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La corona di spade

Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:

La corona di spade
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Min sapeva di essere solo una vedetta, proprio come Caraline dall’altro lato di Cadsuane, e sapeva che il pugnale che aveva con sé non era di alcuna utilità contro le creature di nebbia, ma Padan Fain poteva ancora essere vivo e nascondersi nelle vicinanze. Non l’avrebbe mancato di nuovo. Anche Caraline aveva un pugnale e, a giudicare dalle occhiate che lanciava alle sue spalle, verso Darlin che barcollava sotto il peso di Rand, forse aveva intenzione di proteggere anche il Drago Rinato. Ma ancora una volta, forse non era lui. Una donna poteva perdonare qualsiasi naso per quella risata.

Le sagome continuavano a prendere forma nella nebbia e a morire con il fuoco; una di esse aveva tagliato in due un cavallo proprio accanto a una delle Aes Sedai, prima che questa riuscisse ad abbatterla. Dopo quella scena Min si sentiva nauseata, e non se ne vergognava; molti stavano morendo, ma si trattava di persone, persone che avevano scelto di trovarsi in quel posto. Il peggior soldato avrebbe potuto decidere di fuggire, se avesse voluto, ma non un cavallo. Le sagome si formavano e morivano, così come gli uomini, tra grida lontane, anche se si imbatterono in un corpo che forse era stato vivo meno di un’ora prima. Min cominciò a chiedersi se avrebbero mai più rivisto la luce del giorno.

A un tratto e senza alcun preavviso, si ritrovò immersa nella luce. Un momento prima era ancora circondata dal grigiore, quello successivo il sole che ardeva alto nel cielo azzurro e terso, talmente luminoso che fu costretta a schermarsi gli occhi. Lì, a una manciata di chilometri di distanza, tra colline boscose, vide Cairhien ergersi in un solido quadrato. Aveva qualcosa di irreale.

Si voltò di nuovo a guardare il limitare della nebbia e rabbrividì. Era un confine, un muro tremante che si distendeva fra gli alberi sulla collina, lungo una linea fin troppo retta, senza mulinelli o assottigliamenti. Dove si trovava lei c’era aria fresca; dall’altro lato, nebbia densa. Proprio davanti a lei una parte di un albero divenne visibile, e Min si accorse che l’ombra stava recedendo, forse bruciata dal sole, ma troppo lentamente perché si potesse trattare di un evento naturale. Tutti i componenti del gruppo fissavano la scena con la sua stessa intensità, perfino le Aes Sedai.

A venti passi di distanza, nella radura, apparve d’un tratto un uomo che si trascinava avanti carponi. Aveva il cranio rasato e, a giudicare dal pettorale ammaccato che indossava, era un soldato semplice. Si guardava intorno in maniera selvaggia e non sembrava che li avesse notati, quindi ridiscese sempre a quattro zampe il pendio della collina. Alla sua destra apparvero altri due uomini e una donna che correvano. La donna aveva delle strisce colorate davanti al vestito, ma era difficile vedere quante fossero, dal momento che teneva la gonna sollevata per correre veloce, e lo era davvero, dato che teneva testa agli altri due. Nessuno di loro si guardò intorno, ma si lanciarono giù per la collina, cadendo, rotolando, rialzandosi e riprendendo a correre.

Caraline studiò la sottile lama del proprio pugnale per un momento, quindi ripose l’arma nella custodia. «Dunque il mio esercito è svanito» sospirò.

Darlin, che ancora aveva Rand svenuto sulle spalle, la guardò. «C’è un esercito a Tear, se vorrai convocarlo.»

Caraline lanciò un’occhiata a Rand, sospeso come un sacco vuoto. «Forse» rispose. Darlin, accigliato, si voltò per guardare il volto di Rand.

Cadsuane invece fu molto concreta. «La strada si trova da quella parte» disse indicando verso ovest. «Sarà più veloce che procedere nei boschi. Nient’altro che una passeggiata.»

Min non l’avrebbe definita così. L’aria sembrava due volte più calda dopo il gelo della nebbia, e lei grondava sudore e le sembrava di star perdendo tutte le forze. Le tremavano le gambe. Inciampò su una radice e cadde a faccia avanti. Inciampò nei sassi e cadde. Inciampò per via dei tacchi degli stivali e cadde ancora. Una vola finì a terra senza un vero motivo, scivolando almeno di quaranta passi giù per il pendio, agitando le braccia fin quando non riuscì ad aggrapparsi a un ramoscello. Anche Caraline perse l’equilibrio tante volte quanto Min, forse anche più; i suoi vestiti non erano stati concepiti per quel tipo di viaggio, e prima che fosse trascorso troppo tempo, dopo che una caduta in avanti la fece finire con la gonna sopra le orecchie, chiese a Min il nome della sarta che le aveva cucito giubba e brache. Darlin invece non ebbe grandi problemi. Barcollava, inciampava e scivolava come loro due, ma ogni volta che stava per finire a terra sembrava che qualcosa lo sostenesse, mantenendolo in equilibrio. All’inizio l’uomo guardò torvo le Aes Sedai: un sommo signore Tarenese pieno d’orgoglio avrebbe trasportato Rand senza alcun aiuto. Cadsuane e le altre fecero finta di non notarlo. Loro non cadevano mai. Camminavano con disinvoltura, chiacchierando serene fra loro e sostenendo Darlin prima che cadesse. Quando raggiunsero la strada, l’uomo pareva allo stesso tempo grato e sfuggito a un inseguimento.

In piedi in mezzo alla strada di terra battuta, in vista del fiume, Cadsuane sollevò una mano per fermare il primo convoglio che apparve davanti a loro, un carro traballante trainato da due muli logori e guidato da un contadino rachitico con la giubba rattoppata, il quale tirò le redini con solerzia. Chi pensava di aver incontrato quel povero tizio sdentato? Tre Aes Sedai dall’età indefinibile, con tanto di scialle, che parevano scese da una carrozza appena un attimo prima. Una donna Cairhienese bagnata di sudore, di alto rango, a giudicare dalle strisce di colore sul suo vestito, o forse una mendicante che aveva ricevuto quell’abito in dono da una nobile, visto lo stato in cui era ridotta la stoffa. Un nobile Tarenese, con il sudore che gli gocciolava dal naso e la barba a punta, che trasportava un altro uomo sulle spalle, come fosse un sacco di grano. E infine lei stessa. Con le brache rotte sulle ginocchia e uno strappo su una natica coperto dalla giubba, grazie alla Luce, anche se una manica si reggeva appesa solo a pochi fili; inoltre aveva addosso più macchie e polvere di quanto amava pensare.

Senza attendere oltre, estrasse un pugnale da sotto la manica, facendo saltare la maggior parte di quei pochi fili che ancora la tenevano unita al resto degli abiti, e lo fece roteare come le aveva insegnato Thom Merrilin, facendo passare l’elsa fra le dita in modo che la lama rilucesse al sole. «Abbiamo bisogno di un passaggio fino al palazzo del Sole» annunciò. Rand stesso non avrebbe potuto fare di meglio. Vi erano situazioni in cui essere autoritari risparmiava molte discussioni.

«Bambina,» disse Cadsuane in tono di rimprovero «sono sicura che Kiruna e le sue amiche farebbero di tutto, ma fra loro non c’è nemmeno una Gialla. Samitsu e Corele sono davvero due delle migliori guaritrici mai esistite. Lady Arilyn ci ha gentilmente offerto il suo palazzo in città, per cui possiamo portarlo...»

«No.» Min non aveva idea di dove avesse trovato il coraggio di opporsi a quella donna. Sapeva solo che stavano parlando di Rand. «Se si sveglia...» Min si fermò per deglutire. Si sarebbe svegliato. «Se si sveglia in un luogo a lui estraneo, circondato di nuovo da Aes Sedai che non conosce, non voglio nemmeno immaginare cosa farà. E nemmeno tu.» Sostenne lo sguardo freddo dell’altra per un lungo momento, poi l’Aes Sedai annuì.

«Il palazzo del Sole» confermò Cadsuane al contadino. «Più veloce che puoi.»

Naturalmente non era poi così semplice nemmeno per un’Aes Sedai. Il carro di Ander Tol era pieno di rape da vendere in città, e quell’uomo non aveva nessuna intenzione di avvicinarsi al palazzo del Sole, dove, aveva spiegato loro, il Drago Rinato mangiava le persone che venivano cucinate in padella da donne Aiel alte tre metri. Non si sarebbe avventurato a meno di due chilometri dal quel palazzo per nessuna Aes Sedai. Ma Cadsuane gli lanciò davanti un sacchetto di monete che lo fece rimanere a occhi sgranati quando ne guardò il contenuto. La donna gli disse che con quel denaro aveva comprato tutte le sue rape e noleggiato il carro, e che, se l’idea non gli piaceva, poteva restituire il sacchetto di monete. Gli parlò con le mani sui fianchi e uno sguardo che suggeriva che quell’uomo avrebbe dovuto mangiarsi il carro su due piedi se avesse solo provato a restituirlo. Fu così che il gruppo scoprì che Ander Tol era un uomo ragionevole. Samitsu e Niande scaricarono il carro, facendo volare in aria le rape, che atterrarono in ordine su un lato della strada. A giudicare dalle loro espressioni, quello non era affatto il modo in cui avevano pensato che avrebbero usato l’Unico Potere. Darlin, invece, ancora in piedi con Rand in spalla, pareva sollevato di non essere stato chiamato a svolgere quell’incarico. Ander Tol era seduto a cassetta a bocca aperta, e giocherellava con il sacchetto come se si stesse domandando se non avrebbe potuto ottenere più denaro.

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