Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
- Автор: Симмонс Дэн
- Серия: Canti di Hyperion #4
- Год: 1999
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-45610-8
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:
Non avrei potuto farlo, capii, se fossi stato immortale. Questo grado di amore per la vita e per un’altra persona è concesso, capii una volta per tutte, non agli immortali, ma a quelli che vivono brevemente e sempre sotto l’ombra della morte e della perdita.
Mentre stavo lì ad ascoltare gli accordi sempre più vasti della musica delle sfere, in grado ora di individuare nel coro voci distinte — Martin Sileno, ancora vivo ma in pessime condizioni sul mio mondo natale; Theo, sul bellissimo pianeta Patto-Maui; Rachel, sul mondo di Barnard; il colonnello Kassad, sul rosso Marte; padre de Soya, su Pacem — e persino gli amabili accordi dei morti — Dem Ria su Vitus-Gray-Balianus B, il caro padre Glauco sul gelido Sol Draconis Septem, la voce di mia madre sul lontano Hyperion — udii anche le parole di John Keats, nella sua voce e nella voce di Martin Sileno e nella voce di Aenea:
Ma questa è l’umana vita: la guerra, le imprese,
la delusione, l’ansia,
le lotte dell’immaginazione, lontano e vicino,
tutte umane; portano in sé questo bene,
che sono ancora l’aria, il fine cibo,
per farci sentire vivi e per mostrare
quant’è quieta la morte. Dove c’è humus l’uomo cresce
sia per malerba sia per fiore; ma per me
non c’è profondità per intervenire…
In quel momento invece per me era vero il contrario: c’era profondità più che sufficiente per intervenire. In quel momento l’universo si faceva più profondo, la musica delle sfere cresceva da semplice coro a sinfonia trionfante come la Nona di Beethoven e capii che sarei stato sempre in grado di udirla quando avrei voluto o ne avessi avuto bisogno, che sarei sempre stato in grado di usarla per muovere il passo necessario per vedere colei che amavo oppure, se non ci riuscivo, per andare nel luogo dove ero stato con lei che amavo oppure, se non ci riuscivo, per trovare un posto da amare per la sua stessa bellezza e ricchezza.
Allora l’energia delle quasar e dei nuclei stellari in esplosione mi riempì. Fui trasportato su onde di energia più belle e più liriche perfino delle ali degli angeli Ouster viste scivolare lungo corridoi di luce. Il guscio di micidiale energia che era il mio carcere e cella della morte parve ora risibile, originale scherzo di Schrödinger, una corda per giochi da bambini stesa per terra intorno a me come pareti di prigione.
Mossi un passo fuori della scatola del gatto di Schrödinger e fuori del sistema solare di Armaghast.
Per un istante, mentre sentivo cadere e restare indietro per sempre i confini della prigione di Schrödinger, mentre esistevo da nessuna parte e dappertutto nello spazio, pur restando fisicamente intatto in corpo e stilo e grafer sottobraccio, provai un’ondata di vera e propria euforia, potente come i vertiginosi effetti del teleportarsi da soli. Libero! Ero libero! L’ondata di gioia fu così intensa da farmi venire voglia di piangere, di gridare nella circostante luce del non-spazio, di unire la mia voce al coro di voci dei vivi e dei morti, di cantare con le cristalline sinfonie delle sfere che salivano e ricadevano intorno a me come solidi frangenti musicali. Finalmente libero!
E allora ricordai che l’unica ragione per essere libero, l’unica persona che avrebbe giustificato quella libertà, era scomparsa. Aenea era morta. La gioia della fuga svanì all’improvviso, totalmente, sostituita da una semplice ma profonda soddisfazione per la libertà dopo tanti mesi di prigionia. L’universo mi pareva prosciugato di ogni colore, ma almeno adesso ero libero di andare dove volevo in quel reame monotono.
Dove sarei andato? Galleggiavo nella luce, mi teleportavo liberamente nell’universo, con stilo e grafer sotto il braccio, ed ero indeciso.
Hyperion? Avevo promesso di tornare da Martin Sileno. Potevo sentire la sua voce risonare con forza nel Vuoto, passato e presente; ma quella voce non avrebbe fatto parte del coro ancora a lungo. La vita che gli restava ormai poteva essere contata in giorni o meno. Ma non sarei andato su Hyperion. Non ancora.
La biosfera Albero Stella? Ero sorpreso di udire che ancora esisteva in qualche forma, anche se la voce di Lhomo mancava dalla sua corale sinfonia. L’Albero Stella era stato importante per Aenea e per me; un giorno ci sarei dovuto tornare. Ma non ora.
La Vecchia Terra? Sorpreso, udii con assoluta chiarezza la musica di quella sfera, nella voce di Aenea e nella mia, nel canto degli amici con cui eravamo stati in armonia a Taliesin. La distanza non significava niente, nel Vuoto che lega. Lì il tempo faceva invecchiare, ma non distruggeva. Però non sarei andato sulla Vecchia Terra. Non ora.
Udii decine di possibilità, decine di voci che volevo ascoltare di persona, persone da abbracciare e con cui piangere, ma la musica a cui ora reagii più intensamente era quella del mondo dove Aenea era stata torturata e uccisa. Pacem. Sede della Chiesa e covo dei nostri nemici. Due cose, capivo ora, diverse. Su Pacem non c’era niente di Aenea per me, tranne ceneri del passato.
Ma Aenea mi aveva chiesto di portare sulla Vecchia Terra le sue ceneri e di spargerle laggiù. Spargerle dove avevamo più riso e amato.
Pacem. Nel vortice d’energia del Vuoto, fuori dalla cella/scatola di Schrödinger, ma senza esistere in nessun luogo, se non come pura probabilità quantica, presi la decisione e mi teleportai su Pacem.
33
Il Vaticano è in rovina, come se vi fosse calato dal cielo il pugno di Dio in preda a una collera trascendente la comprensione umana. L’infinita città burocratica intorno al Vaticano è fatta a pezzi. Lo spazioporto è distrutto. I grandi viali sono scorificati e fusi e orlati di detriti. L’obelisco egiziano che un tempo si trovava al centro di piazza San Pietro è stato spezzato alla base, le decine e decine di colonne intorno allo spazio ovale della piazza sono crollate come tronchi di pietra. La cupola di San Pietro è distrutta, precipitata attraverso la loggia centrale e la grandiosa facciata, e giace in macerie sugli scalini infranti. Le mura del Vaticano sono crollate in centinaia di punti, mancano completamente per lunghi tratti. Gli edifici un tempo protetti fra quei medievali confini — il Palazzo apostolico, gli archivi segreti, le caserme delle guardie svizzere, l’ospizio di Santa Madre Teresa, gli appartamenti papali, la Cappella Sistina — sono tutti allo scoperto, schiacciati, bruciati, abbattuti, sparpagliati.
Castel Sant’Angelo da questa parte del fiume è stato scorificato. Il torreggiante cilindro, venti metri di pietra che si alzavano dalla gigantesca base quadrata, è fuso e ridotto a una montagnola di lava rappresa.
Vedo tutto questo mentre cammino lungo il viale di lastre in frantumi sul lato orientale del fiume. Davanti a me, il ponte Sant’Angelo è spezzato in tre tronconi e precipitato nel fiume. Nel letto del fiume, dovrei dire, perché pare che il Nuovo Tevere sia evaporato, lasciando vetro dove un tempo c’erano il fondo sabbioso e le rive. Qualcuno ha allestito alla buona un ponte di corde sul varco sommerso di detriti fra le rive.
È Pacem, non ho alcun dubbio. L’atmosfera sottile e fredda dà la stessa sensazione che dava quando padre de Soya, Aenea e io siamo stati lì, il giorno prima che la mia amata morisse, anche se allora pioveva e il cielo era grigio, mentre ora risplende in un tramonto che riesce a far sembrare belle perfino le macerie della cupola di San Pietro.
Camminare libero sotto il cielo aperto, dopo gli incalcolabili mesi di ermetica prigionia, è quasi soffocante. Tengo stretto a me il grafer come uno scudo, come un talismano, una Bibbia, e percorro, malfermo sulle gambe, il viale un tempo grandioso. Per mesi la mia mente ha condiviso ricordi di molti luoghi e di molte persone, ma gli occhi, i polmoni, le gambe, la pelle, hanno dimenticato la sensazione della vera libertà. Anche nella tristezza, provo una certa esultanza.