I fuochi del cielo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #5
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I fuochi del cielo». Краткое содержание книги:
Meravigliato, iniziò a sollevarsi, per poi indirizzare il cannocchiale sulle mura di Cairhien. Quella lancia, o qualsiasi cosa fosse, era giunta da lì. Ne era certo. Come, era tutta un’altra faccenda. Da così lontano riusciva a distinguere solo persone che di tanto in tanto si muovevano sulla cinta sopra la torre.
Sollevando il capo Rand vide Rhuarc che si allontanava dall’altro cannocchiale lasciando il posto ad Han. Era il motivo per cui avevano costruito la torre e montato quegli arnesi. Le vedette riportavano tutte le informazioni che potevano su come gli Shaido erano schierati, ma in quel modo i capi erano in grado di vedere da soli il terreno sul quale si sarebbe svolta la lotta. Avevano già escogitato un piano, ma un’altra occhiata al territorio non sarebbe stata inutile. Lan riteneva che la loro tattica fosse buona. Rand personalmente non aveva esperienza di battaglie, ma a volte quegli altri ricordi si facevano strada e allora sembrava che ne sapesse più di quanto avrebbe voluto.
«Hai visto? Quelle... lance?»
Rhuarc sembrava confuso come Rand, ma l’Aiel annuì. «I/altra ha colpito uno Shaido, ma è strisciato via. Peggio ancora, non si trattava di Couladin.» Accennò al cannocchiale e Rand gli lasciò prendere il suo posto.
Era davvero una sfortuna? La morte di Couladin non avrebbe annullato la minaccia nei confronti di Cairhien o qualsiasi altra persona. Adesso si trovavano da quel lato del Muro del Drago e gli Shaido non se ne sarebbero ritornati tranquilli nel deserto solo perché l’uomo che pensavano fosse il vero Car’a’carn era morto. Li avrebbe scossi, ma non abbastanza. E dopo quello che Rand aveva visto, non credeva che Couladin meritasse di uscirne con tanta facilità. Posso essere duro quando devo, si disse, carezzando l’elsa della spada. Con lui, posso.
42
Prima della freccia
La volta di una tenda doveva essere la vista più noiosa al mondo; sdraiato in camicia su un cuscino rosso a tasselli che Melindhra aveva preso, Mat ne studiava il tessuto grigio-marrone con estrema cura. O meglio, vi guardava attraverso. Con un braccio dietro la testa fece girare vorticosamente un calice d’argento battuto colmo di ottimo vino del sud di Cairhien. Un barilotto gli era costato quasi quanto due buoni cavalli — il mondo e tutto il resto ora erano completamente a soqquadro — ma lo considerava un prezzo accettabile per qualcosa di decente. A volte una goccia o due gli cadevano sulle mani, ma non vi prestava attenzione e non beveva.
A suo parere, la situazione era grave da molto tempo. Era grave rimanere bloccato nel deserto senza idea di come uscirne. Era grave che gli Amici delle Tenebre spuntassero fuori quando meno te li aspettavi, che i Trolloc ti attaccassero nella notte, che gli strani Myrddraal ti gelassero il sangue con quello sguardo senza occhi. Queste cose accadevano velocemente e di solito erano finite prima che avessi la possibilità di pensare. Non erano certo circostanze che ti saresti andato a cercare, ma se dovevi, potevi conviverci, se riuscivi a sopravvivere. Ma sapeva già da giorni dove stavano dirigendosi e perché. Non era una faccenda che si sarebbe conclusa presto. Aveva giorni interi a disposizione per riflettere. Non sono un maledetto eroe, pensò torvo, e non sono un maledetto soldato. Con fierezza respinse un ricordo di quando camminava sulle mura di una fortezza, dando ordini alle sue ultime riserve contro un grappolo di Trolloc saliti con le scale di legno. Non ero io, la Luce folgori chiunque fosse! Io sono... Non sapeva chi era, considerò con amarezza, ma qualsiasi cosa fosse aveva a che fare col gioco d’azzardo e le taverne, le donne e i dadi. Di quello era sicuro. Nel suo destino c’erano un buon cavallo e una strada qualsiasi da scegliere nel mondo, non rimanere seduto in attesa che qualcuno lo trapassasse con una freccia o cercasse di conficcargli una spada fra le costole. Qualsiasi altro modo di agire lo avrebbe reso uno sciocco, e non voleva. Nemmeno per Rand, Moiraine o chiunque altro.
Mentre si sedeva, il medaglione d’argento con la testa di volpe appeso al laccio di cuoio scivolò fuori dal colletto slacciato della camicia e lo rimise a posto prima di bere un sorso di vino. Quel monile lo proteggeva da Moiraine o qualsiasi altra Aes Sedai, finché non glielo avessero tolto; certo prima o poi qualcuna di loro ci avrebbe provato, ma nulla tranne la sua prontezza di spirito lo manteneva in vita e lo difendeva da qualche sciocco che avesse tentato di ucciderlo assieme ad altre migliaia di sciocchi. O da Rand, o dall’essere ta’veren.
Un uomo doveva trovare una forma di profitto in tutto questo, con gli eventi che mutavano attorno a sé. Rand certamente ci era riuscito. Mat non aveva mai notato alcun cambiamento se non quello dei lanci ai dadi. Non si sarebbe sottratto a nessuna delle avventure che erano accadute ai ta’veren nelle storie. Benessere e fama cadevano nelle loro tasche come se piovessero dal cielo. Gli uomini che volevano ucciderli finivano per seguirli e le donne dagli occhi di ghiaccio decidevano di lasciarsi andare.
Non che si lamentasse di quanto aveva avuto. E certo non desiderava una sorte come quella toccata a Rand: il prezzo per entrare nel gioco era troppo alto. Solo che gli sembrava di essersi dovuto sobbarcare tutti gli oneri di essere ta’veren senza riceverne nessuno dei piaceri.
«È il momento di andare» si rivolse alla tenda vuota, quindi fece una pausa e sorseggiò dalla coppa. «È il momento di salire in groppa a Pips e cavalcare. Forse verso Caemlyn.» Non era una brutta città, finché avesse evitato il palazzo reale. «O Lugard.» Aveva sentito delle voci su Lugard. Un bel posto, per i tipi come lui. «È tempo di lasciarmi Rand alle spalle. Ha i maledetti Aiel e più Fanciulle di quante possano prendersi cura di lui. Non ha bisogno di me.»
Non era del tutto vero. In uno strano modo era legato al successo o al fallimento di Rand in Tarmon Gai’don, sia lui che Perrin, tre ta’veren uniti assieme. Le storie probabilmente avrebbero menzionato solo Rand. C’era un’esigua possibilità che per lui o Perrin ci sarebbe stato posto in esse. E c’era il Corno di Valere. Era una questione alla quale non voleva pensare, e non lo avrebbe fatto. Non fino a quando non fosse stato costretto. Da quello forse c’era ancora una via d’uscita. Comunque la vedesse, il Corno era un problema da rinviare a un altro giorno. Un giorno distante. Se era fortunato tutti quei conti avrebbe dovuto pagarli in un futuro lontano. Solo che forse ci voleva più fortuna di quanta ne avesse.
Il punto adesso era che aveva detto tutto sul fatto di andare via e non provava alcun rimorso. Non molto tempo fa non sarebbe stato nemmeno in grado di parlarne. Ogni volta che si allontanava troppo da Rand, ritornava indietro come un pesce attaccato a un filo invisibile. Poi era riuscito a discuterne, anche a elaborare dei piani, ma la minima cosa lo distraeva, facendogli rinunciare ai suoi progetti. Anche nel Rhuidean, quando aveva comunicato a Rand che andava via, era stato sicuro che sarebbe accaduto qualcosa a impedirglielo. E in un certo modo era accaduto. Mat era uscito dal deserto, ma non si era allontanato da Rand. Stavolta non credeva che sarebbe stato distolto dal suo proposito.
«Non lo sto abbandonando» mormorò. «Se non è in grado di prendersi cura di se stesso adesso, maledizione, non lo farà mai. Non sono la sua maledetta sorvegliante.»
Svuotò la coppa, indossò la giubba verde, riprese i pugnali dai nascondigli, indossò una sciarpa gialla per nascondere la cicatrice dell’impiccagione, quindi si mise il cappello in testa e uscì.
Il calore lo colpì in viso dopo la relativa frescura dell’interno della tenda. Non era certo dell’avvicendarsi delle stagioni in quel posto, ma l’estate stava durando troppo per i suoi gusti. C’era una cosa che desiderava nel lasciare il deserto, ed era l’arrivo dell’autunno. Un clima meno afoso. Lì non aveva avuto fortuna. Almeno le larghe falde del cappello lo riparavano dalla luce del sole.