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READ-E-BOOK » Космическая фантастика » Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
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Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]

Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:

L’inquisizione è tornata a colpire. Nell’anno del Signore 3131, la Chiesa, garante dell’immortalità fisica a tutti i suoi fedeli, ingaggia una crociata contro gli Ouster, indomiti mutanti di origine umana. E lancia nello spazio una spietata caccia a Aenea — la fanciulla ritenuta il nuovo messia — per carpire il segreto della sua forza misteriosa. Mentre Endymion è custodito nella cella della morte, la ribellione dei giusti sta per giungere al suo atto finale: tutto ruota intorno a Aenea, dotata di grandi poteri e portatrice di oscure verità… Dopo «Hyperion», «La caduta di Hyperion» ed «Endymion», Dan Simmons tocca con questo romanzo l’apice della forza visionaria e immaginativa. E conclude una delle più celebrate, irresistibili e sensazionali saghe fantascientifiche del nostro tempo.
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«Aenea» disse il cardinale Lourdusamy «es igitur parata?» "Sei pronta, dunque?"

«In nomine humanitatis, parata sum» disse Aenea, guardando negli occhi il cardinale. "In nome dell’umanità, sono pronta."

Lourdusamy mosse la mano. I getti di gas avvamparono tutti insieme. Le alte fiamme avvolsero la mia amata e il cìbrido Albedo.

Aenea si contorse in agonia, sommersa dal calore.

«No!» gridò Albedo, da dentro le fiamme. Si allontanò dalla grata rovente, con la carne sintetica che cadeva, bruciata, dalle false ossa. Il costoso abito grigio salì verso il soffitto in batuffoli ardenti di stoffa e il viso dai bei lineamenti, fuso, gli colò sul petto. «No, maledizione a te!» gridò ancora Albedo e con dita roventi cercò la gola del cardinale Lourdusamy.

Le dita attraversarono l’ologramma. Il cardinale Lourdusamy fissava il viso di Aenea tra le fiamme. Alzò la destra. «Misericordia Dei, in nomine Patris et Filiae et Spiritus Sancti…»

Furono le ultime parole che Aenea udì, mentre le fiamme le avvolgevano le orecchie, la gola, il viso. I capelli le esplosero in fiamme. La vista le risplendette di vivido arancione e svanì, mentre il calore le fondeva gli occhi.

Ma nei pochi secondi di vita che le restarono, io sentii il suo dolore. E udii il suo pensiero come un grido, no, un bisbiglio, nella mia mente.

"Raul, ti amo."

Poi il calore si espanse, il dolore si espanse, il suo senso di vita e di amore e di missione si espanse e si alzò tra le fiamme come fumo che salisse verso il lucernario e la mia amata Aenea morì.

Percepii l’istante della sua morte come una implosione di vista e di suono e di essenza dei simboli. Ogni cosa nell’universo, che meritasse amore e per cui valesse la pena vivere, scomparve in quell’istante.

Non urlai di nuovo. Smisi di battere le pareti del serbatoio. Galleggiai nell’assenza di peso, sentii il serbatoio prosciugarsi, sentii le droghe e i tubicini per la crio-fuga cadere su di me e dentro di me come larve nella carne. Non mi ribellai. Me ne fregai.

Aenea era morta.

La nave torcia traslò in stato quantico. Quando mi svegliai, ero in questa cella della morte congegnata come scatola del gatto di Schrödinger.

Non aveva importanza. Aenea era morta.

32

Nella mia cella non c’era orologio né calendario. Non so per quanti giorni, settimane o mesi standard rimasi nella follia. Forse trascorsi molti giorni senza dormire o dormii per settimane filate, non so. Difficile, o impossibile, dirlo.

Ma a un certo punto, poiché il cianuro e le leggi della probabilità quantistica continuavano a risparmiarmi di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto, cominciai questo racconto. Non so perché i miei carcerieri mi diedero un grafer a lavagna e uno stilo e la possibilità di stampare qualche pagina su micropergamena riciclata. Forse pensavano che il condannato a morte scrivesse la propria confessione o usasse lo stilo del grafer per infierire inutilmente contro giudici e carcerieri. O forse che scrivesse dei propri peccati e dei propri torti, delle gioie e della perdita di gioie, come ulteriore forma di punizione. E forse in un certo modo lo era.

Ma fu anche la mia salvezza. All’inizio mi salvò dalla follia e dal suicidio per dolore e rimorso incontrollabili. Poi salvò i miei ricordi di Aenea, li trasse dalla palude d’orrore per la sua orribile morte e li portò sul più solido terreno dei giorni trascorsi insieme, della sua gioia di vivere, della sua missione, dei nostri viaggi, del suo complesso ma terribilmente schietto messaggio a me e a tutta la specie umana. Alla fine mi salvò semplicemente la vita.

Ben presto, iniziato il racconto, scoprii di poter spartire i pensieri e le azioni di ciascuno dei partecipanti alla nostra lunga odissea e alla nostra lotta fallita. Era una conseguenza di ciò che Aenea mi aveva insegnato con le discussioni e la comunione: l’apprendimento del linguaggio dei morti e del linguaggio dei vivi. Incontravo ancora i morti, nel sonno e nelle fantasticherie da sveglio: mia madre mi parlò spesso; e assaggiai la sofferenza e la saggezza di innumerevoli altri che erano vissuti e morti molto tempo fa; ma non erano quelle anime perdute a ossessionarmi ora, erano quelle con una visione parallela delle mie esperienze in tutti gli anni in cui avevo conosciuto Aenea.

Mai, durante l’attesa della morte nella scatola di Schrödinger, pensai di udire i pensieri attuali dei viventi al di là della mia prigione (presumevo che il guscio di energia fusa dell’uovo orbitale in qualche modo lo impedisse) ma ben presto imparai come escludere il clamore di tutte quelle innumerevoli voci più antiche risonanti nel Vuoto che lega e concentrarmi sui ricordi di coloro, sia morti sia ancora presumibilmente vivi, che avevano fatto parte della storia di Aenea. Così entrai nei pensieri e nei motivi (alcuni, almeno) di esseri umani così lontani dal mio modo di pensare da essere alla lettera creature aliene: i cardinali Simon Augustino Lourdusamy e John Domenico Mustafa, Lenar Hoyt nelle sue incarnazioni di papa Giulio e di papa Urbano XVI, mercanti della Pax Mercatoria come Kenzo Isozaki e Anna Pelli Cognani, preti e militari come padre de Soya, il sergente Gregorius, il capitano Marget Wu, il comandante in seconda Hoagan Liebler. Alcuni personaggi del mio racconto sono presenti nel Vuoto che lega soprattutto come cicatrici, buchi, vuoti (i cloni Nemes sono vuoti del genere, al pari del consigliere Albedo e di altre entità del Nucleo) ma riuscii a ripercorrere alcuni movimenti e azioni di costoro semplicemente grazie allo spostamento di quell’assenza nella matrice di emozione senziente che è il Vuoto che lega, un po’ come si scorgerebbe il contorno di un uomo invisibile che cammini sotto una pioggia a dirotto. Così, in combinazione con l’ascolto dei lievi mormorii dei morti umani, potei ricostruire il massacro degli innocenti Chitchatuk su Sol Draconis Septem a opera di Rhadamanth Nemes e udire i sibili di rabbia e le micidiali azioni di Scilla, Gige, Briareo e Nemes su Vitus-Gray-Balianus B. Ma per quanto fossero spiacevoli e mi disorientassero, queste discese nel vuoto morale e nell’incubo mentale erano bilanciate dalla possibilità di gustare ancora il calore di amici come Dem Loa, Dem Ria, padre Glauco, Het Masteen, A. Bettik e tutti gli altri. Trovai solo nei miei ricordi molti di questi partecipanti al mio racconto: persone meravigliose come Lhomo Dondrub, visto per l’ultima volta mentre volava su ali di pura luce nell’eroica e disperata battaglia contro le navi da guerra della Pax; e Rachel, nella seconda di varie vite che era destinata a riempire d’avventure; e la regale Dorje Phamo; e il saggio giovane Dalai Lama. In questo modo usavo il Vuoto che lega per ascoltare la mia stessa voce, per chiarire la memoria al di là della capacità e della chiarezza della memoria, e in questo senso mi vidi spesso come personaggio minore del mio stesso racconto, un compagno non geniale, un ribelle più che un capo, che spesso non faceva domande quando avrebbe dovuto o accettava risposte fin troppo inadeguate. Ma vidi anche il goffo Raul Endymion del mio racconto come un uomo che scopriva l’amore per una persona da lui attesa tutta la vita, e in questo senso la sua inclinazione a seguire senza domande era spesso bilanciata dalla disponibilità a dare all’istante la vita per la sua cara amica.

Anche se so oltre ogni dubbio che Aenea è morta, non cercai mai la sua voce fra il coro di quelli che parlavano il linguaggio dei morti. Anzi, percepii la sua presenza nel Vuoto che lega, percepii il suo tocco nella mente e nel cuore di tutte le brave persone che incapparono nella nostra odissea o la cui vita fu cambiata per sempre nella nostra lunga lotta contro la Pax. Mentre imparavo ad attenuare l’inanimato clamore e a cogliere voci specifiche dal coro dei morti, mi resi conto che spesso quelle risonanze umane nel Vuoto erano visualizzate da me come stelle, alcune fioche ma visibili, se si sapeva dove guardare, altre luminose come supernovae, altre ancora in combinazione binaria con altre ex anime viventi oppure fissate in eterno in una costellazione di amore e di rapporto con individui specifici, altre, come Mustafa e Lourdusamy e Hoyt, quasi consumate e fatte implodere dalla terribile gravità della loro ambizione o avidità o sete di potere, quasi prive del loro splendore umano mentre collassavano in buchi neri dello spirito.

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