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La lama dei sogni

Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:

Elayne si ritrova invischiata nella lotta per la successione al trono di Andor, ma le Sorelle dell’Ajah Nera che si nascondono a Caemlyn sono pronte a far scattare su di lei una trappola mortale, mentre Egwene, caduta nelle mani delle Aes Sedai e ridotta al rango di novizia, non può far altro che sopportare con tenacia le punizioni inflitte per tentare di sgretolare dall’interno il controllo che Elaida esercita sulla Torre Bianca e gli intrighi delle Sorelle. Intanto Rand al’Thor, il Drago Rinato, impegnato nei preparativi per una tregua con i Seanchan, deve vedersela con i Reietti che cercano in ogni modo di ostacolarlo. Mat e Tuon, al seguito della carovana di Valan Luca, sono diretti al confine del territorio controllato dai Seanchan; la giovane Figlia delle Nove Lune è sul punto di completare la formula di nozze, ma sta per essere raggiunta da un’inattesa e sconvolgente notizia da Ebou Dar. Allo stesso tempo Perrin, dopo l’inaspettata alleanza con i Seanchan, si reca a Malden per sconfiggere gli Shaido e liberare l’amata Faile, intenta a pianificare la fuga dalla prigionia. Questi e altri coinvolgenti avvenimenti si intrecciano a nuovi e imprevedibili eventi corali che annunciano come Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, sia ormai alle porte...
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«Oggi non uccideremo nessuno tranne gli Shaido» disse Perrin con fermezza. Gallenne mugugnò, ma non tentò di discutere. Puzzava di malcontento, però. Proteggere Berelain avrebbe tenuto le Guardie Alate lontano dai combattimenti.

Sulla sinistra comparve un bagliore bluastro, attenuato dalla foschia densa, e la tensione nelle spalle di Perrin si allentò. Grady apparve nella nebbia, scrutandosi attorno. Il suo passo si fece più rapido quando vide Perrin, ma era instabile. Un altro uomo era con lui, conducendo un cavallo alto e scuro. Perrin sorrise per la prima volta da parecchio tempo.

«È bello vederti, Tam» disse.

«E bello vedere anche te, mio signore.» Tam al’Thor era ancora un uomo robusto che pareva pronto a lavorare dall’alba al tramonto senza rallentare, ma i capelli sulla sua testa erano diventati completamente grigi dall’ultima volta che Perrin l’aveva visto e aveva qualche altra ruga sul suo volto schietto. Osservò Arganda e Gallenne con sguardo termo. Le armature ornate non lo impressionavano.

«Come va, Grady?» chiese Perrin.

«Va, mio signore.» La voce di quell’uomo col volto segnato dalle intemperie era esausta. Messa in ombra dalla nebbia, la sua faccia pareva più vecchia di quella di Tam.

«Be’, non appena avrai finito qui, unisciti a Mishima. Voglio qualcuno che lo tenga d’occhio. Qualcuno che lo renda troppo nervoso per pensare che possono cambiare quanto pattuito.» Gli sarebbe piaciuto dire a Grady di legare quel passaggio. Sarebbe stato un modo rapido per riportare Faile nei Fiumi Gemelli. Ma se le cose fossero andate storte, sarebbe stato anche una strada veloce per gli Shaido.

«Non so se in questo momento riuscirei a rendere nervoso un gatto, mio signore, ma farò quello che posso.»

Accigliandosi, Tam osservò Grady svanire in quello scuro grigiore. «Vorrei aver avuto qualche altro modo per venire qui» disse. «Tipi come lui hanno fatto visita ai Fiumi Gemelli un po’ di tempo fa. Uno si faceva chiamare Mazrim Taim, un nome che tutti avevano udito. Un falso Drago. Solo che ora indossa una giubba nera con un ricamo elegante e si fa chiamare il M’Hael. Parlavano ovunque di insegnare agli uomini a incanalare, di questa Torre Nera.» Soppesò le parole con amarezza. «I Consigli dei Villaggi hanno cercato di metterci un freno, così come i Circoli delle Donne, ma hanno finito per prendere oltre quaranta uomini e ragazzi con sé. Grazie alla Luce alcuni hanno dato retta al buonsenso, oppure penso che ne avrebbero presi dieci volte tanto.» Il suo sguardo si spostò su Perrin. «Taim dice che l’ha mandato Rand. Dice che Rand è il Drago Rinato.» C’era un accenno di domanda in questo, forse una speranza di una smentita, forse un’esigenza di sapere perché Perrin non aveva detto nulla.

Quei colori turbinarono nella testa di Perrin, ma lui li scacciò via e rispose senza rispondere. Quello che era era. «Non c’è nulla da fare al riguardo, Tam.» Stando a Grady e a Neald, la Torre Nera non lasciava semplicemente andare i suoi uomini una volta arruolati.

La tristezza si fece strada nell’odore di Tam, anche se lui non lasciò trasparire nulla sul suo volto. Conosceva il fato degli uomini in grado di incanalare. Grady e Neald affermavano che la metà maschile della Fonte era pulita ora, ma Perrin non riusciva a capire come potesse essere. Quello che era... era. Facevi il lavoro che ti era assegnato, seguivi la strada che dovevi seguire e basta. Non c’era scopo di lamentarsi per le vesciche o le rocce sotto i piedi.

Perrin proseguì. «Questo è Bertain Gallenne, lord capitano delle Guardie Alate, e Gerard Arganda, primo capitano della Legione delle Mura.» Arganda si strinse nelle spalle a disagio. Quel nome portava con sé del peso politico a Ghealdan, e a quanto pare Alliandre non sì era sentita abbastanza forte da annunciare che stava ricostituendo la Legione. Balwer aveva un naso per scovare i segreti, però. Questo avrebbe assicurato che Arganda non se ne andasse per conto suo a cercare di raggiungere la sua regina. «Gallenne, Arganda, questo è Tam al’Thor. È il mio Primo capitano. Tam, hai studiato la mappa e il mio piano?»

«Li ho studiati, mio signore» disse Tamin tono asciutto. Ma certo che lo avrebbe fatto. «Mi sembra un buon piano. Buono quanto qualsiasi altro finché le frecce non cominciano a volare.»

Arganda mise uno stivale nella staffa del suo roano. «Finché lui è il tuo Primo capitano, mio signore, io non ho obiezioni.» Ne aveva avute in abbondanza prima. Né lui né Gallenne erano stati lieti che Perrin stesse mettendo qualcuno sopra di loro.

Dalla cima del pendio provenne l’acuto grido d’allarme di un uccello mimo dalle ali nere. Solo uno. Se fosse stato un uccello vero, il richiamo sarebbe stato ripetuto.

Perrin si inerpicò su per il pendio più veloce che poteva. Arganda e Gallenne lo superarono sui loro destrieri, ma si divisero per cavalcare verso i rispettivi uomini, scomparendo nella densa foschia grigia. Perrin continuò fino alla sommità e oltre. Dannil era in piedi quasi ai margini della nebbia, scrutando verso l’accampamento degli Shaido. Indicò, ma la ragione dell’allarme era evidente. Un grosso gruppo di algai’d’siswai stava lasciando le tende, forse quattrocento o più. Gli Shaido mandavano in giro di frequente squadre di razziatori, ma questa puntava dritto verso Perrin. Stavano solo camminando, ma non ci avrebbero messo molto a raggiungere la sporgenza.

«È tempo di lasciare che ci vedano, Dannil» disse lui, slacciandosi il mantello e drappeggiandolo sopra un basso cespuglio. Sarebbe tornato a prenderlo più tardi. Se avesse potuto. Ora gli sarebbe solo stato d’impaccio. Dannil accennò un inchino prima di precipitarsi di nuovo fra gli alberi quando Aram apparve, la spada già in mano. Odorava impaziente. Perrin mise in tasca con attenzione la spilla del mantello. Gliel’aveva data Faile. Non voleva perderla. Le sue dita trovarono la corda di cuoio a cui aveva fatto un nodo per ogni giorno della sua prigionia. Tirandola fuori, la lasciò cadere per terra senza degnarla di un’occhiata. Quella mattina aveva visto l’ultimo nodo. Infilandosi i pollici dietro l’ampia cintura che sorreggeva i Martello e pugnale, uscì dalla nebbia. Aram avanzò in punta di piedi, già in una delle sue posizioni di spada. Perrin si limitò a camminare. Aveva negli occhi il sole mattutino, già a metà strada verso il suo picco di mezzogiorno. Aveva riflettuto se prendere la sporgenza orientale e posizionare lì gli uomini di Masema, ma avrebbe voluto dire una distanza maggiore per raggiungere i cancelli cittadini. Una ragione sciocca, eppure quei cancelli lo attiravano come un magnete con la limatura di ferro. Allentò il suo martello nell’anello alla cintura, così come il pugnale. Quello aveva una lama lunga quanto la sua mano.

La comparsa di due uomini, che apparentemente camminavano oziosi verso di loro, fu sufficiente a far arrestare gli Shaido. Be’, forse non così oziosi, considerando la spada di Aram. Gli Shaido sarebbero dovuti essere ciechi per non vedere il bagliore del sole sulla sua lunga lama. Di sicuro si stavano chiedendo se stavano osservando dei pazzi. A metà strada lungo il pendio, Perrin si fermò.

«Rilassati» disse ad Aram. «Ti stancherai a quel modo.»

L’altro uomo annuì senza distogliere gli occhi dagli Shaido e piantò i piedi in modo saldo. Il suo odore era quello di un cacciatore che inseguiva una preda pericolosa ed era determinato ad abbatterla.

Dopo un momento mezza dozzina degli Shaido si avviò verso di loro, lentamente. Non erano velali. Probabilmente speravano che lui e Aram non si sarebbero messi a correre dallo spavento. Fra le tende, la gente stava indicando i due folli sul pendio.

Il suono di stivali in corsa e di zoccoli e cavalli che sbuffavano lo indusse a guardarsi sopra la spalla. I Ghealdani di Arganda comparvero per primi dalla nebbia, nei loro elmi e pettorali bruniti, cavalcando dietro uno stendardo rosso svolazzante che recava le tre stelle d’argento a sei punte di Ghealdan, e poi le Guardie Alate nelle loro armature rosse dietro il falco dorato in campo azzurro di Mayene. Fra loro, Dannil iniziò a disporre su tre file gli uomini dei Fiumi Gemelli. Ognuno di essi portava un paio di faretre stracolme alla cintura e anche un fascio di frecce che conficcò di punta nel pendio prima di tagliare i legacci. Avevano le loro spade lunghe e corte, ma alabarde e altre armi ad asta erano state lasciate sui carretti. Uno di loro aveva portato lo stendardo con la testa di lupo rossa, ma l’asta venne conficcata sghemba nel terreno alle loro spalle. Non c’era nessuno disponibile per tenerlo. Anche Dannil portava un arco.

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