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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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«Ho cambiato idea, Giocattolo» mormorò lei, collocando la pietruzza bianca con attenzione nell’intersezione di due linee vicino al centro della plancia. «Giochi molto bene.»

Mat batté le palpebre. Era possibile che sapesse a cosa mirava?

Selucia era in piedi alle spalle di Tuon, apparentemente assorta nel contemplare la plancia quasi vuota. Setalle voltò una pagina del suo libro e si spostò un po’ per avere una luce migliore. Certo che no. Stava parlando di sassolini. Se avesse anche solo sospettato il suo vero gioco, l’avrebbe buttato fuori per un orecchio. Qualunque donna l’avrebbe fatto. Doveva riferirsi ai sassolini.

Fu quella la notte in cui ottennero un pareggio, con ciascuno di loro che controllava metà plancia in aree e porzioni irregolari. In verità, lei aveva ottenuto una vittoria.

«Ho mantenuto la mia parola, Giocattolo» disse con accento strascicato mentre lui riponeva le pietre nei sacchetti. «Nessun tentativo di fuga né di tradimento. Questo è limitante.» Fece un gesto attorno intendendo l’interno del carro. «Desidero fare una passeggiata. Col buio andrà bene. Tu puoi accompagnarmi.» I suoi occhi sfiorarono il mazzo di boccioli di rosa, poi si sollevarono sul suo viso. «Per assicurarti che io non scappi.»

Setalle tenne il segno con un esile dito e lo guardò. Selucia, ritta dietro Tuon, lo guardò. La donna aveva mantenuto la sua parola, per quanto sembrasse pazza . Passeggiate col buio, con la maggior parte della gente dello spettacolo già nei loro letti, non avrebbero causato alcun danno, non con lui lì ad assicurarsene. Allora perché si sentiva come se stesse perdendo il controllo della situazione?

Tuon acconsentì ad andare incappucciata e avvolta in un mantello, la qual cosa fu un sollievo. I capelli neri stavano ricrescendo sul suo cranio rasato, ma finora c’era poco più di una lunga peluria, e a differenza di Selucia, che molto probabilmente dormiva con indosso il suo foulard, Tuon non aveva mostrato alcuna propensione a coprirsi il capo. Una donna delle dimensioni di una bambina con i capelli più corti di qualunque uomo con una calvizie incipiente sarebbe stata notata perfino di notte. Setalle e Selucia seguivano sempre a breve distanza nell’oscurità, la cameriera per tenere un occhio protettivo sulla sua padrona e Setalle per tenere d’occhio la cameriera. Perlomeno, lui pensava che fosse così. Alle volte pareva che entrambe stessero sorvegliando lui. Tutte e due erano fin troppo amichevoli per essere guardia e prigioniera. Mat aveva sentito Setalle mettere in guardia Selucia sul fatto che lui era un furfante con le donne, proprio una bella cosa da dire! E Selucia aveva replicato con calma che la sua signora gli avrebbe spezzato le braccia se lui si fosse mostrato irrispettoso, proprio come se loro non fossero affatto prigioniere.

Mat pensava di usare queste passeggiate per apprendere qualcosa di più su Tuon – lei non parlava molto davanti a una plancia di sassolini – ma la ragazza aveva l’abitudine di ignorare quello che le chiedeva o di cambiare l’argomento, deviando di solito su di lui.

«I Fiumi Gemelli sono tutti foreste e fattorie» disse mentre passeggiavano lungo la strada principale dello spettacolo. Le nuvole nascondevano la luna e i carri variopinti erano sagome scure indistinguibili, le piattaforme degli artisti che fiancheggiavano la strada solo delle ombre. «Tutti coltivano tabacco e allevano pecore. Mio padre alleva anche mucche e commercia cavalli, ma perlopiù sono pecore e tabacco da un confine all’altro.»

«Tuo padre commercia cavalli» mormorò Tuon. «E tu cosa fai, Giocattolo?»

Lui guardò dietro le spalle verso le due donne che si muovevano come spettri dieci passi più indietro. Setalle poteva non essere tanto vicina da sentire, se lui manteneva la voce bassa, ma decise di essere onesto. Inoltre con l’oscurità lo spettacolo era immerso nel silenzio. Lei poteva sentire, e sapeva cosa lui era venuto a fare a Ebou Dar. «Sono un giocatore d’azzardo» disse.

«Mio padre si definiva un giocatore d’azzardo» disse piano Tuon.

«Morì per una scommessa sbagliata.»

E come poteva scoprire cosa significava questo?

Un’altra notte, camminando lungo una fila di gabbie di animali, ognuna costruita per riempire un carro intero, lui disse: «Cosa fai per divertirti, Tuon? Solo perché ti piace. A parte giocare a sassolini.»

Poteva quasi percepire Selucia agitarsi a trenta piedi di distanza perché lui l’aveva chiamata per nome, ma a Tuon sembrò non importare. A lui pareva che non le importasse.

«Addestro cavalli e damane» disse lei, scrutando in una gabbia che conteneva un leone addormentato. L’animale era solo una grossa ombra distesa sulla paglia dietro le spesse sbarre. «Ha davvero una criniera nera? Non ci sono leoni con la criniera nera in tutta Seanchan.»

Addestrava damane? Per divertimento? Luce! «Cavalli? Che genere di cavalli?» Poteva darsi che si trattasse di cavalli da guerra, se addestrava dannate damane. Per divertimento.

«Comare Anan mi dice che sei un furfante, Giocattolo.» La sua voce era distaccata, non fredda. Controllata. Si voltò verso di lui, il volto nascosto nelle ombre del suo cappuccio. «Quante donne hai baciato?» Il leone si svegliò e tossì, un suono profondo che avrebbe di sicuro fatto rizzare i capelli sulla testa di chiunque. Tuon non trasalì nemmeno.

«Pare che stia per mettersi di nuovo a piovere» disse lui debolmente.

«Selucia mi scuoierà se ti riporto indietro zuppa.» La sentì ridere piano. Cos’aveva detto di così divertente?

C’era un prezzo da pagare, ovviamente. Forse le cose sarebbero andate a modo suo o forse no, ma quando pensavi che fosse così, c’era sempre un prezzo.

«Che razza di chiacchierone» si lamentò con Egeanin. Il sole del pomeriggio poggiava sull’orizzonte, una sfera dorata seminascosta dalle nuvole, che proiettava lunghe ombre per lo spettacolo. Non pioveva, una volta tanto, e malgrado il freddo erano seduti curvi sotto il carro verde che condividevano, giocando a sassolini in bella vista per chiunque passasse. Erano in molti a farlo, uomini che si affrettavano per qualche faccenda dell’ultimo minuto, bambini che approfittavano dell’ultima opportunità per far rotolare i loro cerchi attraverso le pozzanghere di fango e lanciarsi la palla prima che calasse la notte. Alcune donne che tenevano le gonne sollevate lanciavano un’occhiata al carro mentre passavano, e Mat sapeva qual era la loro espressione perfino quando erano incappucciate. Nello spettacolo non c’era una donna che avrebbe voluto parlare con Mat Cauthon. Irritato, fece scuotere i sassetti neri che teneva raccolti nella mano sinistra.

«Riceveranno il loro oro quando raggiungeremo Lugard. È tutto quello di cui devono preoccuparsi. Non dovrebbero ficcare il naso nei miei affari.»

«Non puoi certo biasimarle» disse Egeanin col suo accento strascicato, studiando la plancia. «Si suppone che tu e io siamo amanti in fuga, ma tu passi più tempo con... lei... che con me.» Aveva ancora problemi a non chiamare Tuon Somma Signora. «Ti comporti come un corteggiatore.» Si protese in avanti per collocare il suo sassolino, poi si fermò con la mano sopra la plancia. «Non puoi credere davvero che completerà la cerimonia, dico bene? Non puoi essere così sciocco.»

«Che cerimonia? Di cosa stai parlando?»

«L’hai chiamata tua moglie tre volte quella notte a Ebou Dar» disse lentamente. «Davvero non lo sai? Una donna dice tre volte che un uomo è suo marito e lui dice tre volte che lei è sua moglie, e sono sposati. Ci sono anche delle benedizioni, di solito, ma è dirlo di fronte a dei testimoni che lo rende un matrimonio. Davvero non lo sapevi?»

Mat rise e scrollò le spalle, avvertendo il coltello che gli pendeva dietro il collo. Un buon pugnale dava a un uomo una sensazione di conforto. Ma la sua risata fu roca. «Ma lei non ha detto nulla.» Le aveva infilato dannatamente bene un bavaglio in bocca, allora! «Perciò qualunque cosa io abbia detto non significa nulla.» Ma sapeva quello che Egeanin stava per dire. Lo sapeva con la stessa certezza che l’acqua era bagnata. Gli era stato detto chi avrebbe sposato.

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