Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
Con un lieve inchino, offrì il suo braccio, che Tuon esaminò come se non avesse mai visto un braccio in vita sua, increspando quelle labbra carnose. Poi raccolse il suo mantello e si avviò con Selucia che la seguiva da presso, lasciando Mat a corrergli dietro. No, le donne non rendevano mai le cose facili.
Malgrado fosse molto presto, due tizi corpulenti con dei randelli erano già a guardia dell’ingresso, assieme a un terzo con una caraffa di vetro trasparente per raccogliere le monete, che poi avrebbe infilato nella fessura di una scatola rinforzata in ferro posta a terra. Ognuno dei tre pareva troppo goffo per sgraffignare un pezzo di rame senza farsi beccare, ma Luca non voleva correre rischi. Venti o trenta persone erano già in attesa all’interno delle pesanti funi che conducevano al grande striscione blu che riportava il nome dello spettacolo di Luca, e sfortunatamente anche Latelle si trovava lì, il volto severo in un abito cucito con lustrini rossi e un mantello con i lustrini blu. La moglie di Luca ammaestrava orsi. Mat pensava che gli animali facessero i loro numeri per paura che lei li mordesse.
«Ho tutto sotto controllo» le disse. «Credimi, non c’è nulla di cui preoccuparsi.» Avrebbe pure potuto risparmiare il fiato. Latelle lo ignorò, scoccando un’occhiata colma di preoccupazione verso Tuon e Selucia. Lei e suo marito erano i soli nello spettacolo a sapere chi fossero. A Mat non era parso che ci fosse motivo per dir loro di quella passeggiata mattutina. Luca, almeno, si sarebbe impensierito. Lo sguardo che Latelle spostò verso Mat non era preoccupato, solo duro come pietra. «Ricorda,» disse con calma «se ci fai finire sulla forca, anche tu ci finirai.» Poi tirò su col naso e tornò a studiare le persone in attesa di entrare. Latelle era perfino più brava di Luca a giudicare il peso di un borsellino prima che venisse slacciato. Era anche dieci volte più dura di suo marito. I dadi continuavano a ruzzolare. Qualunque cosa avesse cominciato a farli girare, lui non aveva ancora raggiunto il punto fatale. Il punto decisivo.
«È una buona moglie per mastro Luca» mormorò Tuon quando si furono allontanati un poco.
Mat la guardò con la coda dell’occhio e si risistemò il cappello sulla testa. Non c’era stato alcuno scherno nel suo tono. Odiava Luca così tanto? O stava dicendo che genere di moglie lei sarebbe stata? O...?
Che fosse folgorato, poteva diventare folle quanto Domon riteneva che fosse, cercando di risolvere il rompicapo rappresentato da quella, donna. Cosa aveva intenzione di fare?
Per raggiungere la cittadina bastava una breve camminata verso ovest, lungo una strada di terra battuta attraverso colline che lì erano prive di alberi, ma le persone punteggiavano la strada come mulini e saline punteggiavano le colline. Con lo sguardo fisso davanti a sé, si muovevano con tanta determinazione che pareva non notassero nessuno di fronte a loro. Mat schivò un uomo dalla faccia tonda che quasi gli finì addosso, il che lo costrinse a evitare con un salto un anziano canuto su gambe lunghe e magre che manteneva un’andatura invidiabile. Questo lo fece finire di fronte a una ragazza grassoccia che lo avrebbe travolto se lui non avesse fatto un altro balzo.
«Stai facendo le prove per un ballo, Giocattolo?» disse Tuon, scrutandolo da sopra una magra spalla. Il suo respiro formava una nebbiolina bianca di fronte al suo cappuccio. «Non è molto aggraziato.»
Lui aprì la bocca per far notare quanto era affollata la strada e all’improvviso si rese conto di non riuscire a vedere nessuno oltre a lei e Selucia. Le persone che erano state lì erano semplicemente svanite, la strada vuota fin dove poteva scorgere l’inizio di una curva. Lentamente voltò il capo. Non c’era nessuno nemmeno fra lui e lo spettacolo, solo la gente che attendeva in fila, e questa non pareva più lunga di prima. Al di là dello spettacolo, la strada vuota serpeggiava fra le colline verso una foresta distante. Nessuno in vista. Si premette le dita contro il petto, tastando il medaglione a testa di volpe attraverso la giacca. Solo un pezzo d’argento su una corda di cuoio grezzo. Desiderò sentirlo freddo come ghiaccio. Tuon inarcò un sopracciglio. Lo sguardo fisso di Selucia lasciava intendere che lo riteneva uno sciocco.
«Non posso comprarti un vestito se ce ne stiamo qui » disse. Era quello lo scopo della spedizione: la sua promessa di trovare per Tuon qualcosa di meglio dei vestiti che le pendevano addosso e la facevano sembrare una bambina con abiti da adulta. Almeno era ragionevolmente sicuro di averle promesso questo, e lei ne era del tutto certa. Il lavoro di cucito delle sarte dello spettacolo incontrava l’approvazione di Tuon, ma non la stoffa che avevano a disposizione. I costumi degli artisti luccicavano di lustrini, perline e colori sgargianti, ma di solito il tessuto era quello che si poteva trovare a buon mercato. Quelli che avevano abiti migliori li tenevano per sé e li usavano fino a consumarli. I guadagni di Jurador derivavano dal sale, e col commercio del sale si otteneva molto denaro. I negozi della cittadina avrebbero dovuto offrire ogni genere di tessuto che una donna potesse desiderare. Stavolta non venne agitato nessun dito. Tuon scambiò un’occhiata con Selucia. La donna più alta scosse il capo, la sua bocca contorta in un’espressione mesta. Tuon scosse la testa. E loro raccolsero i mantelli e si avviarono verso i cancelli rinforzati in ferro della città. Donne! Si affrettò a raggiungerle di nuovo. Erano sue prigioniere, dopotutto. Lo erano. Le loro ombre si stendevano lunghe davanti a loro. Quelle persone avevano proiettato ombre prima di svanire? Non si ricordava di aver visto nessuno di loro nemmeno col fiato che gli si condensava davanti. Non pareva importare un granché. Erano scomparse, e lui non aveva intenzione di mettersi a pensare da dove fossero venute o dove fossero andate. Probabilmente era qualcosa di connesso all’essere ta’veren. Le avrebbe scacciate dai suoi pensieri. Sì che l’avrebbe fatto. I dadi che sbatacchiavano non lasciavano spazio a nient’altro. Le guardie ai cancelli sembravano non curarsi degli stranieri, o perlomeno non di un uomo e due donne a piedi. Tizi dal volto duro con pettorali dipinti di bianco ed elmi conici con quelle che sembravano code di cavallo come cimieri, fecero scorrere occhi impassibili sulle donne ammantate, soffermandosi sospettosi su Mat per un momento per qualche motivo, poi tornarono ad appoggiarsi alle loro alabarde e a fissare con sguardo vuoto la strada. Erano uomini del luogo, molto probabilmente, in ogni caso non Seanchan. I mercanti di sale e la signora del luogo, Aethelaine, che a quanto pareva diceva quello che le suggerivano i mercanti, avevano contratto il Giuramento del Ritorno senza esitazione e si erano offerti di pagare una tassa sul sale prima che venisse loro richiesto. Senza dubbio alla fine i Seanchan sarebbero riusciti a insediare qui qualche genere di ufficiale, alla fine, solo per tenere d’occhio tutto quanto, ma per il momento avevano usi più importanti per i loro soldati. Mat aveva inviato sia Thom che Juilin ad assicurarsi che non ci fossero Seanchan a Jurador prima di acconsentire a quella piccola escursione. Uno sciocco sarebbe potuto inciampare sulla sua stessa fortuna, se fosse stato incauto.
Era una cittadina fiorente e operosa, Jurador, con strade lastricate di roccia, molte delle quali ampie e tutte fiancheggiate da edifici in pietra con tetti di tegole rosse. Case e locande erano addossate a stalle e taverne, in un chiassoso miscuglio con il rumoroso martello di un fabbro sull’incudine da una parte e il baccano dei telai di un tessitore di tappeti dall’altra, e dappertutto, pareva, bottai che fissavano bande di ferro su stretti barili per il trasporto del sale. Ambulanti propagandavano a gran voce spilli e nastri, tortini di carne e noci arrostite su vassoi, o rape raggrinzite per l’inverno e misere prugne nelle carriole. In ogni strada uomini e donne erano in piedi a guardia delle mercanzie in mostra su stretti tavoli di fronte ai loro negozi e declamavano la lista di quello che offrivano all’interno.
Distinguere le case dei mercanti di sale era facile: avevano tre piani di pietra invece di due e si estendevano su un’area otto volte quella delle altre; ciascuna con un porticato che dava sulla strada ed erano protette da grate bianche in ferro battuto fra le colonne. Anche le finestre più basse di molte delle altre case avevano quelle grate, anche se non sempre dipinte. Quel particolare ricordava Ebou Dar, ma c’era poco altro di simile, oltre alla carnagione olivastra della gente. Qui non c’erano profonde scollature a esporre la fenditura fra i seni, né gonne corte per mostrare sottane colorate. Le donne indossavano abiti ricamati con un colletto che arrivava fino al mento, un po’ di ricamo per la gente comune, molto per i ricchi, che portavano mantelli ricamati da cima a fondo e veli trasparenti che pendevano sulle loro facce da pettini dorati o di avorio intagliato infilati in scure trecce arrotolate. Le corte giacche degli uomini erano lavorate in modo quasi altrettanto fitto e, ricchi o poveri, molti degli uomini portavano lunghi pugnali alla cintura con lame poco meno ricurve di quelle di Ebou Dar. Ricchi o poveri, quegli individui avevano la tendenza ad accarezzare l’impugnatura del loro pugnale come se si aspettassero un combattimento, perciò forse quell’atteggiamento era lo stesso.