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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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«Questo non è un problema. Gli facciamo proiettare una bella pellicola. Una di quelle che possono vedere tutti. E tu, che hai una voce passabile, gli puoi macari cantare qualche canzonetta.»

Pigliò in mano l’elenco di quelli che erano fora Vigàta, lo taliò. I tri Ostellino, Francesco, Tiziano e Saverio non vi comparivano. Lo pruì ad Augello.

Mimì glielo strappò dalla mano e niscì dalla cammara senza manco salutarlo.

sette

L’indomani a matino s’appresentò in commissariato che era ancora presto, e presto assà.

«Ah dottori dottori, ancora nisciuno c’è, fattasi cizzioni di Fazio» disse Catarella appena lo vitti.

«Digli di venire da me.»

«Dottori, il suddetto dormi nella cammara del dottori Augello» l’avvertì Catarella.

Fazio infatti era calato in un sonno profunno, la testa appuiata sulle braccia conserte a loro volta appuiate sulla scrivania.

«Fazio!»

«Eh?» fece quello isando la testa ma tenendo ancora l’occhi chiusi.

«Perché, dato che ci sei, non ti porti il letto da casa?»

Fazio satò addritta, vrigognoso.

«Mi perdoni, dottore, ma è che stanotte ho dovuto dare il cambio a Gallo e allora…»

«Perché tu? Non lo potevi dire a Galluzzo? A proposito, sono due giorni che non lo vedo, il signor Gallo!»

Fazio lo taliò strammato.

«Ma come, dottore, nisciuno le disse nenti?»

«No. Che mi dovevano dire?»

«Che passannaieri morì la matri di Gallo.»

«E che minchia! Potevate degnarvi di farmelo sapere! Quando ci sono i funerali?»

Fazio taliò il ralogio.

«Fra tre ore.»

«Corri subito dal fioraio, voglio una corona. Digli che lo pago quello che vuole, ma la voglio.»

Tri ore appresso ascutò la Missa funebre, seguì il corteo fino al camposanto. Stava per andarsene, doppo avere abbracciato Gallo, quando gli venne di fari una pinsata. S’avvicinò a un custode.

«Saprebbe dirmi dov’è sepolto Saverio Ostellino?»

«Nella tomba so’» fece il custode il quale, seguendo la tradizione letteraria, era macari un filosofo spiritoso.

Il commissario, che non aviva gana di babbiare, lo taliò malamente. A quella taliata, tutta la filosofia del custode scomparse.

«Lei piglia questo vialetto e se lo fa fino in fondo. Poi gira subito a mano manca e si viene a trovare davanti alla Chiesa che c’è al centro del cimitero. Darrè la Chiesa, quasi attaccata, ci sta la tomba che cerca.»

La tomba non era una tomba qualisisiasi, ma una vera e propria cappella gentilizia, una costruzione piuttosto imponente. In alto c’era un ampio fregio, una specie di cartiglio, sul quale c’era scritto a caratteri di bronzo dorato “Famiglia Ostellino”. Era ben tenuta. Infilò la testa tra le sbarre di ferro battuto del cancello che faceva da porta, ma i vetri spessi e colorati in grigio che c’erano darrè gli impedirono la vista dell’interno. Rivolse una breve preghiera mentale al cabbalista Saverio Ostellino perché dall’aldilà gli desse una mano d’aiuto e niscì dal camposanto.

Andò alla trattoria San Calogero ma, con grande costernazione del proprietario, non fu capace di mangiari nenti di nenti. Si sentiva la vucca dello stomaco stritta e persino il sciàuro del pisci gli dava fastidio.

Si fece una lunga passiata al molo, ma era allascato e stanco. Stanco e umiliato per la sua impotenza, la sua incapacità di fermare il piano dell’omo che si credeva Dio. Capiva lucidamente di essere costretto ad andare a rimorchio appresso alla follia dello sconosciuto. Non arrinisciva a farsi venire in testa qualichi cosa che gli poteva permettere di mettersi, se non un passo avanti, almeno a paro del suo avversario. Poteva solo giocare in difesa. E per lui questa era una novità che lo pigliava assolutamente spriparato.

Il peggio era che non arrinisciva a cangiare in raggia il senso di frustrazione che provava. La raggia, per lui, era un motore potente.

Si era appena assittato che la porta sbattì con violenza contro il muro. Apparse, naturalmente, Catarella.

«Mi scusasse, dottori, mi scappò.»

«Che c’è?»

«C’è uno chi voli parlari con lei di pirsona pirsonalmente. Dice accussì che lui devi avere la pripiorità soluta! Dice che è cosa urgentissimamenti urgenti!»

«Ti ha detto come si chiama?»

«Sissi. Algida.»

«Come il gelato?»

«Priciso come il gilato, dottori.»

«Te l’ha detto il cognome?»

«Sissi, dottori. Parapettàno.»

Alcide Maraventano! Se telefonava, la cosa doveva essere grossa assà e veramente urgentissima.

«Glielo passo, dottori?»

«No, vengo da te.»

Si scantava che Catarella, coi suoi complicati maneggi al centralino, finiva col far cadere la linea. Agguantò la cornetta con le mano già sudatizze per la tenzione.

«Montalbano sono. Da dove telefona, signor Maraventano?»

«Da casa mia.»

«Ha il telefono?!»

«Manco per sogno. è venuto a trovarmi un amico che ha uno di quei cosi, come si chiamano…»

«Cellulari?»

«Sì, e ne ho profittato. Le voglio dire che ho riflettuto a lungo su tutto quello che lei mi ha raccontato e sono pervenuto a una conclusione.»

Montalbano sentì all’altro capo un rumore strammo che non tardò a identificare. Maraventano si stava facenno una ciucciata. Addivintò nirbuso, quello se la stava pigliando commoda.

«Vuol dirmi la sua conclusione, per favore?»

«È questa, carissimo: il prossimo evento, quale esso sia, non può assolutamente accadere, come gli altri, nelle primissime ore di lunedì perché…»

«… perché il ciclo deve terminare per forza sabato» gli venne di concludere a Montalbano.

In un fiat, era arrinisciuto a capire quello che non aviva capito quanno aveva liggiuto la Bibbia. Il lunedì, giorno che segnava il principio della creazione, non poteva essere lo stesso della fine!

«Bravo!» fece Alcide Maraventano. «Vedo che ha perfettamente capito. Si ricordi: di qualsiasi cosa si tratti, accadrà sicuramente entro la mezzanotte di sabato, perché la domenica il nostro imbecille dovrà riposare. Assieme a molte altre persone, temo. E attento: la fine della contrazione, nella confusione mentale di quest’individuo, coinciderà necessariamente con il tornare a essere luce accecante, inguardabile. Mi sono spiegato?»

Si era spiegato benissimo. Montalbano, sentendosi acchianare una specie di frevi, non lo ringraziò, non lo salutò, rattaccò semplicemente e si mise a fare voci senza manco rendersene conto.

«Che giorno è, ah? Che giorno è?»

Aveva un calendario enorme, offerto dal panificio Foderaro & Vadalà, proprio davanti al naso e non arrinisciva a vederlo.

«Il primo del mesi» spiccicò Catarella, contagiato dal panico che trapelava dalla voce del commissario.

E quindi il giorno appresso era il 2 novembre, il giorno dedicato ai morti. Non si stavano sbagliando, lui e Maraventano. Ne ebbe chiara, immediata, assoluta certezza. Come diceva la preghiera che aveva sentito in chiesa durante il funerale? Ecco, era il “Credo”:

… di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti…

E il 2 novembre, al camposanto, quel pazzo li avrebbe avuti tutti sottomano, i vivi e i morti! E l’ultima cosa che i vivi avrebbero visto sarebbe stato il manifestarsi della luce assoluta.

“Come capitò a quelli di Hiroshima” gli venne di pinsari.

E di colpo l’agitazione scomposta gli passò, rimase una tensione razionale. Aviva finalmenti intravisto il modo di pigliare l’iniziativa, spiazzando l’avversario. Non era più a rimorchio. Toccava a lui fare la mossa giusta.

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