La corona di spade
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #7
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:
Le prigioniere cominciarono a inginocchiarsi, gridando e implorando che fosse permesso anche a loro di prestare il giuramento, per provare l’autenticità della loro sottomissione. Lelaine fu una delle prime, Romanda e Sheriam non furono le ultime. Egwene strisciò sugli scalini per baciare l’orlo del vestito di Elaida.
«Mi rimetto alla tua volontà, Madre» mormorò fra le lacrime. «Grazie. Oh, grazie!»
Alviarin prese Elaida per le spalle e la scosse. «Sveglia, stupida donna!»
Elaida ringhiò. Spalancò gli occhi alla luce fioca della lampada fra le mani di Alviarin, che era china sopra il suo letto e le teneva una mano su una spalla. Ancora intontita dal sonno, Elaida mormorò: «Che cos’hai detto?»
«Ho detto: ti prego, svegliati, Madre» rispose Alviarin con freddezza. «Covarla Baldene è ritornata da Cairhien.»
Elaida scosse il capo cercando di cancellare la parte finale del sogno. «Così presto? Credevo dovesse passare almeno un’altra settimana. Hai detto Covarla? Dov’è Galina?» Domanda stupida. Alviarin non poteva sapere cosa volesse dire.
Invece con il solito tono freddo, l’altra rispose: «A quanto pare Galina è stata fatta prigioniera. Temo che le notizie non siano... buone.»
Elaida smise di pensare a ciò che Alviarin avrebbe o non avrebbe dovuto sapere. «Dimmi» chiese, levandosi di dosso le lenzuola di seta, ma mentre si alzava e indossava la vestaglia, anche questa di seta, sopra la camicia da notte, sentì solo dei frammenti di racconto. Una battaglia. Orde di donne aiel che incanalavano. Al’Thor fuggito. Disastro. Elaida notò distrattamente che Alviarin indossava un abito bianco ricamato d’argento, con la stola della Custode attorno al collo. Si era vestita prima di andarle a riferire una cosa del genere!
L’orologio dello studio batté la seconda ora bassa proprio mentre entravano nel soggiorno. Primo mattino; il momento peggiore per ricevere notizie infauste. Covarla si alzò velocemente da una delle sedie dall’imbottitura rossa, il volto implacabile segnato dalla preoccupazione e dalla stanchezza, quindi si inginocchiò per baciare l’anello di Elaida. Sul vestito scuro da cavallo era ancora visibile la polvere del viaggio e i capelli chiari avevano bisogno di una spazzola, ma la donna aveva addosso lo scialle che portava da quando Elaida era nata.
L’Amyrlin attese solo che le labbra di Covarla sfiorassero il Grande Serpente prima di ritirare la mano. «Perché sei stata mandata tu?» chiese con voce dura. Afferrò il lavoro a maglia che aveva riposto su una sedia, si accomodò e iniziò ad agitare i lunghi ferri d’avorio. Il lavoro a maglia aveva lo stesso scopo delle miniature d’avorio, e di sicuro lei in quel momento aveva bisogno di qualcosa per calmarsi. Lavorare a maglia la aiutava anche a pensare. Doveva pensare. «Dov’è Katerine?» Se Galina era morta, il suo posto doveva essere stato preso da Katerine prima ancora di Coiren. Elaida aveva chiarito a tutte che, una volta preso al’Thor, di quell’uomo se ne sarebbe occupata l’Ajah Rossa.
Covarla si alzò lentamente, quasi esitante. Strinse le mani sullo scialle con le frange rosse che aveva sulle braccia. «Anche Katerine è fra le scomparse, Madre. Io ho la posizione più alta fra quelle che...» Smise di parlare quando Elaida alzò lo sguardo, le dita bloccate nell’atto di passare una maglia. Covarla deglutì e cambiò posizione.
«Quante, figlia?» le chiese Elaida alla fine. Non riusciva a credere di avere la voce tanto calma.
«Non saprei dire quante sono riuscite a fuggire, Madre» rispose Covarla con esitazione. «Non abbiamo osato rimanere per una ricerca accurata e...»
«Quante?» gridò Elaida. Scrollò le spalle e si costrinse a concentrarsi sul lavoro a maglia. Non avrebbe dovuto gridare. Mostrare la propria rabbia era un segno di debolezza. Maglia alta, maglia bassa. Movimenti calmanti.
«Sono riuscita a portare con me altre undici Sorelle, Madre.» La donna fece una pausa respirando a fatica, poi quando Elaida non disse nulla continuò il suo racconto: «Forse anche altre stanno facendo ritorno, Madre. Gawyn ha rifiutato di attendere oltre e noi non abbiamo osato rimanere senza di lui e i suoi Cuccioli, non con tutti quegli Aiel in giro e le...»
Elaida non la stava a sentire. Erano ritornate in dodici. Se altre erano riuscite a fuggire si sarebbero dirette subito a Tar Valon e sarebbero arrivate insieme a Covarla. Anche se una o due fossero state ferite, viaggiando lentamente... Dodici. La Torre non aveva sofferto una tale perdita nemmeno durante le Guerre Trolloc.
«Bisogna impartire una lezione a questi Aiel selvaggi» disse parlando insieme a Covarla. Galina aveva pensato di usare gli Aiel per sviare gli altri Aiel; quanto era stata sciocca quella donna! «Salveremo le Sorelle che hanno fatto prigioniere e insegneremo a quei selvaggi cosa significa sfidare le Aes Sedai! E ci riprenderemo anche al’Thor!» Non se lo sarebbe lasciato sfuggire, nemmeno se avesse dovuto guidare di persona tutta la Torre per riprenderlo! La sua premonizione era stata sicura. Lei avrebbe trionfato!
Covarla lanciò un’occhiata incerta ad Alviarin, e cambiò ancora posizione. «Madre, quegli uomini... penso...»
«Non pensare!» scattò Elaida. Strinse i ferri da maglia e si protese in avanti con tale energia che Covarla sollevò le mani per difendersi da un eventuale attacco. Elaida si era dimenticata della presenza di Alviarin. Be’, adesso quella donna sapeva quel che sapeva; se ne sarebbe occupata in un secondo tempo. «Hai mantenuto il segreto, Covarla? Ti sei almeno limitata a spifferarlo solo alla Custode?»
«Sì, Madre» rispose subito Covarla. Sembrava impaziente, felice di aver fatto almeno una cosa giusta. «Sono entrata in città da sola e ho tenuto il volto nascosto fino a quando non ho raggiunto Alviarin. Gawyn voleva accompagnarmi, ma le guardie sul ponte hanno rifiutato di lasciar passare un qualsiasi membro dei Cuccioli.»
«Dimentica Gawyn Trakand» le ordinò Elaida con amarezza. Sembrava che quel giovane fosse rimasto vivo per crearle problemi. Se Galina era ancora viva, avrebbe pagato per questo fallimento, oltre che per aver lascito fuggire al’Thor. «Lascerai la città con la stessa segretezza di quando sei entrata, figlia, e tu e le altre ve ne rimarrete nascoste in uno di quei villaggi oltre i ponti della città fino a quando io non vi farò chiamare. Dorlan sarà perfetto.» Avrebbero dovuto dormire nei fienili in quel piccolo agglomerato rurale senza nemmeno una locanda; il minimo che si meritassero quelle incompetenti. «Adesso vai e prega che qualcuna in una posizione superiore alla tua arrivi quanto prima. Il Consiglio chiederà una punizione per questa catastrofe ineguagliabile e, al momento, sembra che tu sia più colpevole delle altre. Vai!»
Covarla impaludi. Se ne andò facendo la riverenza ed Elaida pensò che sarebbe caduta. Incompetenti! Era circondata da incompetenti, traditrici e idiote!
Non appena Elaida sentì la porta che si chiudeva, scagliò a terra il lavoro a maglia e balzò in piedi, voltandosi verso Alviarin. «Perché nessuno mi ha detto niente prima d’ora? Se al’Thor è fuggito... che cosa avrei detto? Sette giorni fa? Se è fuggito sette giorni fa, qualcuno fra gli informatori deve averlo visto. Perché non sono stata messa al corrente?»
«Posso solo riferirti ciò che le Ajah mi lasciano sapere, Madre.» Alviarin si aggiustò la stola con molta calma. «Intendi davvero rischiare una terza fuga precipitosa per tentare di salvare le prigioniere?»
Elaida tirò su con il naso. «Credi davvero che delle selvatiche possano resistere a delle Aes Sedai? Galina si è lasciata prendere di sorpresa; dev’essere stato così.» Aggrottò le sopracciglia. «Che cosa intendi dire con terza fuga precipitosa?»
«Non hai ascoltato, Madre.» Alviarin si mise a sedere senza averne ricevuto il permesso, accavallò le gambe e si sistemò la gonna con grande tranquillità. «Covarla pensava che avrebbero potuto resistere contro le selvagge, anche se io personalmente ritengo che non ne fosse tanto certa come cercava di farci credere, ma gli uomini erario un’altra faccenda. Diverse centinaia con le giubbe nere, tutti che incanalavano. Ne era sicura, ed era evidente che lo fossero anche le altre. Armi viventi, così li ha chiamati. Credo che sia quasi svenuta al solo ricordo.»