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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Uomini e donne erano al lavoro nel campo, segando, riparando i finimenti, cucinando, lavando gli indumenti, sollevando un carro per rimpiazzare una ruota. I bambini correvano giocando o danzavano alla musica di una mezza dozzina di uomini che suonavano il violino o il flauto. Dai più grandi ai più piccoli, i Calderai indossavano abiti anche più colorati dei carri, in combinazioni che facevano male agli occhi, secondo lui scelte alla cieca. Nessun uomo sano di mente avrebbe scelto di indossare quei colori, nemmeno molte donne.

Mentre il gruppo sgangherato si avvicinava ai carri, cadde il silenzio, la gente si fermò dove si trovava per guardarli con espressione preoccupata, le donne afferravano i neonati e i bambini correvano a nascondersi dietro gli adulti, guardando da sotto le gambe o infilando i volti nelle gonne. Un uomo magro con i capelli grigi e corti avanzò e si inchinò mestamente, con entrambe le mani premute sul petto. Indossava una giubba azzurro chiaro dal collo alto e dei pantaloni a sbuffo verde quasi fosforescenti infilati negli stivali. «Siete i benvenuti ai nostri fuochi. Conoscete la canzone?»

Per un momento, cercando di non far muovere il moncone di freccia che aveva in corpo, Perrin poté solo fissarlo. Conosceva quest’uomo, il Mahdi, il Cercatore, di questo gruppo. Quante possibilità? si chiese. Di tutti i Calderai del mondo, quante possibilità c’erano che si trattasse di gente che conosco? Le coincidenze lo mettevano a disagio. Quando il Disegno produceva delle coincidenze, sembrava che la Ruota forzasse gli eventi. Comincio a pensare come una maledetta Aes Sedai, si disse Perrin. Non riuscì a inchinarsi, ma ricordava il rituale. «Il tuo benvenuto mi riscalda lo spirito, Raen, come i tuoi fuochi riscaldano la carne, ma non conosco la canzone.» Faile e Ihvon lo guardarono stupiti, non più dei ragazzi dei Fiumi Gemelli. A giudicare dai mormorii che aveva sentito provenire da Ban, Tell e gli altri, aveva appena fornito loro un nuovo argomento di conversazione.

«Allora continueremo a cercare» intonò l’uomo magro. «Com’era, così sarà, se riusciremo a ricordare, cercare e trovare.» Facendo una smorfia guardò i volti insanguinati che lo osservavano, distogliendo lo sguardo dalle armi. I Girovaghi non toccavano nulla che considerassero un’arma. «Siete i benvenuti ai nostri fuochi. Ci sarà acqua calda, bende e impiastri. Tu conosci il mio nome...» aggiunse guardando Perrin con viso indagatore «Ma certo, i tuoi occhi.»

La moglie di Raen si era avvicinata mentre l’uomo parlava, una donna paffuta con i capelli grigi ma le guance lisce, più alta del marito. La giubba rossa e la gonna gialla della donna con lo scialle dalle frange verdi urtava gli occhi, ma aveva dei modi materni. «Perrin Aybara!» esclamò. «Mi sembrava di averti riconosciuto. Elyas è con te?»

Perrin scosse il capo. «Non lo vedo da molto, Ila.»

«Conduce una vita violenta» osservò tristemente Raen. «Come te. Una vita violenta è macchiata anche se è lunga.»

«Non cercare di portarlo sulla Via della Foglia là in piedi, Raen» lo apostrofò Ila, ma gentilmente. «È ferito. Tutti loro lo sono.»

«A cosa sto pensando?» mormorò Raen. Alzando la voce chiamò gli altri. «Venite, gente. Venite e aiutate. Sono feriti. Venite ad aiutare.»

Uomini e donne si riunirono rapidamente, mormorando frasi di simpatia mentre aiutavano i feriti a smontare da cavallo, guidandoli verso i carri, trasportandoli quando era necessario. Wil e altri sembravano preoccupati a essere separati, ma Perrin non lo era. La violenza era la cosa più lontana dai Tuatha’an. Non avrebbero alzato una mano contro nessuno, nemmeno per difendersi.

Perrin dovette accettare l’aiuto di Ihvon per smontare da cavallo. Quell’azione gli mandò stilettate di dolore lungo tutto il fianco. «Raen,» disse leggermente senza fiato «non dovresti essere qua fuori. Abbiamo combattuto dei Trolloc a meno di otto chilometri da qui. Porta la tua gente a Emond’s Field. Lì saranno al sicuro.»

Raen esitò — sembrava sorpreso — prima di scuotere il capo. «Anche se lo desiderassi, la gente non vorrebbe, Perrin. Cerchiamo di non accamparci nemmeno vicino al più piccolo dei villaggi, non solo perché gli abitanti potrebbero falsamente accusarci di aver rubato qualsiasi cosa abbia perduto o di cercare di convincere i loro bambini a seguire la Via della Foglia. Dove gli uomini hanno costruito dieci case assieme, c’è terreno per la violenza. I Tuatha’an lo sanno fin dai tempi della Frattura. La salvezza giace nei nostri carri e nel movimento continuo, sempre alla ricerca della canzone.» Sul viso dell’uomo apparve un’espressione malinconica. «Ovunque sentiamo notizie di violenza, Perrin. Non solo qui nei Fiumi Gemelli. Nel mondo c’è una sensazione di cambiamento, di distruzione. Certamente troveremo presto la canzone. Altrimenti non credo che succederà mai.»

«Troverai la canzone» rispose calmo Perrin. Forse aborrivano troppo la violenza per essere sopraffatti da un ta’veren, forse anche un ta’veren non poteva combattere la Via della Foglia. Una volta anche a lui era sembrata attraente. «Spero davvero che ci riuscirai.»

«Sarà quel che sarà» rispose Raen. «Tutte le cose muoiono quando giunge il loro momento. Forse anche la canzone.» Ila abbracciò il marito per confortarlo, ma i suoi occhi tradivano preoccupazione.

«Vieni» lo invitò, cercando di nascondere il proprio disagio. «Dobbiamo portarti dentro. Gli uomini parleranno se loro giubbe si incendiano.» A Faile disse: «Sei bella, bambina. Forse dovresti stare attenta a Perrin. Lo vedo solo in compagnia di belle ragazze.» Faile rivolse a Perrin un’occhiata diretta, soppesandolo, quindi cercò subito di dissimulare.

Perrin riuscì ad arrivare fino al carro di Raen — giallo bordato di rosso, i raggi erano rossi e gialli dentro cerchioni rossi, e fuori c’erano dei bauli degli stessi colori vicino a un fuoco da cucina al centro del campo — ma quando mise il piede sul primo dei gradini di legno sul retro, le ginocchia cedettero. Ihvon e Raen dovettero trasportarlo dentro, seguiti subito da Faile e Ila, e lo distesero sul letto ricavato sul lato frontale del carro, lasciando appena lo spazio per la porta scorrevole che portava al sedile del guidatore. Era davvero come una piccola casa, c’erano anche delle tendine rosa pallido davanti alle due finestrelle da entrambi i lati del carro. Rimase sdraiato a fissare il soffitto. Anche qui i Calderai usavano i loro colori. Il soffitto era laccato azzurro cielo, gli armadi verdi e gialli. Faile slacciò la cintura e rimosse l’ascia e la faretra mentre Ila frugava in uno degli armadi. A Perrin non interessava cosa stessero facendo.

«Chiunque può essere colto di sorpresa» osservò Ihvon. «Usala come lezione, ma non prendertela troppo a cuore. Nemmeno Artur Hawkwing ha vinto tutte le battaglie.»

«Artur Hawkwing» Perrin cercò di ridere, ma divenne un lamento. «Sì» disse alla fine. «Certamente non sono Artur Hawkwing, vero?»

Ila lanciò un’occhiataccia al Custode — o piuttosto alla sua spada, sembrava trovarla anche peggiore dell’ascia di Perrin — quindi si diresse vicino al letto con un tampone fatto di bende ripiegate. Una volta sfilata la camicia di Perrin dal moncone della freccia, trasalì. «Non credo di avere la competenza sufficiente per rimuovere questa cosa. È conficcata a fondo.»

«Uncinata» disse Ihvon con un tono colloquiale. «I Trolloc non usano spesso gli archi, ma quando lo fanno le frecce sono uncinate.»

«Fuori» ordinò con fermezza la donna paffuta, girandogli intorno. «Anche tu, Raen. Curare i malati non è una faccenda da uomini. Vai a vedere se Moshea ha montato la ruota al carro.»

«Buona idea» rispose Raen. «Forse domani ci metteremo in movimento. Lo scorso anno viaggiare è stato duro» confidò a Perrin. «Giù fino a Cairhien, poi indietro nel Ghealdan, quindi su ad Andor. Domani, credo.»

Quando la porta rossa si chiuse alle spalle sue e di Ihvon, Ila si rivolse preoccupata a Faile. «Se è uncinata, non credo di poterla rimuovere. Ci proverò se devo, ma se c’è qualcuno nelle vicinanze che ne sa di più di certe cose...»

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