Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
- Автор: Симмонс Дэн
- Серия: Canti di Hyperion #4
- Год: 1999
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-45610-8
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:
Nel sogno, il console dell’Egemonia suonava lo Steinway sulla loggia della sua nave spaziale color ebano — la nave che così bene conoscevo — mentre grandi creature verdi simili a sauri si agitavano e mugghiavano nelle vicine paludi. Il console suonava Schubert. Non riconobbi il pianeta al di là della loggia, ma era un mondo di gigantesche piante primitive, di torreggianti nubi gonfie di pioggia, di spaventosi ruggiti animaleschi.
Il console era più basso di quanto non immaginassi. Terminò il brano e rimase in silenzio per qualche minuto nel crepuscolo, finché la nave non parlò con voce che non riconobbi, una voce più intelligente, più umana.
«Molto bello» disse la nave. «Davvero molto bello.»
«Grazie, John.» Il console si alzò dallo sgabello e portò con sé la loggia dentro la nave. Iniziava a piovere.
«Sei ancora deciso ad andare a caccia domattina?» domandò la voce incorporea della nave, che non era quella della nave come la conoscevo io.
«Sì» disse il console. «Qui vado a caccia, di tanto in tanto.»
«Ti piace la carne di dinosauro?» domandò l’IA della nave.
«Per carità, è quasi immangiabile» rispose il console. «Mi piace la caccia, ecco.»
«Il rischio, vuoi dire.»
«Anche quello, sì» ridacchiò il console. «Ma non ci bado.»
«E se non torni dalla caccia, domani?» domandò la nave. La voce era maschile, giovane, con la cadenza britannica della Vecchia Terra.
Il console si strinse nelle spalle. «Abbiamo passato… quanto?… più di sei anni a esplorare pianeti della vecchia Egemonia. Conosciamo lo schema, caos, guerra civile, carestie, frammentazione. Abbiamo visto il frutto della caduta del sistema teleporter.»
«Pensi che Meina Gladstone abbia sbagliato a ordinare l’attacco?» domandò piano la nave.
Il console si era versato un brandy; dal buffet portò il bicchiere al tavolino da scacchi accanto alla libreria. Si sedette e guardò i pezzi della partita già iniziata, sulla scacchiera di fronte a sé. «No, no» rispose. «Gladstone ha fatto la cosa giusta. Ma il risultato è triste. Passeranno decenni, forse secoli, prima che la Rete cominci a intessersi in una nuova forma.» Mentre parlava, scaldava il brandy e lo faceva roteare piano nel bicchiere; ora lo annusò e lo sorseggiò. Poi alzò gli occhi e disse: «Hai voglia di unirti a me per terminare la partita, John?».
Nella poltrona davanti a lui comparve l’ologramma di un giovanotto. Era quasi un ragazzo, con chiari occhi color nocciola, fronte bassa, guance incavate, naso compatto, mascella decisa, larga bocca che suggeriva una calma mascolinità e una traccia di spirito battagliero. Indossava una camicia piuttosto larga e calzoni alla zuava. I suoi capelli erano castano chiaro con riflessi ramati, folti, molto ricci. Un tempo avevano detto di lui che aveva "un viso vivace, vincente"; il console lo sapeva e l’aveva attribuito alla facilità con cui il giovane cambiava espressione, facilità che gli derivava dalla grande intelligenza e vitalità.
«A te muovere» disse John.
Il console studiò a lungo le varie possibilità e poi mosse un alfiere.
John rispose subito: indicò col dito un pedone. Il console lo spostò in avanti di una casella. Il giovanotto alzò lo sguardo, con una luce di sincera curiosità negli occhi. «E se non torni dalla caccia, domani?» ripeté piano.
Strappato alle proprie fantasticherie, il console trasalì e sorrise. «Allora la nave resta a te, come resterebbe in ogni caso.» Arretrò l’alfiere. «Cosa farai, John, se questa dovesse essere la fine dei nostri viaggi insieme?»
Con uguale rapidità John rispose alla mossa e alla domanda; indicò di spostare avanti la torre e disse: «Riporterei la nave su Hyperion. La programmerei per tornare da Brawne, se tutto va bene. O forse da Martin Sileno, se il vecchio è ancora vivo e continua a lavorare ai Canti».
«La programmeresti?» disse il console, guardando la scacchiera e corrugando la fronte. «Vuoi dire che lasceresti la IA della nave?» Spostò l’alfiere di una casella sull’altra diagonale.
«Sì» disse John, indicando di far avanzare di nuovo il pedone. «Lo farei comunque, nei prossimi giorni.»
Con fronte ancora più corrugata, il console guardò la scacchiera, poi l’ologramma di fronte a sé, poi di nuovo la scacchiera. «Dove andrai?» domandò, muovendo la regina a protezione del re.
«Tornerò nel Nucleo» disse John. Mosse di due caselle la torre.
«Per affrontare di nuovo il tuo creatore?» domandò il console, rinnovando l’attacco d’alfiere.
John scosse la testa. Si teneva molto impettito e aveva il vezzo di togliersi dalla fronte i ricci, con un elegante movimento all’indietro della testa. «No» rispose piano. «Per scatenare il pandemonio fra le entità del Nucleo. Per accelerare le loro interminabili guerre civili e rivalità intestine. Per essere ciò che il mio stampo era stato per la comunità dei poeti… un fastidioso importuno.» Indicò dove voleva muovere il cavallo che gli rimaneva.
Il console studiò la mossa, non la ritenne minacciosa, mosse ancora l’alfiere. «Per quale ragione?» domandò infine.
John sorrise e indicò la casella dove sarebbe dovuta andare la torre. «Mia figlia avrà bisogno d’aiuto, fra qualche anno» disse. Ridacchiò. «Be’, fra duecentosettanta e passa anni, per la precisione. Matto.»
«Cosa?» disse il console, sorpreso. Studiò la scacchiera. «Non è…»
John rimase in silenzio.
«Merda!» sbuffò alla fine il console dell’Egemonia. Rovesciò il re. «Per tutti gli strafottuti diavoli dell’inferno!»
«Sì» disse John, porgendogli la mano. «Grazie ancora per la piacevole partita. E mi auguro che la caccia di domani ti risulti più gradita.»
«Merda» ripeté il console. Senza pensarci, tentò di stringere la mano dell’ologramma. Per la centesima volta le sue dita attraversarono la mano dell’altro. «Merda» disse ancora il console.
Quella notte, nella scatola di Schrödinger, mi svegliai di colpo. Due parole mi echeggiavano nella mente: "Il bambino"!
Sapere che Aenea era già sposata, prima che la nostra amicizia si trasformasse in amore completo e totale, e che aveva messo al mondo un figlio mi aveva bruciato l’anima e le viscere come un doloroso tizzone ardente; ma a parte la mia quasi ossessiva curiosità su chi e su perché (curiosità non soddisfatta dalle domande rivolte ad A. Bettik, a Rachel e agli altri che l’avevano vista andare via, durante la loro odissea, ma ignoravano dove o con chi fosse andata) non avevo mai considerato che in realtà quel bambino viveva in qualche parte del mio stesso universo. Il figlio suo! Il pensiero mi faceva venire voglia di piangere, per varie ragioni.
"Il bambino non è dove posso trovarlo adesso" aveva detto Aenea.
Dove si trovava, adesso, quel bambino? Quanti anni aveva? Mi sedetti sul lettino e cominciai a riflettere. Quando era morta… Correzione: quando era stata brutalmente assassinata dal Nucleo e dai suoi burattini della Pax, Aenea aveva ventitré anni standard. Appena compiuto il ventesimo compleanno, era scomparsa per un anno, undici mesi, sette giorni e sei ore. Perciò il bambino aveva circa tre anni standard più il tempo che io avevo trascorso nella scatola di Schrödinger… otto mesi? dieci? Non lo sapevo, semplicemente. Ma se era ancora vivo, il bambino, o la bambina… Dio santo, non avevo mai domandato a Aenea se era un figlio o una figlia e lei, la sola volta che ne avevamo parlato, non l’aveva precisato. E io, sofferente per la ferita morale e per la fanciullesca convinzione d’avere patito una grande ingiustizia, non avevo pensato di domandarglielo. Ero stato proprio un idiota! Il bambino, il figlio o la figlia di Aenea, adesso era sui quattro anni standard. Camminava già… certamente. Parlava. Oddio, il figlio di Aenea era ormai un razionale essere umano, che parlava, che faceva domande, un mucchio di domande, se le mie poche esperienze con i bambini erano indicative, che imparava a fare passeggiate e a pescare e ad amare la natura…