Sei storie
Mat era talmente nervoso che se avesse potuto sarebbe sceso a tirare la carrozza di persona: pensava che così sarebbero andati più veloce. Le strade erano già affollate e il sole non era ancora alto; calessi e carri procedevano rumorosamente fra la folla, sollevando la polvere e scatenando insulti e improperi sia dai conducenti che dai passanti costretti a spostarsi. C’erano così tante chiatte che scivolavano lungo i canali che un uomo avrebbe quasi potuto camminare sull’acqua come sulle strade, passando da una all’altra. Dalla sfavillante città bianca proveniva un brusio rumoroso. Sembrava che Ebou Dar stesse cercando di recuperare il tempo perduto il giorno prima, per non parlare di Chasaline Alta e della festa delle Luci, ed era necessario affrettarsi, dato che il giorno dopo si sarebbe celebrata la festa dei Tizzoni con il giorno di Maddin, per ricordare la fondazione di Altara due giorni dopo, mentre la notte ancora successiva ci sarebbe stata la festa della Mezza Luna. I meridionali avevano la reputazione di essere dei gran lavoratori, ma Mat supponeva che fosse perché dovevano lavorare sodo per compensare tutte le commemorazioni e festività. Lo stupiva soprattutto che ne avessero la forza.
Alla fine la carrozza raggiunse il fiume, fermandosi vicino a uno dei moli in pietra che si innalzavano dall’acqua, e su cui erano disposte le passerelle per salire a bordo delle varie imbarcazioni ancorate. Dopo essersi infilato in tasca un pezzo di formaggio giallo e del pane, ripose il cestino sotto al sedile. Aveva fame, ma una delle donne della cucina doveva aver avuto troppa fretta. Il contenuto del cestino consisteva quasi solo in una pentola di terracotta piena di ostriche, che però non erano state cotte.
Scese goffamente dietro Lan e lasciò che Nalesean e Beslan aiutassero Vanin e gli altri a smontare dalle carrozze. Più di dieci uomini — e nemmeno i Cairhienesi erano di corporatura piccola — erano stati infilati nelle carrozze come mele in un barile, e adesso ne scendevano con difficoltà. Mat oltrepassò il Custode per dirigersi verso la prima carrozza, con l’ashandarei in spalla. Nynaeve, oppure Elayne avrebbe dovuto ascoltarlo, non importava chi delle due. Cercare di tenergli nascosta la presenza di Moghedien! Per non parlare della morte di due dei suoi uomini! Lui avrebbe... A un tratto consapevole della presenza di Lan come una statua di pietra alle sue spalle, la spada al fianco, lo indusse a cambiare i suoi piani. Almeno l’erede al trono ne avrebbe sentite quattro sul tenergli nascosto quel tipo di informazione.
Quando la raggiunse, Nynaeve era in piedi sul molo e si sistemava il cappello con le piume blu, parlando con qualcuno nella carrozza: «...Funzionerà, certo, ma chi avrebbe pensato che proprio il Popolo del Mare, fra tutti, avrebbe fatto delle richieste del genere, anche se solo in privato?»
«Ma, Nynaeve,» rispose Elayne mentre scendeva dalla vettura con il capello in mano «se la scorsa notte è stata gloriosa come dici tu, come puoi lamentarti di...»
Fu allora che si accorsero della presenza di Mat e Lan. Principalmente di Lan. Nynaeve sgranò gli occhi mentre arrossiva violentemente. Elayne si bloccò con un piede ancora sullo scalino della carrozza, rivolgendo al Custode un’occhiata così cupa da far pensare che lo avesse colto a spiarle di nascosto. Ma Lan guardò Nynaeve restando del tutto inespressivo e, anche se sembrava pronta a nascondersi sotto la carrozza, lei lo fissò come se non esistesse nessun altro al mondo. Elayne si rese conto di aver sprecato un’occhiata arcigna, quindi si fece avanti per far passare Reanne e le due Donne Sapienti che avevano viaggiato con loro, Tamarla e la donna della Saldea con i capelli grigi di nome Janira, ma l’erede al trono non si arrese affatto. Spostò lo sguardo cupo su Mat Cauthon e, se lo aveva cambiato, forse lo aveva reso ancor più tetro. Mat sbuffò e scosse il capo. Una donna che avesse torto poteva trovare così tanti motivi per incolpare il primo uomo che aveva accanto, da indurlo a pensare di essere davvero colpevole. Per esperienza personale e per i ricordi vecchi e nuovi che aveva, vi erano solo due circostanze in cui una donna poteva ammettere di essersi sbagliata: se voleva qualcosa o se nevicava in piena estate.
Nynaeve si prese la treccia fra le mani, soprappensiero. Mosse un po’ le dita e poi le lasciò ricadere, per cominciare a torcersi le mani. «Lan,» iniziò in tono incerto «non devi pensare che io parlerei di...»
Il Custode la interruppe con calma, inchinandosi e offrendole il braccio destro. «Siamo in pubblico, Nynaeve. Qualsiasi cosa desideri dire, puoi farlo. Posso accompagnarti all’imbarcazione?»
«Sì» rispose lei, annuendo con. tale energia che quasi le cadde il cappello di testa. Se lo sistemò in fretta con entrambe le mani. «Sì, siamo in pubblico. Accompagnami.» Lo prese sottobraccio e recuperò parte della propria dignità, almeno nell’espressione. Afferrando il mantello con la mano libera, se lo trascinò letteralmente dietro, verso l’approdo.
Mat si chiese se fosse malata. Si divertiva a vedere Nynaeve in imbarazzo, ma di solito lei si riprendeva subito. Le Aes Sedai non potevano curare sé stesse. Forse doveva suggerire a Elayne di occuparsi di ciò che non andava in Nynaeve. Lui personalmente evitava la guarigione come la morte o il matrimonio, ma per altre persone era diverso. Ma prima, in ogni caso, doveva dire qualche parolina sul quel segreto.
Aprì la bocca, sollevò un dito ammonitore e...
...Elayne gli conficcò uno dei suoi fra le costole, con uno sguardo così freddo da gelarlo fino alla punta dei piedi. «Comare Corly» disse con quella voce glaciale da regina giudicante «ha spiegato a me e Nynaeve il significato di quei fiori rossi sul cestino, cosa che tu hai avuto almeno la decenza di nascondere.»
Il volto di Mat avvampò quanto quello di Nynaeve. A pochi passi di distanza, Reanne Corly e le altre due si stavano mettendo i cappelli e sistemando i vestiti, come facevano sempre le donne quando si alzavano, si sedevano o facevano tre passi, eppure anche se erano concentrate sui vestiti ebbero comunque modo di lanciargli delle occhiate che, per una volta, non erano né di disapprovazione né di stupore. Lui non sapeva che quei maledetti fiori significassero qualcosa! Dieci tramonti non avrebbero eguagliato il rossore del suo volto.