole splendente, da solo, nel fianco non aveva alcuna freccia e nemmeno dolore. Fra i carri era accatastata della legna da ardere pronta per essere accesa sotto alle pentole di ferro appese ai tripodi. I panni erano stesi ai fili ma non c’erano persone o cavalli. Perrin non indossava camicia e giubba, ma il lungo grembiule di cuoio da fabbro che gli lasciava scoperte le braccia. Poteva trattarsi di un qualsiasi sogno, ma era consapevole che si trattava di un sogno. Inoltre conosceva la sensazione del mondo dei sogni dei lupi, la sua realtà e solidità, dall’erba alta attorno agli stivali alla brezza occidentale che gli arruffava i capelli ricci, fino agli abeti sparsi e le cicute. I carri sgargianti dei Calderai non sembravano veri, ma piuttosto inconsistenti, emanavano la sensazione che potevano svanire di colpo con un tremito. Calderai. Nessun terreno poteva trattenerli.

Chiedendosi quanto fosse attaccato lui alla terra, appoggiò una mano sull’ascia e guardò in basso sorpreso. Appeso al gancio della cintura c’era il pesante martello da fabbro, non l’ascia. Aggrottò la fronte. Quella sarebbe stata la sua scelta di una volta, aveva anche pensato di averlo fatto, ma adesso no. L’ascia. Aveva scelto l’ascia. La testa del martello divenne d’improvviso una lama a mezza luna chiodata, quindi lampeggiò per ritornare un solido cilindro di freddo acciaio, passando dall’una all’altra forma. Alla fine rimase ferma in quella dell’ascia e Perrin tirò un sospiro di sollievo. Questa cosa non era mai accaduta prima. Qui poteva facilmente cambiare gli oggetti e le situazioni come voleva, almeno quelle che riguardavano lui. «E io voglio l’ascia» disse con fermezza. «L’ascia.»

Guardandosi attorno vide una sola fattoria a sud e dei daini che brucavano l’erba, circondati da un rozzo muretto di pietra. Non c’era la sensazione dei lupi e non stava chiamando Hopper. Il lupo poteva o non poteva venire, forse nemmeno sentire, ma l’Assassino poteva benissimo essere là fuori da qualche parte. Sentì il peso di una faretra piena di frecce dal lato opposto all’ascia e si ritrovò in mano un solido arco lungo con una freccia incoccata. L’avambraccio era protetto da una copertura di cuoio. Nulla si muoveva tranne i daini. «Non credo che mi sveglierò presto» si disse. Qualunque cosa fosse la mistura che Faile gli aveva propinato, lo aveva completamente messo fuori uso. Si ricordava chiaramente la scena come se l’avesse osservata da dietro le spalle. «Me l’ha fatta bere come se fossi un ragazzino» gridò. «Donne!»

Fece uno di quei lunghi passi — la terra si sfocò attorno a lui — e avanzò nella fattoria. C’erano due o tre galline che correvano selvaggiamente. L’ovile dal muretto di pietra era vuoto e i due granai dal tetto di paglia erano chiusi. Malgrado alle finestre ci fossero ancora le tendine, l’edificio di due piani sembrava vuoto. Se questo era un vero riflesso del mondo reale — e il mondo dei sogni dei lupi di solito lo era, anche se in modo insolito — la gente qui era andata via da giorni. Faile aveva ragione, i suoi avvisi si erano estesi oltre i luoghi che aveva visitato.

«Faile» mormorò dubbioso. Figlia di un lord. No, non solamente un lord. Tre volte lord, generale e zio di una regina. «Luce, allora lei è la cugina di una regina!» E ama un semplice fabbro. Le donne a volte sono meravigliosamente strane.

Nel tentativo di controllare quanto si fosse sparsa la voce, zigzagò ben oltre Deven Ride, due o tre chilometri per passo, ritornando indietro e incrociando il proprio cammino. Quasi tutte le fattorie che vide erano vuote, meno di una su cinque mostrava segni di vita, porte o finestre aperte, bucato steso fuori, bambole, altalene o cavalli a dondolo di legno davanti all’entrata. I giocattoli in particolar modo gli facevano stringere il cuore. Anche se non credevano ai suoi avvisi, certamente c’erano in giro abbastanza fattorie incendiate a dimostrare la stessa cosa, mucchi di legno bruciato, camini neri di fuliggine come dita mortali.

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