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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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«Chi può dirlo? Rhuarc non sembra più informato di me e se le Sapienti lo sono, non lo dicono. La sola cosa certa è che Couladin non va da nessuna parte.»

Di nuovo Couladin. Mat cambiò posizione, a disagio, e fece mezzo passo verso l’entrata. No, avrebbe aspettato. Fissando lo sguardo sulle mappe, fece finta di studiarle ancora. Forse Lan lo avrebbe lasciato in pace. Voleva solo dire a Rand la frase che aveva in mente e poi sarebbe andato via.

Il Custode però sembrava avere voglia di parlare. «Cosa ne pensi, mastro menestrello? Dovremmo scagliarci contro Couladin con tutte le nostre forze domani e schiacciarlo?»

«Mi pare buono come un qualsiasi altro piano» rispose Natael furiosamente. Svuotandosi in gola la coppa di vino la fece cadere sul tappeto e raccolta l’arpa cominciò a suonare un’aria tetra e funerea. «Non guido eserciti, Custode. Non comando nulla tranne me stesso, e non sempre.»

Mat grugnì e Lan lo guardò per poi ritornare allo studio delle mappe. «Non credi che sia un buon piano? Perché no?» chiese in tono casuale, e Mat rispose senza pensare. «Per due motivi. Se circondate Couladin, intrappolandolo fra voi e la città, correrete il rischio di scatenarlo contro quest’ultima.» Quanto ci metteva Rand? «Ma potreste anche ricacciarlo oltre le mura. Da quanto ho sentito c’è già quasi riuscito due volte, anche senza minatori o esperti di assedi, e la città si tiene insieme per un pelo.» Voleva solo dire la sua frase e andare via. «Se lo spingete abbastanza, vi ritroverete a combattere dentro Cairhien. Difficile farlo in una città. L’idea è di salvarla, non di distruggerla in seguito alla nostra irruzione.» Quei pezzettini di carta sulle mappe, nonché le mappe stesse, rendevano chiara la situazione.

Aggrottando le sopracciglia si accovacciò con i gomiti sulle ginocchia. Lan lo imitò, ma Mat non vi prestò attenzione. Un problema rischioso. E affascinante. «Meglio se provate a respingerlo via. Colpitelo principalmente da sud.» Indicò il fiume Gaelin. Si univa all’Alguenya alcuni chilometri dopo la città. «Ci sono dei ponti quassù. Lasciate agli Shaido un’apertura. Lasciate sempre una via d’uscita, a meno che non vogliate davvero scoprire come è capace di combattere un uomo quando non ha più nulla da perdere.» Le dita scivolarono verso est. Per lo più colline e foreste. Una situazione probabilmente non molto diversa da quella. «Un posto di blocco qui da questo lato del fiume vi assicurerà che si dirigano al ponte, se è abbastanza grande e posizionato nel modo giusto. Una volta in movimento, Couladin non cercherà di scontrarsi con qualcuno che ha di fronte, se lo state seguendo.» Sì, quasi la stessa situazione di Jenje. «A meno che non sia un completo idiota. Potrebbero raggiungere il fiume in ordine, ma quei ponti li strozzeranno. Non vedo gli Aiel nuotare, o pescare. Mantenete la pressione, cacciateli via. Se siete fortunati sarete in grado di attaccarli fino alle montagne.» Lo scenario era simile a quello del Guado di Cuaindaigh, alla fine delle Guerre Trolloc. Nemmeno molto diverso dal contesto creatosi a Tora Shan. O al vallo di Sulmein, prima che Hawkwing colpisse. I nomi gli attraversavano la mente, immagini del campo insanguinato dimenticate anche dagli storiografi. Assorto com’era dalle mappe, non si soffermava su altro che i propri ricordi. «Un peccato che non abbiate più cavalleria. La cavalleria leggera è la cosa migliore per l’inseguimento. Pungolateli, fateli correre e non lasciate mai che si dispongano per la battaglia. Ma gli Aiel dovrebbero andare ugualmente bene.»

«E l’altro motivo?» chiese con calma Lan.

Adesso Mat era preso dalla conversazione. Gli piaceva molto scommettere, e la guerra era una scommessa al cui confronto le partite a dadi nelle taverne erano cose per ragazzini e vecchi sdentati. C’era la vita, in gioco, la tua e quella dei tuoi uomini, che non erano nemmeno presenti. Con la puntata sbagliata, una scommessa sciocca, città intere morivano, o nazioni. La musica triste di Natael era il giusto accompagnamento. Allo stesso tempo, era un passatempo che faceva ribollire il sangue.

Senza togliere gli occhi dal campo, sbuffò. «Lo sai bene come me. Se anche uno solo di quei quattro clan decidesse di schierarsi dalla parte di Couladin, ti attaccherebbe alle spalle con le mani ancora piene di Shaido. Couladin sarebbe l’incudine e loro il martello, con voi nel mezzo. Porta solo la metà delle forze che hai contro di lui. Questo rende la battaglia equa, ma devi accontentarti.» In guerra non esisteva il concetto di giustizia. Cogli il nemico alla sprovvista, quando meno se lo aspetta, quando e dove è più debole. «Ti rimane ancora un margine. Lui deve preoccuparsi di una sortita dalla città. L’altra metà la dividi in tre parti. Una per spingere Couladin verso il fiume, le altre due ad alcuni chilometri fra la città e i quattro clan.»

«Molto preciso» osservò Lan annuendo. Quel viso intagliato nella pietra non mutava mai di espressione, ma un tono di approvazione gli sfiorò la voce, anche se lieve. «Un clan non ci guadagnerebbe nulla ad attaccare entrambe le forze, specialmente non quando una potrebbe assalirlo alle spalle. E nessuno cercherà di interferire con quanto accade attorno alla città per la stessa ragione. Naturalmente tutti e quattro potrebbero unirsi alla battaglia. Improbabile, se non lo hanno già fatto, ma se ciò accadesse, tutto cambierebbe.»

Mat rise forte. «Tutto cambia, sempre. Il miglior piano dura solo finché viene scagliata la prima freccia. Sarebbe abbastanza facile da guidare anche per un bambino, a eccezione di Indirian e gli altri, che non sanno cosa fare. Se decidono di andare da Couladin, devi lanciare i dadi e sperare, perché di sicuro il Tenebroso è nel gioco. Almeno avrai abbastanza forze da ripulire la città per eguagliarli. Abbastanza per tenerli impegnati per tutto il tempo che ti serve. Abbandona l’idea di seguire Couladin e scaglia tutti contro di loro appena si riprende e incomincia ad attraversare il Gaelin. Ma la mia scommessa è che aspetteranno e staranno a guardare, verranno da voi quando Couladin sarà tagliato fuori. La vittoria ricompone molti dissidi nella testa degli uomini.»

La musica si era fermata. Mat guardò Natael e si accorse che l’uomo teneva l’arpa in marnera rigida, fissandolo anche più duramente del solito. Come se non lo avesse mai visto prima e non sapesse chi fosse. Gli occhi del menestrello erano dei vetri scuri e lucidi, le nocche erano bianche mentre stringeva lo strumento.

Pareva aver capito tutto, quanto aveva detto e i ricordi che aveva richiamato. Che tu sia folgorato, sciocco, per non riuscire a tenere a freno la lingua! esclamò fra sé. Perché Lan aveva lasciato che la conversazione prendesse quella piega? Perché non si era messo a parlare di cavalli, del tempo o semplicemente non era rimasto in silenzio? Il Custode non era mai sembrato impaziente di aprir bocca prima di allora. Di solito faceva apparire loquace un albero. Naturalmente anche Mat avrebbe potuto impegnarsi a tacere. Almeno non si era messo a farfugliare nella lingua antica. Sangue e maledette ceneri, almeno spero di non averlo fatto! pensò.

Balzando in piedi, Mat si voltò per andare via e trovò Rand dritto dentro la tenda, che si girava quel pezzo di lancia fra le mani con aria assente, come se non si rendesse conto di cosa fosse. Da quanto tempo stava lì? Non importava. Mat disse tutto velocemente. «Me ne vado, Rand. Con la prima luce del mattino, monto in sella e vado. Me ne andrei adesso in mezza giornata se potessi arrivare abbastanza lontano da essere soddisfatto e fermarmi. Intendo mettere il maggior numero di chilometri possibile fra me e gli Aiel, qualsiasi Aiel, e Pips può resistere fino a quando non mi accampo.» Non serviva sostare o bivaccare troppo vicino, col rischio di essere fatto a pezzi e messo a essiccare da qualche vedetta. Anche Couladin le aveva e gli altri forse non lo avrebbero riconosciuto finché non si fosse ritrovato con una lancia in corpo.

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