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La lama dei sogni

Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:

Elayne si ritrova invischiata nella lotta per la successione al trono di Andor, ma le Sorelle dell’Ajah Nera che si nascondono a Caemlyn sono pronte a far scattare su di lei una trappola mortale, mentre Egwene, caduta nelle mani delle Aes Sedai e ridotta al rango di novizia, non può far altro che sopportare con tenacia le punizioni inflitte per tentare di sgretolare dall’interno il controllo che Elaida esercita sulla Torre Bianca e gli intrighi delle Sorelle. Intanto Rand al’Thor, il Drago Rinato, impegnato nei preparativi per una tregua con i Seanchan, deve vedersela con i Reietti che cercano in ogni modo di ostacolarlo. Mat e Tuon, al seguito della carovana di Valan Luca, sono diretti al confine del territorio controllato dai Seanchan; la giovane Figlia delle Nove Lune è sul punto di completare la formula di nozze, ma sta per essere raggiunta da un’inattesa e sconvolgente notizia da Ebou Dar. Allo stesso tempo Perrin, dopo l’inaspettata alleanza con i Seanchan, si reca a Malden per sconfiggere gli Shaido e liberare l’amata Faile, intenta a pianificare la fuga dalla prigionia. Questi e altri coinvolgenti avvenimenti si intrecciano a nuovi e imprevedibili eventi corali che annunciano come Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, sia ormai alle porte...
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L’ultimo nodo

Perrin era in piedi appena sotto la sommità della sporgenza, vicino al margine della nebbia, e scrutava l’accampamento e la città cinta da mura di pietra sotto di sé. Duecento passi di dislivello piuttosto ripido punteggiati qua e là di bassi cespugli fino al fondo, forse altri settecento di terreno sgombro fino alle prime tende, poi più di un miglio fino in città. Non usava il suo cannocchiale. A rovinare tutto sarebbe bastato un barbaglio di luce del sole, che stava appena facendo capolino all’orizzonte, come un’unghia rosso-oro. Il grigiore attorno a lui si arricciava, ma non si muoveva davvero con la brezza, perfino quando questa soffiava e faceva agitare il suo mantello. Anche la densa foschia sul costone opposto, che lì oscurava il mulino, pareva troppo immobile, se esaminata per un po’. Quanto prima qualcuno fra quelle tende se ne sarebbe accorto? Non c’era nulla da fare al riguardo. La nebbia era come qualunque altra, umida e un po’ fredda, ma in qualche modo Neald aveva fissato quella foschia al suo posto prima di procedere per altri compiti. Il sole non l’avrebbe dissolta nemmeno a mezzodì, o così affermava l’Asha’man. Tutto sarebbe finito per quell’ora, in un modo o nell’altro, ma Perrin sperava che l’uomo avesse ragione. Il cielo era limpido e la giornata pareva calda per essere inizio primavera. Per l’accampamento parevano circolare solo pochi Shaido, relativamente parlando, ma migliaia di figure biancovestite brulicavano fra le tende. Decine di migliaia. I suoi occhi morivano dalla voglia di trovare Faile tra loro, il suo cuore dalla voglia di rivederla, ma era come cercare di raccogliere uno spillo in particolare fra quelli caduti per terra da un’intera gerla. Invece fissò i cancelli della cittadina, spalancati come erano stati ogni volta che li aveva osservati. Aperti in modo invitante. Lo chiamavano. Presto Faile e i suoi compagni avrebbero saputo che era il momento di dirigersi verso quei cancelli e la fortezza turrita che dominava l’estremità nord della città. Poteva essere occupata con delle faccende, se le Fanciulle avevano ragione sul fatto che i prigionieri sarebbero stati trattati come gai’shain, ma avrebbe saputo di. doversi defilare e andare alla fortezza. Lei e i suoi amici, e probabilmente anche Alyse. Qualunque fosse il suo piano con gli Shaido, la Aes Sedai non avrebbe voluto rimanere su un campo di battaglia. Una seconda Sorella nella fortezza poteva tornare utile. Volesse la Luce che non si arrivasse a quello.

Perrin aveva elaborato piani con cura per ogni eventualità che poteva immaginare fino al completo disastro, eppure quello non era il rompicapo di un fabbro, per quanto lui lo desiderasse. I pezzi ritorti del rompicapo di un labbro si muovevano solo in certi modi. Spostandoli nella maniera giusta, il rompicapo si districava. La gente poteva muoverli in migliaia di modi, a volte in direzioni ritenute impossibili finché non accadeva. I suoi piani avrebbero rotto quando gli Shaido avessero fatto qualcosa di inatteso? Quella era quasi una certezza, e tutto ciò che lui poteva fare in proposito era sperare che quello non portasse al disastro. Con un’ultima occhiata bramosa ai cancelli di Malden, si voltò e si avviò di nuovo su sulla sporgenza.

All’interno della nebbia perfino lui non riusciva a vedere a dieci passi, ma trovò presto Dannil Lewin fra gli alberi sulla sommità. Magro fino a essere quasi pelle e ossa, con un naso come una piccozza e folli baffi in stile tarabonese, Dannil si distingueva perfino quando il suo volto non si poteva vedere chiaramente. Altri uomini dei Fiumi Gemelli erano sagome dietro di lui, sempre più indistinte all’aumentare della distanza. Parecchi erano acquattati o seduti per terra, riposandosi mentre ne avevano la possibilità. Jori Congar stava tentando di allettare alcuni degli altri a una partita a dadi, ma in modo tranquillo, perciò Perrin lasciò correre. Nessuno stava accettando l’offerta comunque. Jori aveva una fortuna non comune con i suoi dadi.

Dannil fece un inchino quando vide Perrin e mormorò: «Mio signore.» Quell’uomo aveva passato troppo tempo con la gente di Faile. Lo definiva ‘acquisire smalto’, qualunque cosa volesse dire. Un uomo non era un pezzo d’ottone.

«Assicurati che nessuno faccia nulla di idiota come ho fatto io, Dannil. Degli occhi acuti lì sotto potrebbero notare del movimento vicino al bordo della nebbia e mandare uomini a investigare.» Dannil tossi in modo discreto nella sua mano. Luce, stava diventando proprio come quei Cairhienesi e Tarenesi. «Come dici tu, mio signore. Terrò tutti indietro.»

«Mio signore?» disse la voce asciutta di Balwer dalla nebbia. «Ah, eccoti qui, mio signore.» L’uomo esile e minuto comparve, seguito da due forme più grandi, anche se una non era di molto più alta. Si fermarono a un suo gesto, sagome indistinte nella nebbia, e lui venne avanti da solo.

«Masema è comparso là sotto, mio signore» disse piano, ripiegando le mani. «Ho pensato che fosse meglio tenere lontani Haviar e Nerion dalla sua vista e da quella dei suoi uomini, date le circostanze. Non credo che sospetti di loro. Credo che faccia uccidere tutti quelli di cui sospetta. Ma se non li vede non ci penserà.»

La mascella di Perrin si irrigidì. Masema si sarebbe dovuto trovare oltre la sporgenza orientale col suo esercito, se così si poteva chiamare. Perrin aveva contato quegli uomini — e poche donne — mentre si trascinavano a disagio attraverso i passaggi creati dai due Asha’man ed erano ventimila come se fossero unti. Masema era sempre stato vago sul loro numero e Perrin non aveva ottenuto un conto accurato fino alla notte precedente. Laceri e sporchi, solo uno qui o là indossava un elmo o, ancora più raro, un pettorale, ma ogni mano teneva stretta una spada, una lancia o un’ascia, un’alabarda o una balestra, donne incluse. Per la maggior parte, quella marmaglia era buona solo a terrorizzare le persone per votarle al Drago Rinato — i colori turbinarono nella sua testa e furono mandati in pezzi dalla sua rabbia — o quello oppure le uccidevano se si rifiutavano. Quel giorno avevano uno scopo migliore. «Forse è tempo che Haviar e Nerion si tengano lontani dalla gente di Masema per sempre» disse.

«Se lo desideri, mio signore, ma a mio giudizio sono ancora al sicuro quanto può esserlo un uomo che svolge il loro compito, e sono entusiasti.» Balwer inclinò la testa, un passero curioso su un ramo. «Non sono stati corrotti, se è questo che temi, mio signore. Quello è sempre un rischio quando si manda un uomo a fingere di essere ciò che non è, ma ho un buon fiuto per quei segnali.»

«Tienili vicino, Balwer.» Dopo quel giorno, con un po’ di fortuna, dell’esercito di Masema non sarebbe rimasto comunque molto da spiare. Poteva perfino non esserci più un Masema di cui preoccuparsi.

Perrin procedette piano giù per il cespuglioso pendio opposto, oltre il punto dove i lancieri mayenesi e ghealdani stavano attendendo accanto ai loro cavalli nella densa foschia, con le lance provviste di pennacchi appoggiate contro le spalle o conficcate di punta nel terreno. Gli elmi e i pettorali dipinti di rosso delle Guardie Alate potevano essere abbastanza sicuri sulla sommità della sporgenza, ma non l’armatura Riciclala dei Ghealdani, e dal momento che sia Gallenne che Arganda si indispettivano se uno veniva preferito all’altro, entrambi attendevano lì. La nebbia si estendeva per una certa distanza — Neald affermava che era intenzionale, ma l’uomo aveva avuto un odore sorpreso e compiaciuto quando si era reso conto di quello che aveva fatto — perciò Perrin stava ancora camminando nel grigiore quando raggiunse il fondo della sporgenza, dove tutti i carretti dalle ruote alle erano in fila con i cavalli attaccati. Le fioche sagome dei carrettieri cairhienesi si muovevano tutt’intorno, controllando i linimenti e stringendo le corde che tenevano ferme le coperture di tela. Masema stava aspettando e a Perrin nulla sarebbe piaciuto più di fargli un bel discorsetto, ma notò la forma robusta di Basel Gill accanto a uno dei carretti e si diresse da quella parte. Lini era con lui, avvolta in un mantello scuro, e Breane col suo braccio attorno alla vita di Lamgwin, il massiccio servitore di Perrin. Mastro Gill si tolse il cappello a tesa larga per rivelare radi capelli brizzolati pettinati all’indietro sopra una chiazza calva che non riuscivano a coprire. Lini tirò sul col naso ed evitò di proposito di guardare Perrin mentre fingeva di aggiustarsi il cappuccio. Odorava di rabbia e di paura. Mastro Gill solo di paura.

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