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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

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Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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Kathy alzò la testa di nuovo e lo fissò negli occhi. — Ti ho fatto del male? Ti ho salvato dai pol. Ecco cos’ho fatto per te. Ho sbagliato? È così? — La sua voce si alzò di tono. Fissava Jason senza misericordia, a occhi sbarrati, con la forchettata di spaghetti ancora in mano.

Lui sospirò. Non c’era via d’uscita. — No. Non hai sbagliato. Grazie. Te ne sono grato. — E, mentre lo diceva, provò un’ondata di odio per Kathy. Che lo aveva messo in trappola in quel modo. Una stupida Ordinaria di diciannove anni che chiudeva in angolo un Sei adulto come lui: era tutto così improbabile da sembrare assurdo. Avrebbe avuto quasi voglia di ridere. Ma non era il caso.

— Stai reagendo al mio calore umano? — chiese lei.

— Sì.

— Senti arrivarti il mio amore, vero? Ascolta. Lo puoi quasi udire. — Kathy si concentrò. — Il mio amore sta crescendo, ed è un giovane virgulto.

Jason fece un cenno al cameriere. — Cos’avete da offrire? — chiese in tono brusco. — Solo birra e vino?

— Ed erba, signore. Acapulco Gold della migliore qualità. E hashish. Eccellente.

— Ma niente superalcolici.

— No, signore.

Lui congedò il cameriere.

— L’hai trattato da servo — disse Kathy.

— Già. — Jason emise un gemito. Chiuse gli occhi e si massaggiò il naso. Tanto valeva andare sino in fondo; dopo tutto, era già riuscito a innescare l’ira di Kathy. — Il cameriere è penoso, e questo è un ristorante indecente. Usciamo.

La voce di Kathy era acida. — Oh, ecco cosa significa essere una celebrità. Capisco. — Mise giù, con calma, la forchetta.

— Cosa pensi di avere capito? — ribatté lui, senza più argini. Ormai il suo ruolo di conciliatore era finito a gambe all’aria. E non lo avrebbe più ritrovato. Si alzò, afferrò la giacca. — Io me ne vado — informò Kathy.

— Dio. — Lei chiuse gli occhi. La sua bocca, in una smorfia innaturale, restò spalancata. — Dio. No. Cos’hai fatto? Lo sai cos’hai fatto? Lo capisci? Riesci ad afferrare l’enormità della cosa? — E poi, a occhi chiusi e a pugni stretti, abbassò la testa e cominciò a urlare. Jason non aveva mai sentito niente del genere. Restò paralizzato da quel suono, e dalla vista del viso contratto di Kathy. Si sentì sopraffatto, travolto. “Urla psicotiche” si disse. “Escono dall’inconscio collettivo.

Non da un singolo ma dalla più profonda radice della nostra specie.”

Saperlo non gli era d’aiuto.

Il proprietario e due camerieri, con i menu ancora in mano, corsero al loro tavolo. Jason notò dei particolari che gli si impressero stranamente nella mente. Sembrava che tutto, alle urla di Kathy, si fosse congelato. Paralizzato. I clienti che sollevavano le forchette, abbassavano i cucchiai, masticavano… Tutto si fermò, e restò solo quel terribile suono.

E lei stava pronunciando delle parole. Parole crude, di quelle che si trovano scritte sui muri. Parole brevi, distruttive, che colpirono nel profondo tutte le persone presenti nel ristorante, lui compreso. Soprattutto lui.

Il proprietario, con i baffi che vibravano, annuì ai due camerieri, che sollevarono Kathy di peso dalla sedia. La presero per le spalle, la tennero sospesa in aria, poi, a un cenno del proprietario, la trascinarono lontano dal séparé, attraversando tutto il locale, fino alla strada.

Jason pagò il conto e corse fuori.

All’ingresso, però, il proprietario lo fermò. Tese la mano. — Trecento dollari — disse.

— Perché? — chiese Jason. — Per averla portata fuori?

— Per non chiamare i pol — rispose quello. Jason pagò, con una smorfia truce.

I camerieri l’avevano depositata sulla strada, a ridosso del marciapiede. Kathy adesso era muta. Con le dita premute sugli occhi, ondeggiava avanti e indietro, e la sua bocca si muoveva senza più produrre suoni. I camerieri la scrutarono, a quanto sembrava per decidere se avrebbe provocato o no altri guai. Poi tornarono dentro di corsa lasciando Jason e Kathy lì sulla strada, assieme, sotto l’insegna al neon rossa e bianca.

Lui si inginocchiò a fianco di Kathy, le mise una mano su una spalla. Questa volta lei non cercò di scostarsi. — Mi spiace — le disse. Ed era sincero. — Mi spiace di averti spinta fino a questo punto. — “Ho pensato che il tuo fosse un bluff” pensò, “ma non lo era. Okay, hai vinto. Mi arrendo. D’ora in poi, le cose andranno come vuoi tu. Basta che me lo chieda. Però fai in fretta, per amor di Dio. Lasciami libero prima che si può.”

L’intuito però gli disse che non sarebbe successo troppo presto.

5

Mano nella mano, passeggiarono sul marciapiede immerso nella sera, superando lagune di colore in gara tra loro, lampeggianti, intermittenti, create dalle insegne rotanti, pulsanti, dondolanti. A Jason non piaceva quel tipo di ambiente; l’aveva visto un milione di volte, duplicato dappertutto sulla faccia della Terra. Era da luoghi come quello che era fuggito, in tempi remoti della sua vita; aveva usato le sue qualità di Sei come via d’uscita. E adesso era tornato indietro.

Non gli dava fastidio la gente, gli Ordinari che vedeva intrappolati lì, persone che senza colpa erano costrette a restare. Non avevano inventato loro tutto ciò; non lo amavano; lo sopportavano, mentre a lui era stato concesso di evadere. In effetti, si sentiva in colpa di fronte a quei visi cupi, a quelle smorfie su bocche contratte, infelici.

— Sì — disse Kathy alla fine, — credo proprio che mi stia innamorando di te. Ma è colpa tua. È quel potente campo magnetico che emani. Sai che riesco a vederlo?

— Accidenti — rispose lui, automaticamente.

— È viola scuro, vellutato. — Kathy gli afferrò una mano con dita sorprendentemente forti. — Molto intenso. Tu riesci a vedere il mio? La mia aura magnetica?

— No.

— Mi sorprende. Avrei pensato che ci riuscissi. — Adesso Kathy sembrava calma; le urla esplosive avevano lasciato il posto a una relativa stabilità. “Una personalità quasi pseudoe-pilettoide” congetturò lui. “Giorno per giorno può portare a…” Lei si intromise nei suoi pensieri. — La mia aura è di un bel rosso acceso. Il colore della passione.

— Fantastico.

Kathy si fermò bruscamente e si voltò a scrutarlo in viso. Per decifrare la sua espressione. Jason si augurò che fosse adeguatamente opaca. — Sei arrabbiato perché ho perso le staffe? — chiese lei.

— No.

— Però sembri arrabbiato. Secondo me, lo sei. Be’, probabilmente solo Jack capisce. E Mickey.

— Mickey Quinn — disse lui, pensieroso.

— Non è una persona notevole?

— Molto. — Jason avrebbe potuto raccontarle tante cose su Quinn, ma sarebbe stato inutile. In realtà, Kathy non voleva sapere. Credeva di capire già.

“E cos’altro credi, ragazzina” si chiese lui, “per esempio di me? Quel poco che sai di Mickey Quinn e di Arlene Howe e di tutti gli altri che, per te, in realtà non esistono? Pensa a quello che potrei dirti se, per un momento, tu fossi capace di ascoltare. Ma non ne sei in grado. Quel che potresti sentire ti spaventerebbe. E, comunque, sai già tutto.”

— Che effetto fa — le chiese — essere andata a letto con tanta gente famosa?

A quella frase, Kathy si bloccò. — Credi che sia andata a letto con loro perché erano famosi? Credi che io sia una fc, una fotticelebrità? È questo che pensi veramente di me?

“È come la carta moschicida” rifletté Jason. Kathy lo invischiava con ogni parola che pronunciava. Non poteva vincere.

— Penso — rispose — che tu abbia avuto un’esistenza interessante. Sei una persona interessante.

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