Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
Naturalmente c’era sempre da mettere in conto che era ta’veren, ma se questo l’avrebbe portato faccia a faccia con Suroth o una manciata di servitori del palazzo di Tarasin, poteva pure starsene a letto con la testa avvolta in una coperta e sarebbe successo comunque. Talvolta bisognava semplicemente fidarsi della fortuna. Il problema era che, quando quella mattina si era svegliato, i dadi gli sbatacchiavano di nuovo nella testa. Stavano ancora rimbalzando nel suo cranio.
«Ho promesso» disse. Era bello essere di nuovo in abiti decenti. La giacca era di eccellente lana verde, con un buon taglio, e gli arrivava quasi fino alle ginocchia e alla sommità degli stivali con risvolti. Non c’era ricamo – forse un poco avrebbe giovato – ma aveva un tocco di merletto sui polsini. E una buona camicia di seta. Desiderò avere uno specchio. Un uomo doveva apparire al meglio in un giorno come quello. Raccogliendo il suo mantello dal letto, se lo gettò sulle spalle. Non era sgargiante come quelli di Luca. Grigio scuro, fosco quasi quanto la notte. Solo l’orlo era rosso. La spilla che lo reggeva era composta da semplici nodi d’argento non più grandi dei suoi pollici.
«Ha dato la sua parola, Bayle» disse Egeanin. «La sua parola. Non verrà meno, mai.» Egeanin suonava assolutamente convinta. Più convinta di Mat, comunque. Ma qualche volta un uomo doveva correre un rischio. Perfino se la posta in gioco era il suo collo. Lui aveva promesso. E aveva la sua fortuna.
«È comunque una follia» brontolò Domon. Ma si spostò malvolentieri dalla porta quando Mat si mise il suo cappello nero a tesa larga. Be’, quando Egeanin gli fece cenno di farsi da parte con un rapido scatto del capo, comunque. Ma mantenne la sua espressione torva. Egeanin seguì Mat fuori dal carro, anche lei con uno sguardo arcigno e aggiustandosi la lunga parrucca nera. Forse si sentiva ancora a disagio con essa, o forse le calzava in modo diverso ora che aveva sotto i propri capelli ricresciuti da quasi un mese. Non abbastanza per andare in giro senza parrucca, in ogni caso. Non finché non ci fosse stato almeno un altro centinaio di miglia fra loro ed Ebou Dar. Forse non sarebbe stato prudente finché non avessero attraversato i monti Damona e fossero giunti nel Murandy.
Il cielo era limpido, il sole stava appena sormontando l’orizzonte, ancora invisibile dietro le pareti di tela dello spettacolo, e il mattino era tiepido solo paragonato a una bufera. Non il freddo di un mattino tardo invernale nei Fiumi Gemelli, ma un gelo che si insinuava lentamente in profondità e trasformava il respiro in una leggera nebbiolina. Gli artisti dello spettacolo si aggirava come formiche di un formicaio calpestato, riempiendo l’aria di richieste urlate su chi avesse spostato quegli anelli da giocoliere o avesse preso in prestito quel paio di brache con lustrini rossi o chi avesse spostato quella piattaforma per le esibizioni. Sembrava e suonava come l’inizio di una rivolta, tuttavia non c’era vera rabbia in nessuna delle voci. Gridavano e scuotevano le braccia tutto il tempo, ma non arrivavano mai alle mani quando c’era un’esibizione in vista, e in qualche modo ogni artista sarebbe stato al suo posto e pronto prima che entrassero i primi spettatori. Potevano essere lenti quando si trattava di fare i bagagli per incamminarsi, ma un’esibizione significava denaro, e per quello potevano muoversi con sufficiente rapidità.
«Tu pensi davvero di poterla sposare» borbottò Egeanin, camminando di fianco a lui a grandi passi, scalciando le sue sciupate gonne di lana. Lei aveva una lunga falcata e teneva facilmente il passo. Abito o no, pareva che avesse bisogno di una spada al fianco. «Non c’è altra spiegazione per questo. Bayle ha ragione. Tu sei folle!»
Mat sorrise. «La domanda è: lei ha intenzione di sposarmi?
Talvolta si sposano le coppie più strane.» Quando sapevi che saresti stato impiccato, l’unica cosa da fare era sorridere al cappio. Perciò lui sorrise e la lasciò lì con un cipiglio sul suo volto duro. Pensava che stesse borbottando imprecazioni sottovoce, anche se non capiva perché. Non era lei che doveva sposare l’ultima persona al mondo che avrebbe voluto. Una nobildonna, tutta freddo autocontrollo e col naso per aria, quando a lui piacevano cameriere da taverna pronte al sorriso e con occhi spontanei. L’erede al trono, e non un trono qualsiasi: il Trono di Cristallo, il Trono Imperiale di Seanchan. Una donna che gli faceva girare la testa come una trottola e lo lasciava a domandarsi se fosse lui a tenere prigioniera lei o viceversa. Quando il destino ti afferrava per la gola, non c’era altro da fare tranne sorridere.
Mantenne un’andatura disinvolta finché non giunse in vista del carro viola senza finestre, poi mancò un passo. Un capannello di acrobati – quattro uomini sciolti che si facevano chiamare i fratelli Chavana, anche se era chiaro come il sole che provenivano da Paesi differenti e non solo madri diverse – si precipitò fuori da un carro verde nelle vicinanze, urlando e gesticolando in modo furibondo. Riservarono un’occhiata al carro verde e un’altra a Mat, ma erano troppo presi dalla loro discussione e camminavano troppo svelti per fare altro. Gorderan era appoggiato contro una delle ruote viola, grattandosi la testa e guardando accigliato le due donne che erano ritte ai piedi dei gradini di legno del carro. Due donne. Entrambe avvolte in scuri mantelli, i volti celati, tuttavia non si poteva non riconoscere la sciarpa a fiori che pendeva fuori dal cappuccio di quella più alta. Ma bene. Avrebbe dovuto sapere che Tuon avrebbe voluto con sé la sua cameriera. Le nobildonne non andavano da nessuna parte senza una cameriera. Che la scommessa fosse un centesimo o una corona, alla fine tutto si riduceva lo stesso a un lancio di dadi. Avevano avuto la loro occasione di tradirlo. Tuttavia, stava scommettendo sul fatto che una donna facesse la stessa scelta due volte di fila. Che due donne la facessero. Quale folle avrebbe corso un rischio su quello? Ma doveva lanciare i dadi. A parte il fatto che stavano già rotolando.
Incontrò i freddi occhi azzurri di Selucia con un sorriso e si tolse il cappello per rivolgere un elegante inchino a Tuon. Non troppo appariscente, con solo un minimo svolazzo del suo mantello. «Sei pronta per andare a far compere?» Andò molto vicino a chiamarla ‘mia signora’, ma finché lei non fosse stata disposta a pronunciare il suo nome...
«Sono pronta da un’ora, Giocattolo» disse Tuon in tono strascicato e freddo. Sollevando con noncuranza il bordo del mantello di Mat, diede un’occhiata alla seta rossa che lo orlava e osservò la sua giacca prima di lasciar andare il mantello. «Il merletto ti dona. Forse farò aggiungere del merletto alle tue vesti se ti renderò un coppiere.»
Il suo sorriso vacillò per un istante. Poteva comunque renderlo da’covale se lo sposava? Avrebbe dovuto chiederlo a Egeanin. Luce, perché le donne non rendevano mai le cose facili?
«Vuoi che vi accompagni, mio signore?» chiese lentamente Gorderan, adesso senza guardare le donne. Infilò i suoi pollici nella cintura e non guardò neanche Mat. «Solo per portare gli acquisti, forse?»
Tuon non disse una parola. Si limitò a rimanere lì con lo sguardo su Mat, in attesa, i grandi occhi che diventavano più freddi ogni secondo che passava. I dadi rimbalzarono e sbatacchiarono nella sua testa. Be’, esitò solo un istante prima di mandare via l’uomo con uno scatto del capo. Forse due istanti. Doveva fidarsi della propria fortuna. Fidarsi della sua parola. La fiducia è il suono della morte. Ricacciò indietro con forza quel pensiero. Questa non era una canzone, e nessun vecchio ricordo poteva guidarlo. I dadi dentro il suo cranio continuavano a ruotare.