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La lama dei sogni

Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:

Elayne si ritrova invischiata nella lotta per la successione al trono di Andor, ma le Sorelle dell’Ajah Nera che si nascondono a Caemlyn sono pronte a far scattare su di lei una trappola mortale, mentre Egwene, caduta nelle mani delle Aes Sedai e ridotta al rango di novizia, non può far altro che sopportare con tenacia le punizioni inflitte per tentare di sgretolare dall’interno il controllo che Elaida esercita sulla Torre Bianca e gli intrighi delle Sorelle. Intanto Rand al’Thor, il Drago Rinato, impegnato nei preparativi per una tregua con i Seanchan, deve vedersela con i Reietti che cercano in ogni modo di ostacolarlo. Mat e Tuon, al seguito della carovana di Valan Luca, sono diretti al confine del territorio controllato dai Seanchan; la giovane Figlia delle Nove Lune è sul punto di completare la formula di nozze, ma sta per essere raggiunta da un’inattesa e sconvolgente notizia da Ebou Dar. Allo stesso tempo Perrin, dopo l’inaspettata alleanza con i Seanchan, si reca a Malden per sconfiggere gli Shaido e liberare l’amata Faile, intenta a pianificare la fuga dalla prigionia. Questi e altri coinvolgenti avvenimenti si intrecciano a nuovi e imprevedibili eventi corali che annunciano come Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, sia ormai alle porte...
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«Molto» le disse lui. «Ma i serpenti non mordono nulla che non possano mangiare a meno che non siano minacciati.» Mise un piede nella staffa.

«Puoi baciarmi, Giocattolo.»

Mat sussultò. Le sue parole, non pronunciate piano, lo avevano reso il bersaglio di ogni sguardo. Il volto di Selucia era così rigidamente inespressivo che la sua disapprovazione non sarebbe potuta essere più evidente. «Ora?» chiese lui. «Quando ci fermiamo stasera, possiamo fare una passeggiala da soli...»

«Per stasera potrei aver cambiato idea, Giocattolo. Chiamalo un capriccio per un uomo che lascia andare serpenti velenosi.» Forse ci vedeva uno dei suoi presagi?

Togliendosi il cappello e conficcando di nuovo la lancia nera nel terreno, si tolse la pipa dai denti e le stampò un casto bacio sulle sue labbra carnose. Un primo bacio non era qualcosa su cui andare pesante. Non voleva che lei lo ritenesse aggressivo o rozzo. Non era certo una cameriera da taverna, a cui sarebbe piaciuto qualche buffetto e il solletico. Inoltre poteva quasi percepire tutti quegli occhi che lo osservavano. Qualcuno ridacchiò. Selucia roteò gli occhi.

Tuon incrociò le braccia sotto i seni e alzò lo sguardo verso di lui attraverso le sue lunghe ciglia.

«Ti ricordo tua sorella?» chiese in tono pericoloso. «O forse tua madre?» Qualcuno rise. Più di qualcuno, in effetti.

Con aria cupa, Mat picchiettò la sua pipa sul tacco dello stivale per togliere i residui di tabacco e infilò l’oggetto ancora caldo nella tasca della giacca. Appese di nuovo il suo cappello sull’ashandarei. Se lei voleva un vero bacio... Aveva davvero pensato che non avrebbe riempito le sue braccia? Certo, era magra e piccola, ma le riempiva davvero bene. Chinò la testa verso la sua. Lei non era certo la prima donna che Mat aveva baciato. Lui sapeva il fatto suo. Cosa sorprendente — o, d’altra parte, forse non così sorprendente — lei no. Imparava in fretta, però. Molto in fretta.

Quando infine la lasciò andare, lei rimase lì a guardarlo e a cercare di riprendere fiato. Se era per quello, anche lui respirava in modo un po’ affannato. Metwyn fischiò d’apprezzamento. Mat sorrise. Cos’aveva pensato lei di quello che chiaramente era il suo primo vero bacio? Cercò di non esibire un sorriso troppo ampio, però. Non voleva che Tuon pensasse che fosse compiaciuto.

Lei gli posò le dita sulla guancia. «È come pensavo» disse in quel lento tono strascicato come miele. «Sei febbricitante. Alcune delle tue ferite devono essere infette.»

Mat sbatté le palpebre. Le aveva dato un bacio che avrebbe dovuto arricciarle le dita dei piedi e tutto quello che lei sapeva dire era che aveva la faccia calda? Chino di nuovo la testa — stavolta lei avrebbe avuto dannatamente bisogno d’aiuto per restare in piedi! —, ma lei gli mise una mano contro il petto, allontanandolo.

«Selucia, va’ a prendere la scatola di unguenti che ho preso a comare Luca» ordinò. Selucia si precipitò verso la cavalcatura bianca e nera di Tuon.

«Non abbiamo tempo per questo ora» disse Mat. «Ci applicherò qualcosa stasera.» Fu come se non avesse aperto bocca.

«Spogliati, Giocattolo» disse nello stesso tono che aveva usato con la sua cameriera. «L’unguento pizzicherà, ma mi aspetto che tu sia coraggioso.»

«Non ho intenzione di...!»

«Cavalieri in arrivo» annunciò Harnan. Era già sulla sua sella, su uno scuro castrone baio con le zampe anteriori bianche, tenendo la corda a cui era legata una delle file di animali da soma. «Uno di loro è Vanin.»

Mat volteggiò su Pips per avere un miglior punto d’osservazione. Un paio di cavalieri si stavano avvicinando al galoppo, scartando alberi caduti quando necessario. A parte riconoscere il bruno grigiastro di Chel Vanin, non ci si poteva sbagliare sull’uomo stesso. Nessun altro così corpulento e che se ne stava in sella come un sacco di patate sarebbe potuto restarci a quell’andatura senza alcuno sforzo apparente. Quell’uomo sarebbe potuto stare in sella a un cinghiale selvatico. Poi Mat riconobbe l’altro cavaliere, il cui mantello stava garrendo dietro di lui, e si sentì come se avesse ricevuto un pugno in pancia. Se i dadi si fossero fermati, non sarebbe rimasto minimamente sorpreso, ma continuarono a rimbalzargli dentro il cranio. Per la Luce, cosa stava dannatamente facendo Talmanes nell’Altara?

I due cavalieri rallentarono al passo vicino a Mat, e Vanin tirò le redini per lasciare che Talmanes sì avvicinasse da solo. Non era timidezza. Non c’era nulla di timido in Vanin. Si appoggiò pigramente sull’alto pomolo della sua sella e sputò da un Iato attraverso un buco fra i suoi denti. No, sapeva che Mat non ne sarebbe stato affatto compiaciuto e aveva intenzione di stare alla larga.

«Vanin mi ha aggiornato sugli avvenimenti, Mat» disse Talmanes. Basso e segaligno, col davanti della testa rasato e impomatato, il Cairhienese aveva il diritto di indossare strisce di colore lungo il petto in gran numero, ma una piccola mano rossa cucita sul petto della sua giubba scura era l’unica decorazione, a meno di non contare la lunga sciarpa rossa legata attorno al suo braccio sinistro. Non rideva mai e sorrideva di rado, ma aveva le sue ragioni. «Mi è dispiaciuto sentire di Nalesean e degli altri. Un brav’uomo, Nalesean. Lo erano tutti.»

«Sì, lo erano» disse Mat, tenendo a bada la sua collera. «Suppongo che Egwene non sia mai venuta a chiedere aiuto a te per allontanarsi da quelle sciocche Aes Sedai, ma cosa nella stramaledetta Luce stai facendo qui?» Be’, forse non la stava tenendo a bada poi così bene. «Almeno dimmi che non hai portato tutta la dannata Banda con te per quasi trecento maledette miglia dentro l’Altara.»

«Egwene è ancora l’Amyrlin» disse l’altro uomo con calma, raddrizzandosi il mantello. Un’altra mano rossa, più grande, lo contrassegnava. «Ti sbagliavi su di lei, Mat. È davvero l’Amyrlin Seat, e tiene quelle Aes Sedai per la collottola. Anche se può darsi che alcune di loro non lo sappiano ancora. L’ultima volta che l’ho vista, lei e tutte quante loro stavano partendo per andare ad assediare Tar Valon. Potrebbe averla conquistata a quest’ora. Riescono a creare buchi nell’aria come quello che ha fatto il Drago Rinato per portarci vicino Salidar.» I colori vorticarono nella testa di Mat, ricomponendosi per un attimo in Rand che parlava a una qualche donna con i capelli grigi raccolti in una crocchia in cima alla testa — una Aes Sedai, ipotizzò lui —, ma la sua rabbia soffiò via l’immagine come nebbia.

Tutto quel parlare dell’Amyrlin Seat e di Tar Valon attirò le Sorelle, naturalmente. Fecero arrestare i loro cavalli accanto a Mat e cercarono di prendere il controllo della conversazione. Be’, Edesina si trattenne un poco allo stesso modo in cui faceva quando Teslyn o Joline la comandavano, ma le altre due...

«Di chi state parlando?» domandò Teslyn mentre Joline stava ancora aprendo bocca. «Egwene? C’è un’Ammessa di nome Egwene al’Vere, ma è una fuggitiva.»

«Si tratta proprio di Egwene al’Vere, Aes Sodai» disse cortesemente Talmanes. L’uomo era sempre cortese verso lo Aes Sedai. «E non è una fuggitiva. E l’Amyrlin Seat, hai la mia parola.» Edesina emise un suono che, se fosso provenuto da chiunque non fosse una Aes Sedai, si sarebbe potuto definire uno squittio.

«Ne parleremo dopo» borbottò Mat. Joline aprì di nuovo bocca, adirata. «Dopo, ho detto.» Non fu sufficiente a fermare la snella Verde, ma Teslyn le appoggiò una mano sul braccio o lo sussurrò qualcosa, e quello bastò. Joline gli scoccò comunque un’occhiataccia, però, una promessa di tirargli fuori tutto quello che voleva sapere più tardi. «La Banda, Talmanes?»

«Oh. No, ho portato solo tre compagnie di cavalleria e quattromila balestrieri a cavallo. Ho lasciato tre compagnie di cavalleria e cinque di fanteria, un po’ a corto di balestre, nel Murandy, con ordini di dirigersi a nord verso l’Andor. E la Compagnia dei Genieri, naturalmente. Utile avere dei genieri a disposizione se ti serve costruire un ponte o cose del genere.»

Mat chiuse gli occhi per un momento. Sei compagnie di cavalleria e cinque di fanteria, E una compagnia di genieri! La Banda aveva contato solo due compagnie, di cavalieri e fanti assieme, quando li aveva lasciati a Salidar. Desiderò avere indietro metà dell’oro che aveva dato a Luca così generosamente. «E come dovrei pagare così tanti uomini?» domandò. «Non potrei trovare così tante partite a dadi in un anno!»

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