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La corona di spade

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La corona di spade
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Elaida la guardò allontanarsi stordita, con lo stomaco in subbuglio. Prendere apertamente posizione? Sarebbe stato come invitare un attacco di questi... come li aveva chiamati? Asha’man. Non stava succedendo a lei. Non a lei! Prima di rendersi conto di ciò che stava facendo, scagliò il calice contro un arazzo che rappresentava dei fiori. Afferrò la caraffa con entrambe le mani, se la portò sopra la testa e, con un grido furioso, scagliò via anche quella, facendo schizzare il vino ovunque. La premonizione era stata sicura! Lei avrebbe...

Elaida si fermò di colpo, guardando torva i frammenti di cristallo rimasti attaccati all’arazzo e i pezzi più grossi sul pavimento. La premonizione. Aveva dato per certo il suo trionfo. Il suo trionfo! Alviarin forse avrebbe ottenuto una vittoria minore, ma il futuro apparteneva a Elaida, purché fosse riuscita a liberarsi di Alviarin. Ma doveva farlo con discrezione, in modo che anche il Consiglio avrebbe desiderato far calare il silenzio sull’intera faccenda.’ Un sistema che non avrebbe potuto ricondurre ad Elaida, qualora il vento avesse cominciato a soffiare nella direzione di Alviarin. La soluzione le venne in mente all’improvviso. Alviarin non ci avrebbe creduto se qualcuna glielo avesse detto. Nessuna ci avrebbe creduto.

Se Alviarin avesse potuto vedere il suo sorriso in quel momento, le ginocchia le si sarebbero trasformate in gelatina. Prima che Elaida avesse finito, la sua Custode degli Annali avrebbe invidiato Galina. Viva o morta.

Alviarin si soffermò un momento dopo aver lasciato le stanze dell’Amyrlin per studiarsi le mani alla luce di una lampada da terra. Non tremavano, cosa che la sorprese. Si era aspettata che Elaida combattesse con maggior energia, resistendo più a lungo, ma adesso stava attuando il suo piano e lei non aveva nulla da temere. A meno che Elaida non scoprisse che non meno di cinque Ajah le avevano riferito fatti su al’Thor negli ultimi giorni; la deposizione di Colavaere aveva fatto scattare ogni agente di Cairhien a inviare dei messaggi. No, anche se Elaida ne fosse venuta a conoscenza lei era comunque al sicuro, con il controllo che ormai aveva assunto su quella donna. E con Mesaana come protettrice. Elaida era finita, che l’avesse capito o meno. Anche se gli Asha’man non avessero sbandierato ai quattro venti la loro vittoria dopo aver schiacciato il gruppo di Toveine — ed era sicura che l’avrebbero schiacciato, da quello che Mesaana le aveva raccontato sugli scontri ai Pozzi di Dumai — tutti gli occhi e le orecchie di Caemlyn avrebbero messo le ali una volta venuti a conoscenza di quell’evento. Senza un miracolo, come le ribelli alle porte della Torre, Elaida avrebbe seguito lo stesso destino di Siuan Sanche in poche settimane. In ogni caso il piano era iniziato e, anche se Alviarin avrebbe voluto conoscerlo meglio, tutto ciò che doveva fare era obbedire. Osservare. Imparare. Forse avrebbe indossato la stola con i sette colori una volta che tutto ciò fosse finito.

Alla luce del primo mattino che penetrava dalle finestre, Seaine affondò la penna nell’inchiostro, ma prima che riuscisse a scrivere una parola, la porta del corridoio si aprì ed entrò l’Amyrlin Seat. Seaine sollevò le folte sopracciglia nere; si sarebbe aspettata chiunque tranne Elaida, forse senza nemmeno escludere Rand in persona. In ogni caso posò la penna e si alzò con delicatezza, abbassando la manica bianca e argento che aveva tirato su per non macchiarla. Fece la riverenza dovuta all’Amyrlin da un’Adunante nei propri appartamenti.

«Spero che tu non abbia trovato nessuna Sorella Bianca che nascondeva angreal, Madre.» Dopo tutti quegli anni ancora aveva l’accento del Lugard. E lo sperava davvero. L’incursione di Elaida contro le Verdi alcune ore prima, mentre molte ancora dormivano, con ogni probabilità stava ancora causando gemiti e ruggiti. A memoria di Aes Sedai, nessuna era mai stata condannata alla fustigazione per aver trattenuto un angreal, e adesso era capitato addirittura a due Sorelle. L’Amyrlin aveva dovuto essere in uno dei suoi infausti momenti di fredda furia, ma ora non ne rimaneva alcun segno.

Per un momento guardò Seaine in silenzio, gelida come uno stagno d’inverno, nel suo vestito di seta striato di rosso, quindi si diresse verso la credenza intagliata dove erano esposte le miniature di avorio dipinto che rappresentavano la famiglia di Seaine. Tutti morti da anni, ma ancora li amava.

«Tu non hai votato per eleggermi Amyrlin» disse Elaida, prendendo la miniatura che rappresentava il padre di Seaine. L’appoggiò immediatamente e prese quella della madre.

Seaine quasi sollevò di nuovo le sopracciglia, ma si era imposta come regola di non lasciarsi sorprendere più di una volta al giorno. «Non sono stata informata che il Consiglio si era riunito fino a cose fatte, Madre.»

«Sì, sì.» Elaida abbandonò le miniature e si diresse verso il camino. Seaine aveva sempre amato i gatti e la mensola era piena di felini di legno intagliato di ogni tipo, alcuni in posizioni buffe. L’Amyrlin aggrottò le sopracciglia, quindi socchiuse gli occhi e scosse leggermente il capo. «Ma sei rimasta» disse voltandosi velocemente. «Tutte le Adunanti che non erano state informate sono fuggite dalla Torre per unirsi alle ribelli, tranne te. Perché?»

Seaine allargò le braccia. «Cos’altro potevo fare se non rimanere, Madre? La Torre deve essere integra.» Chiunque sia l’Amyrlin, aggiunse tra sé. E cosa c’è che non va con i miei gatti, se posso chiedere? Naturalmente non l’avrebbe mai detto ad alta voce. Sereille Bagand era stata una maestra delle novizie molto severa prima di essere eletta Amyrlin Seat, proprio l’anno in cui lei aveva ottenuto lo scialle, e un’Amyrlin spietata come Elaida non avrebbe mai potuto eguagliarla nemmeno con il mal di denti. A Seaine era stato inculcato il senso del dovere con troppa forza e per troppi anni, perché potesse cambiare comportamento. O provare disprezzo nei confronti della donna che indossava la stola. Non si era obbligate ad apprezzare l’Amyrlin.

«La Torre dev’essere intera» concordò Elaida, sfregandosi le mani. «Dev’essere intera.» Perché era tanto nervosa? Aveva un carattere duro come la lama di un pugnale e due volte più tagliente, ma non era una donna nervosa. «Quanto sto per dirti è sigillato per la Fiamma, Seaine.» Fece una smorfia e sollevò le spalle, strattonando irritata la stola. «Se conoscessi un sigillo più restrittivo, userei quello» disse, secca come la polvere del giorno prima.

«Custodirò il tuo segreto, Madre.»

«Voglio che tu... Ti ordino di intraprendere un’indagine. E dovrai davvero mantenere il segreto. Se ne giungesse notizia alla persona sbagliata, potrebbe significare morte e disastro per tutta la Torre.»

Seaine sollevò le sopracciglia. Morte e disastro per tutta la Torre? «Lo giuro» ripeté. «Vuoi sederti, Madre?» Era la cosa giusta da dire, trovandosi nei propri appartamenti. «Posso versarti del tè alla menta? O magari del vino alla frutta?»

Elaida rifiutò e si andò a sedere sulla sedia più comoda, intagliata dal padre di Seaine come dono quando la donna aveva ricevuto lo scialle, anche se naturalmente il cuscino era stato sostituito molte volte da allora. L’Amyrlin fece sembrare un trono quella sedia di campagna, schiena rigida e massimo contegno. Ignorando la buona educazione, non diede il permesso a Seaine di sedersi, per cui la donna incrociò le braccia e rimase in piedi.

«Ho pensato a lungo al tradimento, Seaine, da quando alla donna che mi ha preceduta e alla sua Custode è stato permesso di fuggire. Il tradimento dev’essere alla base della fuga e temo che solo una Sorella, o delle Sorelle, possano averlo fatto.»

«Mi sembra senz’altro possibile, Madre.»

Elaida aggrottò le sopracciglia per quell’interruzione. «Non possiamo mai essere sicure di chi abbia il cuore oscurato dall’ombra del tradimento, Seaine. Io sospetto che qualcuna abbia ordinato che venisse revocato un mio ordine. Ho anche motivo di credere che la stessa persona abbia comunicato in privato con Rand al’Thor; a quale scopo non lo so, ma di certo è un tradimento contro di me e contro la Torre.»

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