Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
- Автор: Симмонс Дэн
- Серия: Canti di Hyperion #4
- Год: 1999
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-45610-8
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:
Ma Aenea non era una di queste stelle. Aenea era come la luce del sole che ci aveva circondato durante una passeggiata in un caldo giorno di primavera sui prati sopra Taliesin West: costante, soffusa, proveniente da una singola fonte eppure in grado di riscaldare tutto e tutti intorno a noi, una fonte di vita e di energia. Così, quando giunge l’inverno o cade la notte, e l’assenza di luce porta buio e gelo, così noi aspettiamo la primavera e il mattino.
Ma ormai non ci sarebbe stato nessun mattino per Aenea, nessuna risurrezione per lei o per il nostro amore. Il grande potere del suo messaggio è che la risurrezione modello Pax era una menzogna, foriera di sterilità come le iniezioni obbligatorie per il controllo delle nascite. In un universo finito di immortali in potenza non c’è posto per i bambini. L’universo della Pax era ordinato e statico, immutabile e sterile. I bambini portano il caos e l’affollamento, rappresentano in potenza quel futuro che per la Pax era anatema.
Preso da questi pensieri e da quello sull’ultimo dono di Aenea, l’antidoto al meccanismo per il controllo delle nascite impiantato dalla Pax dentro di me, mi domandai se il gesto non fosse metaforico. Mi augurai che Aenea non avesse voluto suggerirmi di usarlo alla lettera, di trovarmi un altro amore, una moglie, di avere figli con un’altra. In una delle nostre numerose conversazioni avevamo affrontato una volta l’argomento — ricordo che avvenne mentre sedevamo nel vestibolo del suo rifugio nel deserto presso Taliesin, mentre il vento della sera ci portava profumo di yucca e di primule — e avevamo notato la bizzarra elasticità del cuore umano nel trovare nuove relazioni, nuove persone con cui condividere la vita, nuovi potenziali. Ma mi auguro che il dono della fertilità offertomi da Aenea in quegli ultimi minuti trascorsi insieme in San Pietro fosse in realtà una metafora per il più grande dono che lei aveva già fatto alla specie umana, l’opzione per il caos e l’affollamento e meravigliose, impreviste possibilità. Se il dono era davvero un suggerimento di trovare un nuovo amore, di avere figli da un’altra donna, allora Aenea non mi aveva conosciuto affatto. Nella stesura di questo racconto ho visto fin troppo bene dagli occhi di molti altri che Raul Endymion era un tipo abbastanza simpatico, fidato, goffamente coraggioso all’occasione, ma non rinomato per intuizione o intelligenza. Ma ero abbastanza intelligente e abbastanza intuitivo, almeno nel caso della mia stessa anima, per sapere con certezza che quell’unico amore mi sarebbe bastato per tutta la vita; e riuscivo a capire, man mano che nella mia cella della morte i giorni e le settimane e quasi sicuramente i mesi trascorrevano senza arrivare alla morte, che se per miracolo fossi tornato nell’universo dei vivi, avrei trovato di nuovo gioia e allegria e amicizia, ma nemmeno una pallida ombra dell’amore che avevo provato. Niente figli. No.
Per alcuni fantastici giorni, scrivendo il testo, mi convinsi che Aenea era tornata dai morti, che era avvenuto una sorta di miracolo. Ero alla parte del racconto in cui avevamo raggiunto la Vecchia Terra, attraverso il teleporter di Bosco Divino, dopo il terribile incontro con la prima Nemes, e avevo terminato quella parte descrivendo il nostro arrivo a Taliesin West.
Quella stessa notte sognai che Aenea era venuta a trovarmi, qui, nella scatola di Schrödinger, la mia cella della morte, e mi aveva chiamato per nome nel buio, mi aveva toccato la guancia, mi aveva bisbigliato: "Ce ne andremo di qui, Raul, amore mio. Non subito, ma appena avrai terminato la tua storia. Appena avrai ricordato tutto e capito tutto". Quando mi svegliai, scoprii che lo stilo del grafer era stato attivato e sulle sue pagine, nella caratteristica calligrafia di Aenea, c’era una lunga nota che comprendeva alcuni estratti delle poesie di suo padre.
Per giorni — settimane — fui convinto che era stata una visita reale, un miracolo come quelli che secondo i tardi apostoli erano accaduti ai discepoli dopo la crocifissione di Gesù, e lavorai febbrilmente alla stesura delle mie memorie, con la frenesia di terminarle, di riportare tutto, di capire tutto. Ma il procedimento richiese altri mesi e in quel periodo giunsi a capire che la visita di Aenea era stata di sicuro una cosa del tutto diversa, quasi certamente la prima occasione in cui udivo un suo bisbiglio fra le voci dei morti e forse, chissà come, un suo effettivo messaggio racchiuso nella memoria del grafer, che sarebbe saltato fuori quando avessi scritto quelle pagine. Non era del tutto impossibile. Una cosa era certa: la capacità della mia amica di cogliere fuggevoli visioni del futuro, dei futuri diceva sempre lei, sottolineando il plurale. Per lei sarebbe stato possibile racchiudere in un grafer quel magnifico messaggio e fare in modo che proprio quello strumento particolare fosse incluso nella mia cella/scatola di Schrödinger.
Oppure — ed è questa la spiegazione che infine ho accettato — ho scritto io stesso quel messaggio, mentre ero totalmente immerso (ma forse "posseduto" è la parola migliore) nella personalità di Aenea, seguendone l’essenza tramite il Vuoto e i miei ricordi. Questa teoria è per me la meno piacevole, ma si conforma all’unica visione della vita dopo la morte espressa da Aenea, basata più o meno sulla tradizione ebraica, secondo la quale dopo la morte una persona vive solo nel cuore e nei ricordi di coloro che ha amato e servito e salvato.
A ogni modo, scrissi per altri mesi, cominciai a capire la vera immensità, e futilità, dell’eroica missione di Aenea e del suo vano sacrificio; e poi terminai di scrivere freneticamente, trovai il coraggio di esprimere l’orribile morte di Aenea e la mia impotenza mentre lei moriva, piansi mentre stampavo le ultime pagine di micropergamena, ordinai al grafer di tenere in memoria tutta la narrazione e spensi lo stilo per quella che ritenevo l’ultima volta.
Aenea non comparve. Non mi guidò fuori di prigione. Era morta. Sentivo la sua assenza dall’universo con la stessa chiarezza con cui, fin dalla comunione, avevo percepito ogni risonanza proveniente dal Vuoto che lega.
Così giacqui nella scatola di Schrödinger, cercai di dormire, dimenticai di mangiare, aspettai la morte.
Alcune esplorazioni tra le voci dei morti mi avevano condotto a cose che non avevano diretta attinenza col mio racconto. Alcune erano personali e private: fantasticherie di mio padre, da tempo defunto, a caccia con i fratelli, per esempio, e la scoperta dell’animo generoso di quell’uomo tranquillo che non avevo mai conosciuto; oppure cronache di umana crudeltà che, come le memorie di Jacob Schulmann provenienti dal dimenticato XX secolo, fungevano solo da sottofondo per la mia più profonda comprensione della barbarie di oggi.
Ma altre voci…
Così, terminata la narrazione della mia vita con Aenea, aspettavo di morire e passavo nel sonno periodi sempre più lunghi, con la speranza che il decisivo evento quantico si verificasse mentre dormivo; sapevo che il testo era racchiuso nella memoria del grafer e mi domandavo vagamente se qualcuno avrebbe mai escogitato un modo per entrare nel guscio della scatola di Schrödinger, predisposto per esplodere se manomesso, e avrebbe trovato un giorno il mio racconto, forse tra secoli. Mi addormentai di nuovo e sognai. Capii subito che non era un sogno normale, la solita danza del fronte d’onda di possibilità, ma la visita di una delle voci dei morti.