La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
Venne a sapere altre cose. L’incredibile disastro che si era abbattuto su una spedizione inviata contro la Torre Nera. Alcune delle Sorelle parevano non crederci, tuttavia sembrava che cercassero di convincere loro stesse che non poteva essere accaduto. Altre Sorelle catturate dopo una grande battaglia e in qualche modo costrette a giurare fedeltà a Rand. Ne aveva già avuto sentore e non poteva piacerle più del fatto che alcune Sorelle fossero vincolate a degli Asha’man. Essere ta’veren o il Drago Rinato non era una scusa. Nessuna Aes Sedai prima d’allora aveva mai giurato fedeltà a nessun uomo. Le Sorelle e le Adunanti discutevano di chi fosse la colpa, ma Rand e gli Asha’man erano in cima alla lista. E un nome continuava a comparire: Elaida do Avriny a’Roihan. Parlavano anche di Rand, di come trovarlo prima di Tarmon Gai’don. Sapevano che stava arrivando malgrado non consolassero le novizie e le Ammesse, e non vedevano l’ora di mettere le mani su di lui.
Alle volte lei arrischiava un commento, un accenno al fatto che Shemerin fosse stata privata dello scialle contro tutte le tradizioni, un’insinuazione che l’editto di Elaida su Rand fosse il modo migliore al mondo per renderlo ostinato a fare a modo suo. Offriva la sua solidarietà per le Sorelle catturate dagli Asha’man, per quelle prese ai Pozzi di Dumai — lasciandovi cadere il nome di Elaida — oppure si rammaricava perla trascuratezza che faceva sì che l’immondizia marcisse nelle strade una volta immacolate di Tar Valon. Non c’era bisogno di menzionare Elaida per quello: sapevano chi era responsabile di Tar Valon. A volte quei commenti le fruttavano altre visite allo studio di Silviana e ulteriori faccende, eppure con sua sorpresa a volte non era così. Prendeva nota con attenzione delle Sorelle che si limitavano a dirle di tacere. O, meglio ancora, che non dicevano nulla. Alcune addirittura annuivano in assenso prima di potersi contenere.
Alcune di quelle faccende condussero a incontri interessanti.
La mattina del suo secondo giorno stava usando un rastrello dal lungo manico di bambù per tirar fuori del fogliame dall’acqua dei laghetti del Giardino Acquatico. C’era stato un acquazzone la notte prima e i forti venti avevano depositato fogliame ed erba nei laghetti fra le foglie verdi delle grosse ninfee colorate e gli iris d’acqua in gemmazione, e perfino un passero morto che lei seppellì con calma in una delle aiole. Un paio di Rosse se ne stavano su uno dei ponti ad arco del laghetto, appoggiate sulla convoluta ringhiera di pietra a osservare lei e i pesci che si muovevano rapidi sotto di loro in un turbine di rosso, oro e bianco. Mezza dozzina di cornacchie balzarono su da una delle ericacee e si diressero silenziose verso nord. Cornacchie! Si supponeva che i terreni della Torre fossero schermati contro corvi e cornacchie. Le Rosse non parvero accorgersene.
Lei era acquattata sui talloni accanto a uno dei laghetti a lavarsi via la terra dalle mani dopo aver seppellito il misero uccellino quando comparve Alviarin, con il suo scialle frangiato di bianco avvolto stretto attorno a lei come se la mattinata fosse ancora ventosa e non limpida e temperata. Quella era la terza occasione in cui vedeva Alviarin, e ogni volta era stata sola e non in compagnia di altre Bianche. Egwene aveva visto capannelli di Bianche nei corridoi, però. C’era forse un indizio in questo? Se era così, non riusciva a immaginare per cosa, a meno che Alviarin non fosse scansata dalla propria Ajah per qualche ragione. Di certo lo sfacelo non era arrivato così in profondità. Tenendo d’occhio le Rosse, Alviarin si avvicinò a Egwene lungo il grezzo sentiero ghiaioso che serpeggiava tra i laghetti. «Sei caduta molto in basso» disse quando le fu vicino. «Devi rimpiangerlo mollo.»
Egwene si raddrizzò e si pulì le mani sulla gonna, poi raccolse il rastrello. «Non sono l’unica.» Aveva avuto un’altra sessione con Silviana prima dell’alba, e quando aveva lasciato lo studio della donna, Alviarin era stata lì ad attendere di entrare di nuovo. Quello era un rituale quotidiano per la Sorella Bianca, e negli alloggi delle novizie non si parlava d’altro, con ogni lingua che speculava sul perché. «Mia madre dice sempre di non piangere sul latte versato. Mi sembra un buon consiglio, date le circostanze.»
Deboli chiazze di colore comparvero sulle guance di Alviarin. «Ma pare che tu pianga un bel po’. In maniera incessante, stando a ciò che si dice. Di certo fuggiresti da questo, se potessi.»
Egwene catturò un’altra foglia di quercia col rastrello e la sospinse nel secchio di legno pieno di foglie bagnate ai suoi piedi. «La tua lealtà nei confronti di Elaida è molto forte, non è vero?»
«Perché dici questo?» chiese Alviarin sospettosa. Lanciando un’occhiata alle due Rosse, che ora sembravano prestare più attenzione ai pesci che a Egwene, si fece più vicina, sollecitando toni sommessi.
Egwene pescò un lungo filamento d’erba che doveva essere arrivato fin dalle pianure oltre il fiume. Doveva menzionare la lettera che questa donna aveva scritto a Rand, praticamente promettendogli la Torre Bianca ai suoi piedi? No, quel frammento di informazione poteva rivelarsi prezioso, ma pareva il genere di cosa che poteva essere utilizzata una volta sola. «Ti ha privato della stola della Custode degli Annali e ha ordinato la tua punizione. Questo non induce certo alla lealtà.»
Il volto di Alviarin rimase tranquillo, tuttavia le sue spalle si rilassarono visibilmente. Le Aes Sedai di rado mostravano così tanto. Doveva essere sotto una tensione straordinaria per avere così poco controllo su sé stessa. Scoccò un’altra occhiata alle Rosse. «Pensa alla tua situazione» disse quasi con un sussurro. «Se vuoi trovare una via di fuga da essa, be’, potresti essere in grado di farlo.»
«Sono contenta della mia situazione» disse Egwene semplicemente.
Le sopracciglia di Alviarin schizzarono all’insù dall’incredulità, ma con un’altra occhiata alle Rosse — ora una stava osservando loro e non i pesci — si allontanò a passo svelto, tanto rapido da sfociare quasi in una corsa.
Ogni due o tre giorni compariva mentre Egwene stava eseguendo le sue faccende e, per quanto non offrisse apertamente aiuto per una fuga, usava quella parola di frequente e iniziò a mostrare frustrazione quando Egwene si rifiutò di abboccare a quell’esca. Perché di esca si trattava, poco ma sicuro. Egwene non si fidava di quella donna. Forse era quella lettera, architettata di certo per attirare Rand alla Torre e nelle grinfie di Elaida, o forse era il modo in cui lei aspettava che Egwene facesse la prima mossa, che implorasse, possibilmente. Era probabile che in quel caso Alviarin avrebbe cercato di fissare le condizioni. In ogni caso, lei non aveva intenzione di fuggire a meno che non ci fosse stata altra scelta, perciò le dava sempre la stessa risposta.
«Sono contenta della mia situazione.»
Alviarin iniziò a digrignare i denti udibilmente quando la udiva.
Il quarto giorno era inginocchiata a sfregare piastrelle bianche e azzurre quando gli stivali di tre uomini accompagnati da una Sorella in un abito di seta grigia ricamato di rosso la superarono. A pochi passi di distanza, gli stivali si fermarono.
«Quella è lei» disse la voce di un uomo con un accento illianese. «Mi è stata indicata. Credo che le parlerò.»
«È solo una novizia come le altre, Mattin Stepaneos» gli disse la Sorella. «Volevi passeggiare nei giardini.» Egwene intinse la sua spazzola nel secchio d’acqua saponata e iniziò un’altra serie di mattonelle.
«Che la fortuna mi pungoli, Cariandre, questa può pure essere la Torre Bianca, ma io sono ancora il legittimo re di Illian, e se voglio parlare con lei — con te ad assistere; tutto molto rispettabile e decoroso — allora parlerò con lei. Mi è stato detto che è cresciuta nello stesso villaggio di al’Thor.» Un paio di stivali, lucidati fino a risplendere, si avvicinò a Egwene.
Solo allora lei si alzò in piedi, con la spazzola colante in una mano. Usò il dorso dell’altra per scostarsi i capelli dal viso. Si astenne dal toccarsi i reni con le nocche, per quanto avrebbe voluto. Mattin Stepaneos era tarchiato e quasi del tutto calvo, con una barba bianca ben modellata alla maniera illianese e un volto carico di rughe. I suoi occhi erano penetranti e colmi di rabbia. Un’armatura sarebbe stata più adatta della giacca di seta verde ricamata con api dorate su maniche e risvolti che indossava. «Solo una novizia come le altre?» mormorò. «Ritengo che tu sia in errore, Cariandre.»