La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
«E ora i tuoi rapporti, Tarna.» Elaida si sedette di nuovo e incrociò le gambe.
Rimettendo sul vassoio il suo calice a malapena toccato, Tarna prese la sua cartella e si sedette nella sedia che aveva usato Meidani. «Pare che gli schermi ripristinati tengano i ratti fuori dalla Torre, Madre.» Per quanto tempo era un’altra questione: lei stessa controllava quegli schermi ogni giorno.
«Ma corvi e cornacchie sono stati visti nei terreni della Torre, perciò gli schermi sulle mura devono essere...»
Il sole di mezzogiorno proiettava chiazze di luce attraverso i rami frondosi degli alti alberi, perlopiù querce, ericacee e alberi della gomma punteggiati di pioppi neri e pini massicci. A quanto pareva c’era stata una feroce tempesta alcuni anni addietro, poiché tronchi caduti, sparpagliali qua e là ma tutti generalmente orientati nella stessa direzione, offrivano buoni posti a sedere: bastava solo lavorare un po’ con l’accetta per tagliar via alcuni rami. Un rado sottobosco permetteva una buona visuale in tutte le direzioni, e non molto distante un Torrente limpido spruzzava su rocce coperte di muschio. Sarebbe stato un buon posto per accamparsi se Mat non fosse stato deciso a coprire più terreno possibile ogni giorno, ma andava bene come luogo per mangiare e far riposare i cavalli. I monti Damona si trovavano ancora almeno trecento miglia a est e lui intendeva raggiungerli in una settimana. Vanin diceva di conoscere un valico di contrabbandieri — puramente per sentito dire, ovvio: solo qualcosa che aveva udito per caso, ma sapeva proprio dove trovarlo — che li avrebbe fatti entrare nel Murandy dopo due giorni. Molto più sicuro che provare ad andare a nord nell’Andor o a sud verso Illian. In ambedue le direzioni la distanza per giungere al sicuro sarebbe stata maggiore, così come la possibilità di incontrare i Seanchan.
Mat masticò l’ultimo pezzo di carne da una zampa posteriore di un coniglio e gettò per terra l’osso. Lopin si precipitò a raccoglierlo, accarezzandosi la barba per la costernazione, per poi gettarlo nella fossa che lui e Nerim avevano preparato sul terreno della foresta coperto da foglie secche, anche se quella buca sarebbe stata scavata da animali entro mezz’ora dalla loro partenza. Mat si mosse per pulirsi le mani sulle sue brache. Tuon, che mordicchiava la zampa di un gallo cedrone dall’altra parte del basso fuoco, gli rivolse un’occhiata molto diretta con le sopracciglia alzate, mentre agitava le dita della sua mano libera verso Selucia, che aveva divorato mezzo gallo cedrone tutto da sola. La donna prosperosa non rispose, ma tirò su col naso. Forte. Incontrando lo sguardo di Tuon, lui si pulì dì proposito le mani stille brache. Sarebbe potuto andare al Torrente, dove le Aes Sedai si stavano lavando le mani, ma nessuno avrebbe avuto comunque dei vestiti immacolati per quando avessero raggiunto il Murandy. Inoltre, quando una donna ti chiamava Giocattolo tutto il tempo, era naturale cogliere ogni occasione per farle sapere che non eri il giocattolo di nessuno. Lei scosse il capo e agitò le dita di nuovo. Stavolta Selucia rise e Mat sentì il proprio volto accalorarsi. Riusciva a immaginare due o tre cose che lei poteva aver detto, nessuna delle quali di suo gradimento.
Setalle, seduta all’estremità del suo tronco, si assicurava che lui ne sentisse alcune comunque. Raggiungere un accordo con l’ex Aes Sedai non aveva modificato minimamente il suo atteggiamento. «Potrebbe aver detto che gli uomini sono dei porci» mormorò senza sollevare gli occhi dal suo tombolo «oppure solo che tu lo sei.» Il suo vestito per cavalcare grigio scuro aveva un alto colletto, ma lei indossava comunque la sua attillata collana d’argento con il coltello nuziale che pendeva da essa. «Potrebbe aver detto che sei uno zotico di campagna con i piedi sporchi di fango, sudiciume nelle orecchie e fieno fra i capelli. Oppure potrebbe aver detto...»
«Credo di capire dove vuoi arrivare» le disse attraverso denti digrignati. Tuon ridacchiò, anche se l’istante successivo il suo volto apparteneva di nuovo a un boia, freddo e severo.
Tirando fuori la pipa con la montatura in argento e il sacchetto di tabacco in pelle di capra dalla tasca della giacca, riempì il fornello premendolo col pollice e sollevò il coperchio della scatola di micce ai suoi piedi. Lo affascinava il modo in cui il fuoco balzava su, con punte che schizzavano in ogni direzione sulle prime, quando sfregava la testa bozzolosa bianca e rossa di una miccia sul lato ruvido della scatola. Attese finché la fiamma non ebbe bruciato la testa prima di usarla per accendere la sua pipa. Tirare in bocca il sapore e l’odore dello zolfo una volta era stato sufficiente per lui. Lasciò cadere il bastoncino ardente e lo schiacciò con decisione sotto il suo stivale. Il fogliame per terra era ancora umido per l’ultima pioggia caduta, ma non voleva correre rischi di incendi boschivi. Nei Fiumi Gemelli gli uomini accorrevano da miglia e miglia tutt’attorno quando i boschi prendevano fuoco. Anche così, a volte bruciavano centinaia di marce.
«Le micce, quelle non dovrebbero essere sprecate» disse Aludra sollevando gli occhi dal piccolo tabellone di sassolini in equilibrio sopra un ceppo vicino. Thorn, accarezzando i suoi lunghi baffi bianchi, continuava a contemplare la plancia a linee incrociate. Raramente perdeva a sassolini, eppure lei era riuscita a vincere due partite con lui da quando avevano lasciato lo spettacolo. Due su una dozzina o più, ma Thom mostrava cautela con chiunque riusciva a batterlo anche solo una volta. Lei scostò di nuovo le sue trecce ornale di perline sopra le spalle. «Devo rimanere nello stesso posto per due giorni per farne altri, io. Gli uomini trovano sempre modi per creare lavoro alle donne, sì?» Mat sbuffò un po’ di fumo, se non proprio contento almeno con una certa dose di piacere. Donne! Una delizia da guardare e una delizia con cui stare. Quando non trovavano modi per complicare la vita a un uomo. Pareva che le due cose però si equivalessero. Davvero.
Quasi tutta la compagnia aveva terminato di mangiare — buona parte di due galli cedroni e un coniglio erano tutto quello che rimaneva sugli spiedi sopra il fuoco, ma sarebbero stati avvolti in stracci e portati con loro; la caccia era andata bene durante la cavalcata di quella mattina, tuttavia non c’era alcuna certezza che il pomeriggio sarebbe stato altrettanto proficuo, e gallette e formaggio erano un misero pasto. Quelli che avevano finito si stavano riposando oppure, nel caso delle Braccia Rosse, stavano controllando i cavalli da soma impastoiati, più di sessanta di essi legati a quattro guinzagli. Comprarne così tanti a Maderin era stato costoso, ma Luca si era precipitato in città per occuparsi della trattativa di persona una volta sentito di un mercante morto per la strada. Quasi — quasi ma non proprio — era stato pronto a dar loro i cavalli da soma tra gli animali dello spettacolo per sbarazzarsi di Mat, dopo quell’evento. Molti degli animali erano carichi delle attrezzature e delle scorte di Aludra. Luca in un modo o nell’altro aveva finito per prendere la maggior parte dell’oro di Mat.
Mat aveva anche fatto scivolare un borsello colmo nelle mani di Petra e Clarine, ma quella era amicizia, per aiutarli a comprare la loro locanda un po’ prima. Quello che rimaneva nelle sue bisacce era più che sufficiente a fare in modo che stessero comodi nel Murandy, però, e tutto quello che gli serviva per ammonticchiarne altro era una sala comune dove venivano lanciati i dadi. Leilwin, con una spada ricurva che pendeva da un’ampia cinghia di cuoio obliqua contro il suo petto, e Domon, con una spada corta a un lato della sua cintura e un randello borchiato di ottone dall’altro, stavano chiacchierando con Juilin e Amathera su un altro tronco lì vicino. Leilwin — Mat era giunto ad accettare che quel lo era l’unico nome che lei avrebbe tollerato — insisteva nel mostrare che non avrebbe evitato Tuon o Selucia, o avrebbe abbassato gli occhi nell’incontrarle, anche se doveva farsi visibilmente forza per riuscirci. Juilin aveva i polsi della sua giacca nera rivoltati all’indietro, un segno che si sentiva tra amici, o almeno tra persone di cui poteva fidarsi. L’ex Panarca di Tarabon teneva ancora ben stretto il braccio del cacciatore di ladri, ma incontrava i penetranti occhi azzurri di Leilwin sussultando solo un poco. In effetti spesso pareva fissare l’altra donna con un’espressione che ni avvicinava a un timore reverenziale.