Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
«Certo che posso seguirli» disse Noal con un sorriso sdentato che dava a intendere che sarebbe stato un gioco da ragazzi. Appoggiando un dito contorto sul lato del suo naso rotto, fece scivolare l’altra mano nodosa sotto la sua giacca, dove teneva i coltelli. «Sei sicuro che non sia meglio semplicemente fare in modo che non possa parlare più con nessuno? Solo un suggerimento, ragazzo. Se dici no, è no.» Mat disse di no con grande enfasi. Aveva ucciso una sola donna in vita sua, e aveva lasciato un’altra a essere massacrata. Non ne avrebbe aggiunta una terza alla sua coscienza.
«Sembra che Suroth abbia stretto un’alleanza con qualche re» riferì Juilin con un sorriso sopra una coppa di vino riscaldato. Almeno Thera pareva farlo sorridere di più. Lei si accucciò accanto allo sgabello di Juilin nella loro tenda ristretta, la testa sul suo grembo, e lui le accarezzava dolcemente i capelli con la mano libera. «Perlomeno, girano molte chiacchiere su qualche potente nuovo alleato. E tutti quei coloni sono spaventati a morte dagli Aiel.»
«Pare che la maggior parte dei coloni sia stata mandata a est» disse Thom, scrutando nella sua coppa con aria triste. Mentre Juilin diventava più felice ogni giorno che passava, lui sembrava diventare più afflitto. Noal era fuori a pedinare Juilin e Thera, e Lopin e Nerim erano accovacciati a gambe incrociate sul fondo della tenda; ma i due servitori cairhienesi avevano tirato fuori i loro cesti da rammendo e stavano esaminando le giacche buone che Mat si era portato da Ebou Dar per vedere se fosse necessaria qualche ricucitura, perciò la piccola tenda sembrava comunque affollata. «E anche un bel po’ di soldati» proseguì Thom. «Tutto lascia intendere che stiano per piombare su Illian come un martello.»
Be’, quantomeno sapeva che quella che stava sentendo era la semplice verità, quando la udiva da loro. Non erano Aes Sedai che rigiravano le parole o delle sul’dam che cercavano di entrare nelle sue grazie. Bethamin e Seta avevano perfino imparato a fare la riverenza. In qualche modo si trovava più a proprio agio con Reta che ancora si piegava in due. Sembrava più onesto. Strano, ma onesto. Per proprio conto, Mat dava appena un’occhiata in giro, che si trattasse di cittadina o villaggio, col bavero alzato e il suo cappello premuto giù, prima di tornare allo spettacolo. Di rado indossava un mantello: poteva rendere difficile usare i coltelli che teneva addosso. Non che si aspettasse di averne bisogno. Era solo una precauzione prudente. Non beveva, non danzava e non giocava d’azzardo. Specialmente non giocava d’azzardo. Il suono dei dadi che sbatacchiavano sul tavolo di una sala comune lo attirava, ma il suo genere di fortuna ai dadi l’avrebbe certo fatto notare, sempre che non arrivasse addirittura a far estrarre un coltello a qualcuno; e in questa parte dell’Altara sia uomini che donne li portavano infilati dietro la cintura ed erano pronti a usarli. Voleva aggirarsi inosservato, perciò passava accanto a partite a dadi, annuiva in modo freddo alle cameriere delle taverne che gli sorridevano e non beveva mai più di una coppa di vino e di solito neanche quella. Dopotutto, aveva del lavoro da fare allo spettacolo. Una specie di lavoro. Aveva iniziato proprio la prima notte dopo aver lasciato Ebou Dar, e si trattava di una faccenda spinosa.
«Ho bisogno che tu venga con me» aveva detto allora, aprendo l’armadietto incassato nel lato del carro sotto il suo letto. Vi teneva il suo forziere d’oro, tutto guadagnato onestamente giocando d’azzardo. Quanto più onestamente poteva, almeno. La maggior parte proveniva da un’unica corsa di cavalli, e con quelli la sua fortuna non era superiore a quella di qualunque altro uomo. Per il resto... Se un uomo voleva gettare i dadi o giocare a carte o lanciare monete, doveva essere pronto a perdere. Domon, seduto sull’altro letto mentre strofinava una mano sui cortissimi capelli sul suo cranio rasato, aveva imparato quella lezione. Quell’individuo avrebbe dovuto essere disposto a dormire sul pavimento come un bravo so’jhin, ma all’inizio aveva insistito per lanciare una moneta con Mat per il secondo letto. Egeanin occupava il primo, ovviamente. Lanciare monete era facile come con i dadi. Sempre che la moneta non atterrasse sul bordo, come qualche volta gli accadeva. Ma Domon aveva avanzato l’offerta, non lui. Finché Mat non aveva vinto per quattro volte di fila, e poi la quinta notte la moneta era atterrata sul bordo, tre volte di seguito. Ora facevano a turno. Ma quella notte era comunque il turno di Domon sul pavimento.
Trovato il piccolo borsello in soffice cuoio che stava cercando, se lo infilò nella tasca della giacca e si raddrizzò, chiudendo l’armadietto con una spinta del piede. «Devi affrontarla qualche volta» disse. «E io ho bisogno che tu appiani le cose.» Gli serviva qualcuno per attirare l’ira di Tuon, qualcuno che lo rendesse accettabile a paragone, ma non poteva certo dire questo, no? «Tu sei una nobile seanchan, e puoi impedire che io combini qualche sciocchezza.»
«Perché hai bisogno di appianare le cose?» il tono strascicato di Egeanin era duro come una sega. Si fermò contro la porta del carro con i pugni sulle anche, occhi azzurri penetranti da sotto la sua lunga parrucca nera. «Perché tu hai bisogno di vederla? Non hai già fatto abbastanza?»
«Non dirmi che hai paura di lei» la scherni Mat, scansando la domanda. Quale risposta avrebbe potuto fornire che non suonasse folle?
«Potresti infilartela sotto il braccio tanto facilmente come me. Ma prometto di non lasciare che ti tagli la testa o ti malmeni.»
«Egeanin non ha paura di nulla, ragazzo» mugugnò Domon con fare protettivo. «Se lei non vuole andare, vattene a corteggiare la ragazza per conto tuo. Trascorri da lei la notte, se vuoi.»
Egeanin continuava a guardare con insistenza Mat. O attraverso di lui. Poi lanciò un’occhiata a Domon, le sue spalle lievemente incurvate, e afferrò il suo mantello dal piolo sulla parete. «Datti una mossa, Cauthon» borbottò. «Se dev’essere fatto, meglio finirla presto.» Fu fuori dal carro in un lampo, e Mat dovette affrettarsi per raggiungerla. Si poteva quasi pensare che non volesse rimanere sola con Domon, ma questo non aveva alcun senso.
Fuori dal carro viola privo di finestre, nero nella notte, un’ombra si mosse fra altre ombre più scure. La falce di luna comparve da dietro le nuvole quanto bastava perché Mat riconoscesse la mascella a lanterna di Harnan.