La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
«Mi aspetto un comportamento consono da parte tua» le disse con fermezza Serancha Colvine un altro giorno. La parola per descrivere la Sorella Grigia era ‘stretta’. Bocca stretta e un naso stretto che pareva fiutare in continuazione un cattivo odore. Perfino i suoi pallidi occhi azzurri sembravano stretti di disapprovazione. Altrimenti sarebbe potuta essere graziosa. «Capisci?»
«Capisco» disse Egwene, mettendosi a sedere sullo sgabello che era stato posto di fronte alla sedia dall’alto schienale di Serancha. La mattina era fresca e un fuocherello ardeva nel caminetto di pietra. Assorbire il dolore. Accogliere il dolore.
«Una risposta non corretta» disse Serancha. «La risposta corretta sarebbe stata una riverenza e: ‘Capisco, Serancha Sedai.’ Intendo stilare una lista delle tue mancanze affinché tu la porti a Silviana quando avremo terminato. Ricominciamo. Capisci, bambina?»
«Capisco» disse Egwene senza alzarsi. Serenità da Aes Sedai o meno, il volto di Serancha divenne viola. Alla fine il suo elenco coprì quattro pagine in una calligrafia minuta e illeggibile. Passò più tempo a scrivere che a fare lezione! Non un successo.
E poi ci fu Adelorna Bastine. La Verde saldeana in qualche modo riusciva ad apparire imponente nonostante fosse magra e non più alta di Egwene, e aveva un’aria imperiosa e regale che avrebbe potuto intimidirla, se Egwene l’avesse permesso. «Ho sentito che crei problemi» disse, prendendo una spazzola col manico d’avorio da un tavolino istoriato accanto alla sua sedia, «Se provi a creare problemi con me, imparerai che so come usare questa.»
Egwene lo apprese senza provarci. Per tre volte si ritrovò in grembo a Adelorna, e la donna sapeva davvero come usare una spazzola non solo per pettinarsi i capelli. Quello fece prolungare la lezione da un’ora a due.
«Posso andare ora?» disse infine Egwene asciugandosi le lacrime meglio che poteva con un fazzoletto che era già umido. Inspirare il dolore. Assorbire il fuoco. «Mie stato assegnato il compito di portare su l’acqua per la Rossa e non voglio arrivare tardi.»
Adelorna si accigliò verso la sua spazzola prima di tornare al tavolo che Egwene aveva rovesciato due volte scalciando. Poi si accigliò verso Egwene, squadrandola come se stesse cercando di guardare dentro il suo cranio. «Come vorrei che Cadsuane fosse nella Torre» mormorò. «Credo che ti reputerebbe una sfida.» Pareva esserci un pizzico di rispetto nella sua voce.
Quel giorno fu un punto di svolta per certi versi. Per esempio, Silviana decise che Egwene doveva ricevere la Guarigione due volte al giorno.
«Pare che tu invogli a essere picchiata, bambina. E pura testardaggine e io non la tollererò. Tu affronterai la realtà. La prossima volta che mi farai visita, vedremo se ti piace la cinghia.» La Maestra delle novizie le ripiegò la sottana sopra la schiena, poi si soffermò. «Stai sorridendo? Ho forse detto qualcosa di divertente?»
«Ho solo pensato a qualcosa di spassoso» disse Egwene. «Nulla di importante.» Nulla di importante per Silviana, perlomeno. Si era resa conto di come accogliere il dolore. Stava combattendo una guerra, non una singola battaglia, e ogni volta che veniva picchiata, ogni volta che veniva mandata da Silviana, era un segno che aveva combattuto una nuova battaglia e si era rifiutata di arrendersi. Il dolore era un medaglia al valore. Gridò e scalciò più forte che mai durante quella sessione, ma mentre dopo si stava asciugando le lacrime, canticchiò piano fra sé. Era facile accogliere una medaglia al valore.
Gli atteggiamenti tra le novizie parvero mutare dal secondo giorno della sua prigionia. Pareva che Nicola — e Areina, che stava lavorando nelle stalle e spesso andava a far visita a Nicola; sembravano così intime che Egwene si domandò se fossero diventate amiche di letto, sempre con le loro teste assieme e rivolgendosi sorrisi misteriosi — Nicola e Areina le avevano intrattenute tutte con racconti su di lei. Racconti molto gonfiati. Le due donne l’avevano fatta sembrare una combinazione di ogni Sorella leggendaria nelle storie, assieme a Birgitte Arco d’Argento e ad Amaresu in persona, che portava la Spada del Sole in battaglia. Metà di loro pareva in soggezione, mentre le altre erano arrabbiate con lei per qualche motivo oppure del tutto sdegnose. Scioccamente, alcune cercavano di emulare il suo comportamento durante le loro lezioni, ma una numerosa serie di visite da Silviana bastò a sedarle. Al pasto di mezzodì del terzo giorno, quasi due dozzine di novizie mangiarono stando in piedi e col volto rosso per l’imbarazzo, Nicola fra loro. E Alvistere, sorprendentemente. Quel numero scese a sette a cena, e il quarto giorno furono solo Nicola e la ragazza cairhienese. E poi basta.
Si aspettava che alcune potessero risentirsi per il fatto che lei continuava a rifiutare di piegarsi mentre loro erano state riportate all’ordine così in fretta, ma al contrario parve soltanto far diminuire il numero di quelle che erano arrabbiate o sdegnale e aumentare il rispetto. Nessuna cercò di diventare sua amica, il che andava bene. Abito bianco o no, lei era Aes Sedai, e non era appropriato che una Aes Sedai stringesse amicizia con una novizia. Era troppo il rischio che una ragazza iniziasse a darsi troppe arie e si mettesse nei guai per questo. Le novizie cominciarono ad andare da lei per chiederle consigli e per essere aiutate con le loro lezioni, però. Solo una manciata sulle prime, ma il numero cresceva giorno dopo giorno. Lei era disposta ad aiutarle ad apprendere, il che di solito consisteva soltanto nel rafforzare l’autostima di una ragazza o convincere una giovane donna che la cautela era saggia, oppure condurla con pazienza attraverso i vari passi di un flusso che stava dando problemi. Alle novizie era proibito incanalare senza la presenza di una Aes Sedai o di una Ammessa, anche se quasi sempre lo facevano comunque in segreto, ma lei era una Sorella. Si rifiutava di aiutarne più di una per volta, però. Le notizie di gruppi di certo sarebbero trapelate e lei non sarebbe stata l’unica a essere inviata da Silviana. Era disposta ad andarci quanto spesso era necessario, ma non voleva esserne la causa per altre. E per quanto riguardava i consigli... Con novizie tenute rigorosamente lontane dagli uomini, quei consigli erano semplici. Anche se tensioni fra amiche di letto potevano essere severe quanto quelle causate dagli uomini.
Una sera, di ritorno da un’altra sessione con Silviana, le capitò di udire Nicola che parlava con due novizie che non potevano avere più di quindici o sedici anni. Egwene si ricordava a stento di essere stata così giovane. Pareva passata una vita. Marah era una Murandiana tarchiata con occhi azzurri sbarazzini, Namene una Domanese alta e magra che stava sempre a ridacchiare.
«Chiedete alla Madre» disse Nicola. Alcune delle novizie avevano preso a chiamare Egwene a quel modo, anche se mai quando c’era nei paraggi qualcuna che non vestiva il bianco. Erano sciocche, ma non delle complete idiote. «E sempre disponibile a dare consigli.»
Namene ridacchiò nervosamente e si torse le mani. «Non vorrei disturbarla.»
«Inoltre,» disse Marah con voce cantilenante «dicono che da sempre gli stessi consigli, lei.»
«E sono buoni consigli.» Nicola sollevò una mano per contare sulle dita. «Obbedisci alle Aes Sedai. Obbedisci alle Ammesse. Lavora sodo. Poi lavora più sodo ancora.»
Dirigendosi verso la sua stanza, Egwene sorrise. Non era stata capace di far comportare Nicola a dovere mentre era apertamente Amyrlin, ma pareva che ci fosse riuscita mascherandosi da novizia. Notevole.
Cera un’altra cosa che poteva fare per loro: confortarle. Per impossibile che sembrasse sulle prime, l’interno della Torre a volte cambiava. La gente si perdeva cercando di trovare stanze in cui era stata dozzine di volte. Venivano viste donne uscire dai muri o entrarvi, spesso con indosso abiti dal taglio antico o talvolta con un abbigliamento bizzarro, vestiti lunghi che parevano semplici pezzi di stoffa dai colori vivaci avvolti attorno al corpo, tabarri ricamati lunghi fino alle caviglie indossati sopra pantaloni ampi e cose ancora più strane. Per la Luce, quando mai qualche donna avrebbe potuto voler indossare un abito che lasciava il suo seno completamente scoperto? Egwene fu in grado di discuterne con Siuan nel Tel’aran’rhiod, così apprese che quelle cose erano segni dell’approssimarsi di Tarmon Gai’don. Un pensiero spiacevole, eppure non c’era nulla da fare al riguardo. Quello che era... era, tanto più che Rand stesso era un annunciatore dell’Ultima Battaglia. Anche alcune delle Sorelle nella Torre dovevano aver saputo cosa significava tutto quello, ma coinvolte nelle loro faccende personali, non facevano alcuno sforzo per confortare le novizie che piangevano per lo spavento. Egwene sì.