Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
- Автор: Симмонс Дэн
- Серия: Canti di Hyperion #4
- Год: 1999
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-45610-8
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:
Piangevo, mi accorsi, non piano, ma con grandi, aspri singhiozzi. Era la prima volta che piangevo a questo modo, dalla morte di Aenea, e — cosa strana — non era il dolore per la sua morte, ma il pensiero di questa seconda possibilità, di tenere per mano un bambino come un tempo avevo tenuto per mano la piccola Aenea, di proteggere quel figlio della mia amata come avevo tentato di proteggere la mia amata.
E fallito! Ad accusarmi ero io stesso.
Sì, alla fine non ero riuscito a proteggere Aenea, ma lei sapeva che avrei fallito, che lei avrebbe fallito la missione di abbattere la Pax. Aveva amato me e aveva amato la vita, pur sapendo che avrebbe fallito.
Non c’era motivo perché fallissi di nuovo, con quest’altro bambino. Forse l’osservatore avrebbe accettato con piacere il mio aiuto, la mia partecipazione all’esperienza umana di quel bambino quasi certamente più che umano. Potevo affermare con sicurezza che nessuno aveva conosciuto Aenea meglio di me. Questo sarebbe stato importante per la formazione del bambino, del nuovo messia. Avrei portato con me la narrazione ora inutilizzata nel grafer, ne avrei condiviso frammenti e parti, col bambino o la bambina che cresceva, gliel’avrei trasmessa per intero un giorno o l’altro.
Presi lavagnetta e grafer, andai avanti e indietro per la cella. C’era il piccolo particolare della mia inevitabile esecuzione. Nessuno sarebbe venuto a salvarmi. Il guscio esplosivo dell’ovoide l’aveva deciso; e se ci fosse stato un modo di aggirare il problema, ormai qualcuno si sarebbe già presentato. Solo grazie al più inverosimile gioco delle probabilità e alla fortuna ero sopravvissuto così a lungo, appeso al filo di un reiterato lancio di dadi della morte, con il rivelatore pronto a fiutare l’emissione di particelle. Per tutto questo tempo avevo battuto le leggi di probabilità quantiche, ma la fortuna non poteva durare.
Smisi di andare avanti e indietro.
L’insegnamento di Aenea sulla nuova relazione tra la nostra specie e il Vuoto che lega comprendeva quattro passi. Ancora prima di finire in questa cella, avevo sperimentato, se non padroneggiato, l’apprendimento del linguaggio dei morti e dei vivi. Nella stesura del mio racconto avevo mostrato di poter accedere al Vuoto almeno per conoscere vecchi ricordi di persone ancora viventi, anche se il guscio della cella interferiva in qualche modo con la mia capacità di percepire che cosa accadeva adesso ad amici come padre de Soya o Rachel o Lhomo o Martin Sileno.
Ma forse non c’era nessuna interferenza. Forse nel subcosciente mi rifiutavo di cercare contatto con il mondo dei vivi, almeno per cose che non riguardassero ricordi di Aenea, poiché sapevo di abitare adesso il mondo dei morti.
Non più. Volevo uscire di qui.
Nel suo insegnamento Aenea aveva citato altri due passi, ma non li aveva mai spiegati pienamente: udire la musica delle sfere e muovere il primo passo.
Ora capivo tutt’e due i concetti. Se non avessi visto Aenea teleportarsi e se non avessi provato quel grande impeto di comprensione gestaltica provocato dalla terribile partecipazione alla sua morte, non avrei mai capito. Ma ora capivo.
Avevo ritenuto che udire la musica delle sfere fosse una sorta di trucco fra paranormale e radiotelescopico, udire realmente gli scoppiettii e i sibili delle stelle, come da undici secoli consentivano i radiotelescopi. Ma Aenea non si riferiva affatto a questo. Lei non ascoltava le stelle, ma la risonanza di quelle persone, umane e non umane, che risiedevano fra quelle stelle e intorno a quelle stelle. Aveva usato il Vuoto come una sorta di faro direzionale per teleportarsi.
Molti dei suoi trasferimenti non avevano avuto senso per me. I teleporter controllati dal Nucleo erano rozzi fori praticati nel Vuoto, perciò nello spaziotempo, tenuti spalancati dai portali, simili a rozze pinze che tenessero divaricati i margini di una ferita, come nei vecchi tempi dei bisturi e della chirurgia invasiva. Il modo in cui Aenea si teleportava, capii, era un meccanismo infinitamente più elegante.
Mi ero domandato, quando nella Yggdrasill eravamo impegnati senza sosta a teleportarci su vari pianeti e a passare da sistema solare a sistema solare, come Aenea evitasse di farci comparire nel cuore di una montagna o a cinquanta metri dalla superficie o, nel caso di spostamenti della Yggdrasill, dentro una stella. Mi pareva che teleportarsi alla cieca, come un non pianificato balzo Hawking, fosse casuale e pericoloso. Invece, quando Aenea si teleportava, eravamo sempre emersi esattamente dove dovevamo emergere. Ora capivo perché.
Aenea ascoltava la musica delle sfere. Entrava in risonanza con il Vuoto che lega, che a sua volta risonava alla vita senziente e al pensiero, e poi sfruttava la quasi incontenibile energia del Vuoto per… per muovere il primo passo. Per viaggiare, tramite il Vuoto, dove quelle voci aspettavano. Una volta Aenea aveva detto che il Vuoto attingeva all’energia delle quasar, dei centri galattici in esplosione, dei buchi neri e della materia nera. Sufficiente, forse, a spostare nello spaziotempo alcune forme di vita organica e a depositarle nel posto giusto.
L’amore è il primo motore dell’universo, aveva detto una volta Aenea. Aveva scherzosamente affermato di essere il Newton che un giorno avrebbe spiegato la fisica basilare di quella fonte d’energia largamente intatta. Non era vissuta abbastanza per riuscirci.
Ma capii ora che cosa aveva voluto dire e come la faccenda funzionava. Gran parte della musica delle sfere era creata dalle eleganti armonie e dalle variazioni di accordi dell’amore. Teleportarsi liberamente dove la persona amata aspetta. Imparare un luogo dopo averlo visitato con la persona o le persone amate. Amare la vista di nuovi luoghi.
All’improvviso capii perché i nostri primi mesi insieme erano stati (così mi era parso a quel tempo) inutili vagabondaggi per teleporter da pianeta a pianeta: Mare Infinitum, Qom-Riyadh, Hebron, Sol Draconis Septem, il pianeta senza nome dove avevamo lasciato la nave, tutti gli altri, perfino la Vecchia Terra. Non c’erano teleporter ancora in funzione. Aenea aveva portato con sé A. Bettik e me su quei pianeti. Li aveva toccati, ne aveva annusato l’aria, aveva sentito sulla pelle la luce del loro sole, li aveva visitati in compagnia di amici, di qualcuno che amava, per imparare la musica delle sfere, in modo da suonarla più tardi.
E la mia odissea da solo: il kayak che dalla Vecchia Terra si teleportava su Lusus e sul pianeta di nuvole e in tutti gli altri posti. Aenea era stata l’energia dietro quei trasferimenti. Mi aveva mandato lì perché potessi assaporare quei luoghi e ritrovarli un giorno per mio conto.
Avevo pensato, anche mentre scrivevo la mia storia nel grafer che ora tengo sottobraccio qui nella cella/scatola di Schrödinger, di essere poco più che un compagno di viaggio in una serie di avventure picaresche. Ma tutto aveva uno scopo. Ero un innamorato che viaggiava con la persona amata, o verso la persona amata, in una partitura musicale di mondi. Una partitura che dovevo imparare a memoria, per poterla suonare di nuovo un giorno.
Chiusi gli occhi e mi concentrai, poi trascesi la concentrazione, passai in quello stato di vuoto mentale che avevo imparato su T’ien Shan. Ogni pianeta aveva il suo scopo. Ogni minuto aveva il suo scopo.
In quel calmo nulla mi aprii al Vuoto che lega e all’universo al quale risonava. Non avrei potuto farlo, capii, senza la comunione col sangue di Aenea, senza gli organismi nanotec su misura che ora dimoravano nelle mie cellule e che avrebbero dimorato nelle cellule dei miei figli. "No, non i miei figli" pensai subito. "Ma nelle cellule degli esseri umani che erano sfuggiti al crucimorfo. Nelle cellule dei loro figli." Non avrei potuto farlo, se non avessi imparato da Aenea. Non avrei potuto udire le voci che udii allora, cori più grandi di quanto avessi mai udito prima, se non avessi affinato la mia grammatica e la mia sintassi del linguaggio dei morti e dei vivi nei mesi di lavoro per raccontare la mia storia in attesa della morte.