La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
«È tempo che vi avviate verso nord, mastro Gill» disse Perrin. «Una volta raggiunte le montagne, seguitele fino a incontrare la strada di Jehannah. Con un po’ di fortuna vi riprenderemo prima che raggiungiate le montagne, ma in caso contrario, manda i servitori di Alliandre a Jehannah, poi tu dirigiti a est attraverso il valico, quindi di nuovo a nord. Noi saremo dietro di voi il prima possibile.» Se il suo piano non fosse andato troppo storto. Per la Luce, era un fabbro, non un soldato. Ma perfino Tylee finalmente aveva convenuto che si trattava di un buon piano.
«Non lascerò questo posto finché non saprò che Maighdin è al sicuro» disse Lini alla nebbia, la sua voce come una lamina di ferro. «E lady Faile, naturalmente.»
Mastro Gill si sfregò una mano sopra la testa. «Mio signore, Lamgwin e io stavamo pensando che forse potremmo essere d’aiuto. Lady Faile significa molto per noi, e Maighdin... Maighdin è una dei nostri. So distinguere un’estremità di una spada dall’altra, e così Lamgwin.» Ne stava indossando una assicurata alla cintura che cingeva la sua mole, eppure se gli era capitato di maneggiare una spada negli ultimi vent’anni, Perrin se la sarebbe mangiala tutta, quella cinta. La stretta di Breane su Lamgwin si serrò, ma l’omone le diede una pacca sulla spalla e appoggiò l’altra mano sull’elsa di una spada corta. La nebbia oscurava il suo volto sfregiato e le nocche infossate. Era un rissaiolo da taverna, anche se era comunque un brav’uomo, ma non certo uno spadaccino. «Tu sei il mio shambayan, mastro Gill» disse Perrin con fermezza. «È compito tuo portare al sicuro carrettieri, stallieri e servitori. Tuo e di Lamgwin. Ora andate e provvedetevi.» L’uomo corpulento annuì con riluttanza. Breane emise un piccolo sospiro di sollievo quando Lamgwin si toccò la fronte con le nocche in segno di obbedienza. Perrin dubitava che l’uomo avesse potuto sentire quel sospiro, ma Lamgwin le mise un braccio attorno e mormorò parole di conforto.
Lini non fu così accondiscendente. Con la schiena rigida come una pertica, si rivolse di nuovo alla nebbia. «Non lascerò questo posto finché non saprò...»
Perrin batte le mani assieme con uno schiocco fragoroso, facendola sobbalzare e inducendola a guardarlo dalla sorpresa. «Tutto quello che puoi fare qui è prenderti la febbre per essere rimasta fuori all’umido. Quello e morire, se gli Shaido riescono a irrompere. Io porterò fuori Faile. Porterò fuori Maighdin e gli altri.» L’avrebbe fatto o sarebbe morto nel tentativo. Non c’era bisogno di dirlo, però, e c’era motivo per non farlo. Dovevano credere fin nelle ossa che lui li avrebbe seguiti con Faile e gli altri. «Anche tu andrai a nord, Lini. Faile si arrabbierebbe con me se permettessi che ti succedesse qualcosa. Mastro Gill, assicurati che venga con voi anche se dovessi legarla e ficcarla nel retro di un carretto.»
Mastro Gill sussultò, spiegazzando il suo cappello fra le mani. All’improvviso fiutò timore in lui, e pura indignazione in Lini. Il divertimento riempì l’odore di Lamgwin e lui si sfregò il naso come per nascondere un sorriso, ma stranamente anche quello di Breane era indignato. Be’, lui non aveva mai affermato di capire le donne. Se non riusciva a comprendere quella che aveva sposato, cosa che gli accadeva la metà del tempo, era improbabile che avrebbe mai capito il resto di loro.
Alla fine Lini salì davvero in cassetta accanto a un carrettiere senza dover essere costretta, anche se schiaffeggiò via la mano di mastro Gill quando lui cercò di aiutarla, e la fila di carretti cominciò ad avviarsi lenta verso nord tra la nebbia. Dietro uno di essi, carico delle tende e degli oggetti delle Sapienti, marciava un capannello di gai’shain biancovestiti, umili perfino ora, uomini e donne con i cappucci alzati e gli occhi bassi. Erano Shaido, presi a Cairhien, ed entro pochi mesi avrebbero messo da parte il bianco e sarebbero tornati al loro clan. Perrin li aveva fatti sorvegliare, con discrezione, malgrado le rassicurazioni delle Sapienti che avrebbero aderito al ji’e’toh per questo aspetto, nonostante ne avessero abbandonati molti altri, tuttavia sembrava che le Sapienti avessero ragione. Ammontavano ancora a diciassette. Nessuno aveva cercato di fuggire per avvisare gli Shaido oltre la sporgenza. Gli assali dei carretti erano stati ingrassati abbondantemente, ma alle sue orecchie stridevano e cigolavano ancora. Con un po’ di fortuna, lui e Faile li avrebbero raggiunti prima delle montagne.
Mentre le linee di cavalli in eccesso iniziavano a superarlo, su lunghe funi rette da stallieri in sella, una Fanciulla comparve fra la foschia procedendo lungo la fila di carretti. Lentamente si rivelò essere Sulin, con lo shoufa attorno al collo per lasciare in vista i suoi corti capelli bianchi e il velo nero che le pendeva davanti al petto. Un recente taglio lungo la guancia sinistra le avrebbe lasciato un’altra cicatrice in volto a meno che non avesse accettato la Guarigione da una delle Sorelle. Forse non l’avrebbe fatto. La Fanciulle sembravano avere un atteggiamento strano verso le apprendiste delle Sapienti, o forse si trattava solo del fatto che quelle apprendiste erano Aes Sedai. Consideravano perfino Annoura come un’apprendista anche se lei non lo era.
«Le sentinelle degli Shaido a nord sono morte, Perrin Aybara» disse. «E gli uomini che avrebbero dato loro il cambio. Hanno danzato bene, per degli Shaido.»
«Avete subito perdite?» chiese lui piano.
«Elienda e Briain si sono svegliate dal sogno.» Era come se parlasse del tempo, e non della morte di due donne che conosceva, «lutti dobbiamo svegliarci prima o poi. Abbiamo dovuto trasportare Aviellin per le ultime due miglia. Le servirà la Guarigione.» Dunque. L’avrebbe accettata.
«Manderò una delle Aes Sedai con te» disse lui, guardandosi attorno nella nebbia. A parte le linee di cavalli che lo superavano, non riusciva a vedere nulla. «Non appena riesco a trovarne una.» Furono loro a trovarlo quasi mentre parlava, Annoura e Masuri, uscendo dalla nebbia conducendo i loro cavalli con Berelain e Masema, la cui testa rasata scintillava di umidità. Perfino nella foschia non ci si poteva sbagliare sull’aspetto spiegazzato della giacca marrone dell’uomo o sul grezzo rammendo sulla spalla. Niente dell’oro che i suoi seguaci saccheggiavano rimaneva attaccato alle sue mani. Andava tutto ai poveri. Quello era l’unico bene che poteva essere attribuito a Masema. D’altra parte, un discreto numero dei poveri che quell’oro andava a nutrire era stato reso tale dal fatto che i loro averi erano stati rubati e le loro botteghe o fattorie bruciate dalla gente di Masema. Per qualche ragione, Berelain stava indossando la coroncina della Prima di Mayene quella mattina, il falco dorato in volo in cima alle sue sopracciglia, anche se il suo abito per cavalcare e il suo mantello erano di un semplice grigio scuro. Sotto il suo leggero profumo floreale, il suo odore era pazienza e ansia, una delle combinazioni più strane che Perrin avesse mai fiutato. Anche le sei Sapienti erano con loro, con gli scialli drappeggiati sulle braccia e fazzoletti piegati attorno alle tempie per tenere indietro i loro lunghi capelli. Con tutti quei braccialetti e collane in oro e avorio, una volta tanto facevano sembrare Berelain vestita in modo semplice. Anche Aram era dei loro, con il pomolo della sua spada a testa di lupo che appariva sopra una spalla a strisce rosse, e la nebbia non poteva nascondere l’assenza del suo abituale sguardo torvo. L’uomo gravitava verso Masema e pareva quasi bearsi in una qualche luce che quell’uomo emetteva. Perrin si domandò se avrebbe dovuto mandare Aram con i carretti. Ma se l’avesse fatto, era certo che sarebbe balzato giù e si sarebbe intrufolato di nuovo fra loro non appena Perrin avesse guardato da un’altra parte.