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La corona di spade

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La corona di spade
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«Vorrei che non avessimo lasciato i nostri Custodi in città» osservò la Sorella Gialla. I campanellini d’argento fra i suo capelli scuri tintinnarono quando scosse il capo. Aveva un’aria autorevole quasi quanto Cadsuane, tanto che chi la osservava difficilmente riusciva a notare la sua bellezza, ma vederla scuotere il capo a quel modo ricordava... una specie di gesto capriccioso. «Vorrei avere Roshan qui con me.»

«Che ne dici di un circolo, Cadsuane?» chiese la Grigia, mentre si guardava intorno per scrutare nella nebbia. Assomigliava a un grosso passero, con gli occhi curiosi e il naso adunco che ricordava un becco. Non un passero spaventato, ma uno pronto a volare via. «Dovremmo collegarci?»

«No, Niande» sospirò Cadsuane. «Se vedi qualcosa, devi essere in grado di colpire senza aspettare il mio permesso di agire. Samitsu, smetti di preoccuparti per Roshan. Qui con noi abbiamo tre ottimi spadaccini, due di loro con il marchio dell’airone, come vedo. Andranno bene.»

Toram digrignò i denti nel vedere l’airone inciso sulla spada che Rand aveva sguainato. La sua smorfia pareva un sorriso, ma non era affatto divertito. Anche sulla sua lama spiccava un airone. Quel simbolo non c’era sulla lama di Darlin, che osservò l’arma di Rand e poi gli rivolse un rispettoso cenno del capo che fu senz’altro più enfatico di quello che aveva offerto al semplice Tomas Trakand, di un ramo minore della casata.

La Verde con i capelli grigi aveva evidentemente preso il comando, e lo mantenne nonostante un tentativo ai protesta da parte di Darlin, che come molti Tarenesi non gradiva troppo le Aes Sedai, e di Toram, al quale non piaceva nessuno che desse ordini, a parte sé stesso. Nemmeno Caraline aveva apprezzato troppo quel cambiamento, ma Cadsuane ignorò le sue occhiatacce come aveva fatto con le proteste degli uomini. A differenza di questi ultimi, però, Caraline sembrava aver compreso che lamentarsi non sarebbe servito a nulla. Meraviglia delle meraviglie, Rand si lasciò docilmente sistemare alla destra di Cadsuane, che impartì a tutti ordini sulle posizioni. Be’, non proprio docilmente — la guardò dall’alto in basso in un modo tale che, se l’avesse fatto con lei, Min l’avrebbe preso a schiaffi. L’Aes Sedai invece si limitò a scuotere il capo e mormorò qualcosa che lo fece arrossire — ma almeno tenne la bocca chiusa. In quel momento, Min aveva pensato che fosse sul punto di annunciare pubblicamente chi fosse. E che forse la nebbia sarebbe svanita per timore del Drago Rinato. Rand le sorrise, come se con quel clima fosse normale la presenza della nebbia, perfino di una nebbia in grado di trascinare via tende e persone.

Il gruppo si muoveva fra quella foschia densa in formazione di stella a sei punte, con Cadsuane in testa a tutti, un’Aes Sedai ad altre due estremità, e gli uomini con le spade per le restanti tre. Toram ovviamente si lagnò di essere stato messo in fondo al gruppo, finché Cadsuane non parlò dell’onore della retroguardia o qualcosa di simile. Quel commento lo fece calmare. Min non aveva alcuna obiezione sulla propria posizione al centro della stella insieme a Caraline. Aveva un pugnale per mano, ma si chiedeva se sarebbero serviti a qualcosa. Fu un sollievo per lei notare che il pugnale fra le mani di Caraline tremava. Almeno le sue erano salde, ma forse lei era troppo spaventata perfino per tremare.

La nebbia era gelida come il cuore dell’inverno. Il grigiore si avvicinò a loro a banchi talmente fitti che era difficile vedere con chiarezza perfino gli altri elementi del gruppo. Sentire invece era fin troppo facile. Le grida di uomini e donne che piangevano e i nitriti dei cavalli terrorizzati penetravano in quelle tenebre. Sembrava che la foschia smorzasse i suoni, li rendesse sordi, per cui per fortuna quei versi orribili parevano distanti. La nebbia incominciò a ispessirsi, ma i globi di fuoco scagliati dalle mani di Cadsuane, che sfrigolavano in quel freddo grigiore, mandavano continue esplosioni di fiamme. I rombi alle sue spalle e le luci che sfavillavano nella nebbia come fulmini tra le nuvole facevano intuire che anche le altre due Sorelle erano al lavoro. Min non aveva alcun desiderio di guardarsi alle spalle. Ciò che riusciva a vedere le bastava.

Superarono tende abbattute, in parte nascoste dalla caligine grigia, cadaveri, e a volte brandelli di persone che la nebbia non copriva abbastanza. Una gamba. Un braccio. Metà di un corpo. Videro anche la testa di una donna che sembrava sorridergli da dove era caduta, nell’angolo di un carro capovolto. Il terreno cominciò a risalire sempre più ripido. Min vide la prima anima vivente camminare vicino a loro e desiderò di non averla mai scorta. Era uno degli uomini con la giubba rossa, e barcollava davanti a loro, agitando flebilmente il braccio sinistro. Aveva perso l’altro braccio, da metà del suo volto sporgevano delle ossa bianche e bagnate. Parole incomprensibili si formarono tra i suoi denti, e un attimo dopo cadde a terra. Samitsu s’inginocchiò vicino a lui per un momento, appoggiandogli un dito contro ciò che rimaneva della fronte, quindi si alzò scuotendo il capo e il gruppo proseguì, sempre in salita, al punto che Min si chiese se stessero scalando una montagna invece che risalire una collina.

La nebbia davanti a Darlin cominciò di colpo a prendere forma, una sorta di sagoma umana dotata di innumerevoli tentacoli e bocche spalancate piene di denti. Il sommo signore non era un maestro spadaccino, ma non era nemmeno lento. La sua lama trapassò il centro di quella forma ancora incompiuta, con un movimento dall’alto in basso. Divise quattro nuvole di nebbia, più dense di quella circostante, che ricaddero in terra. «Be’,» disse «almeno adesso sappiamo che l’acciaio può tagliare queste... creature.»

Le quattro parti di nebbia densa incominciarono ad assemblarsi nuovamente fra loro.

Cadsuane distese una mano: dalle sue dita cadevano delle gocce di fuoco. Una fiamma luminosa bruciò la nebbia che si stava solidificando, facendola scomparire. «Già, ma si limita a tagliarle, a quanto pare» mormorò.

Davanti a loro, sulla destra, apparve improvvisamente una donna, che fra i turbinanti filamenti grigi correva tenendo la gonna sollevata davanti, anche se spesso inciampava. «Grazie alla Luce,» gridò «grazie alla Luce! Credevo di essere sola!» Ma la foschia si strinse proprio alle sue spalle, un incubo pieno di artigli e zanne che incombeva su di lei. Fosse stato un uomo, Min era sicura che Rand avrebbe aspettato: invece sollevò una mano prima che Cadsuane potesse agire a sua volta e una barra di una sostanza bianca e liquida, simile a fuoco e più luminosa del sole, scattò sopra la testa della sconosciuta che correva. La creatura svanì. Per un momento tutti scorsero l’aria limpida nel punto in cui fino a poco prima si trovava la nebbia e lungo la linea della barra incendiata, poi la grigia nube cominciò a richiudersi. La donna rimase immobile per un momento, poi, urlando a squarciagola, si voltò e scappò allontanandosi da loro, sempre discendendo la collina, fuggendo da ciò che temeva anche più di quegli incubi di nebbia.

«Tu!» gridò Toram, talmente forte che Min si girò verso di lui brandendo i pugnali. L’uomo era ritto in piedi e teneva la spada puntata contro Rand. «Tu sei lui! Avevo ragione! È opera tua! Non mi prenderai in trappola, al’Thor!» Scattò di colpo da un lato, risalendo in maniera scomposta il pendio. «Non m’intrappolerai!»

«Torna qui!» gridò Darlin alle sue spalle. «Dobbiamo rimanere insieme! Dobbiamo...» s’interruppe fissando Rand. «Tu sei lui. La Luce mi folgori, sei proprio tu!» Fece per frapporsi fra lui e Caraline, ma almeno non corse via.

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