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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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«Col Sangue funziona in modo un po’ diverso. Alle volte un nobile da un capo dell’Impero sposa una nobile dall’altro capo. Un matrimonio combinato. La famiglia imperiale non ne fa di altri tipi. Possono non voler aspettare che siano assieme, perciò lei autentica il matrimonio dove si trova e lui fa lo stesso. Se entrambi parlano di fronte a dei testimoni entro un anno e un giorno, il matrimonio è legale. Ma davvero non lo sapevi?»

Poteva pure essere certo di quello che avrebbe detto, ma i sassetti gli caddero comunque dalla mano sulla plancia, rimbalzando dappertutto. La dannata ragazza sapeva. Forse pensava che tutta quella faccenda fosse un’avventura o un gioco. Forse pensava che essere rapita fosse divertente quanto addestrare cavalli o maledette damane! Ma lui sapeva di essere una trota in attesa che lei conficcasse l’amo. Rimase lontano dal carro viola per due giorni. Scappare non serviva a niente – aveva già il maledetto amo in bocca, e ce l’aveva infilato lui stesso – ma non doveva ingoiare quella dannata cosa. Ma sapeva che era solo questione di tempo prima che lei decidesse di dare un bello strattone alla lenza.

Per quanto lo spettacolo si muovesse lento, alla fine raggiunsero il traghetto sull’Eldar, che andava da Alkindar sulla riva ovest a Coramen su quella est, cittadine ordinate e cinte da mura, formate da edifici di roccia con tetti di tegole, ognuna con una dozzina di banchine di pietra. Il sole era alto nel cielo e non c’era quasi nessuna nuvola, e le poche presenti erano bianche come lana appena lavata. Niente pioggia quel giorno, forse. Era un attraversamento importante, con imbarcazioni commerciali provenienti da monte legate ad alcune delle banchine e grossi traghetti simili a chiatte che procedevano dall’una all’altra cittadina su lunghi remi sensili. Anche i Seanchan la pensavano allo stesso modo, a quanto pareva. Avevano degli accampamenti militari fuori da entrambe le cittadine, e a giudicare dalle mura in roccia che cominciavano a sollevarsi attorno ai campi e dalle strutture di pietra che stavano sorgendo all’interno, non avevano intenzione di andarsene in tempi brevi.

Mat passò dall’altra parte con i primi carri, in sella a Pips. Il castrone bruno pareva sufficientemente ordinario per un occhio non allenato: non sarebbe sembrato fuori luogo se non per il fatto di essere cavalcato da un tizio in una rozza giacca di lana con un cappello anch’esso di lana tirato sulle orecchie contro il freddo. Non stava davvero prendendo in considerazione di fuggire gettandosi a capofitto verso la regione in rilievo collinosa e boscosa dietro Coramen. Ci stava pensando, ma non lo prendeva davvero in considerazione. Lei avrebbe conficcato l’amo, che lui fosse fuggito o meno. Perciò si mise con Pips alla fine di uno degli approdi di pietra del traghetto, osservando lo spettacolo attraversare il fiume e procedere attraverso la cittadina. C’erano Seanchan sugli approdi, un drappello di uomini muscolosi in armatura segmentata dipinta di blu e oro bruciato, agli ordini di un giovane ufficiale con una sottile piuma azzurra sul suo elmo dalla forma singolare. Parevano lì solo per mantenere l’ordine, ma l’ufficiale controllò l’autorizzazione di Luca per i cavalli, e Luca domandò se il nobile signore poteva conoscere un terreno fuori della città adatto perché il suo spettacolo potesse esibirsi. Mat avrebbe potuto piangere. Poteva vedere soldati con indosso armature a strisce nelle strade dietro di lui, che si aggiravano dentro e fuori negozi e taverne. Un raken planò giù dal cielo su lunghe ali munite d’ossa, posandosi all’esterno di uno degli accampamenti sull’altra riva del fiume. Tre o quattro delle creature dal collo di serpente erano già a terra. Dovevano esserci centinaia di soldati in quei campi. Forse un migliaio. E Luca aveva intenzione di mettere in piedi il suo spettacolo.

Poi uno dei traghetti colpì i respingenti imbottiti di corda all’estremità dell’approdo e la rampa si abbassò per far scendere il carro viola senza finestre sulla banchina. Setalle era alla guida. Selucia sedeva al suo fianco, scrutando dalle profondità del cappuccio di un mantello rosso sbiadito. Dall’altro lato, avvolta in un mantello scuro in modo da non mostrare nemmeno un pollice di sé, c’era Tuon.

Mat pensò che gli occhi gli stessero per cadere dalle orbite. Sempre che prima il suo cuore non martellasse fino a uscirgli dal petto. I dadi avevano iniziato ad agitarsi nella sua testa, e lui li sentì sbatacchiare come su un tavolo. Questa volta sarebbero usciti gli occhi del Tenebroso; lo sapeva.

Non c’era altro da fare tranne mettersi accanto al carro viola, cavalcando insieme a esso come se la vita fosse meravigliosa, procedendo lungo l’ampia strada principale fra strilloni dei negozi e ambulanti che urlavano le merci disponibili nei loro vassoi. E soldati seanchan. Non stavano marciando in formazione, adesso, e osservavano i carri dipinti con colori sgargianti con interesse. Continuare a cavalcare e aspettare che Tuon urlasse. Aveva dato la sua parola, ma un prigioniero avrebbe detto qualunque cosa per farsi allentare i ceppi. Tutto quello che lei doveva fare era alzare la voce e chiamare un migliaio di soldati seanchan al suo salvataggio. I dadi rimbalzarono e rotearono nella testa di Mat. Continuare a cavalcare e aspettare gli occhi del Tenebroso.

Tuon non disse una parola. Scrutò con curiosità oltre il bordo del suo profondo cappuccio, con curiosità e con cautela, ma tenne il suo volto nascosto e perfino le sue mani, tutto quanto avvolto in quello scuro mantello, e si rannicchiò perfino contro Setalle come un bimbo che cerca la protezione della madre in mezzo a una strana folla. Mai una parola finché non ebbero superato le porte di Coramen e non si trovarono a procedere verso la base dell’altura che si ergeva dietro la cittadina, dove Luca stava già radunando i carri dello spettacolo. Fu allora che Mat seppe davvero di non avere più scampo. Lei avrebbe proprio conficcato l’amo. Si stava solo prendendo il suo dannatissimo tempo.

Mat si assicurò che tutte le Seanchan restassero nei loro carri quella notte, e anche le Aes Sedai. Nessuno aveva visto alcuna sul’dam o damane, per quanto ne sapeva Mat, ma per una volta le Aes Sedai non discussero. E nemmeno Tuon. Lei fece una richiesta alla quale le sopracciglia di Setalle si rizzarono quasi fino all’attaccatura dei capelli. Era formulata come una richiesta, in un certo senso, e ricordava una promessa che lui aveva fatto; ma Mat riconosceva una richiesta quando una donna ne faceva una. Le disse che doveva pensarci, almeno per fare in modo che lei non cominciasse a immaginare che poteva avere da lui tutto ciò che voleva. Ci riflette per tutto il giorno che Luca impiegò a tirar su il suo spettacolo, pensando e sudando mentre gli spettatori, per metà Seanchan e per metà no, venivano a osservare strabiliati gli artisti. Ci pensò su mentre i carri deviarono a est attraverso le colline, muovendosi più lenti che mai, ma sapeva quale risposta doveva dare . Il terzo giorno dopo aver lasciato il fiume, raggiunsero la città del sale di Jurador, e lui disse a Tuon che l’avrebbe fatto. Lei gli sorrise, e i dadi nella sua testa si fermarono di colpo. Se lo sarebbe ricordato per sempre. Lei sorrise e poi i dadi si fermarono. Un uomo avrebbe potuto piangere!

29

Qualcosa vacilla

«Questa è follia» bofonchiò Domon con le braccia conserte come per bloccare l’uscita del carro. Forse lo stava facendo. La sua mascella era protesa in avanti con piglio belligerante, esponendo una barba tagliata corta ma che era comunque più lunga dei capelli che aveva in testa, e stava muovendo le mani come un uomo che sta pensando di serrarle a pugno o di agguantare qualcosa. Un uomo corpulento, Domon, e non tanto grasso quanto sembrava a una prima occhiata. Mat voleva evitare di arrivare ai pugni o di essere agguantato, se poteva. Smise di legare la sciarpa di seta nera attorno al collo, nascondendo la cicatrice, e infilò le lunghe estremità dentro la giacca. La possibilità che a Jurador ci fosse qualcuno che sapeva di un uomo che indossava una sciarpa nera a Ebou Dar... Be’, le probabilità parevano in suo favore, anche senza considerare la sua fortuna.

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