La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
Una delle Marroni era Felaana Bevaine, snella con lunghi capelli biondi che rilucevano come se li spazzolasse diverse volte al giorno. Smise di scrivere in un taccuino rilegato in cuoio su una scrivania portatile per il tempo necessario a dire con voce roca: «Oh. Sei tu, eh? Be’, Silviana ha detto che potevi farle visita, bambina, ma non darle nulla senza averlo mostrato a Dalevien o a me, e non creare problemi.» Ritornò prontamente a quello che stava scrivendo. Dalevien, una donna tarchiata con del grigio che le striava i corti capelli scuri, non alzò mai la tosta dai due libri di cui stava comparando i testi, ciascuno di essi aperto su un ginocchio. Il bagliore di saidar risplendeva attorno a lei e stava mantenendo uno schermo su Leane, ma non c’era ragione perché lei guardasse una volta intessuto. Egwene non perse tempo e si precipitò a infilare le mani attraverso i tralicci di ferro e afferrare quelle di Leane. «Silviana mi ha detto che finalmente credono alla tua identità,» disse ridendo «ma non mi aspettavo di trovarti in mezzo a tutto questo lusso.»
Era un lusso solo paragonato alle piccole celle buie dove una Sorella poteva essere tenuta in attesa di giudizio, con un pagliericcio sul pavimento come materasso e una coperta solo se si era fortunati, tuttavia la sistemazione di Leane appariva ragionevolmente confortevole. Aveva un piccolo letto che pareva più morbido di quelli negli alloggi delle novizie, una sedia dallo schienale diritto con un cuscino azzurro con nappe e un tavolo sul quale c’erano tre libri e un vassoio con i resti della sua cena. C’era perfino un lavabo, anche se la caraffa e il bacile bianchi erano entrambi sbeccati e lo specchio era pieno di bolle, e un paravento, abbastanza opaco che lei sarebbe stata solo una forma in ombra dietro di esso, nascondeva il vaso da notte.
Anche Leane rise. «Oh, sono molto popolare» disse in tono animato. Perfino il modo in cui stava in piedi pareva languido, l’immagine vera e propria di una seducente Domanese malgrado i semplici abiti di lana scura, ma quella voce frizzante rimaneva da prima che avesse deciso di ricreare sé stessa come voleva essere. «Ho avuto un flusso costante di visitatori tutto il giorno, da ogni Ajah tranne la Rossa. Perfino le Verdi cercano di convincermi a insegnare loro come Viaggiare, e perlopiù vogliono mettere le mani su di me poiché ‘affermo’ di essere Verde ora.» Rabbrividì in modo troppo appariscente perché fosse vero. «Sarebbe altrettanto sgradevole quanto tornare con Melare e Desala.» Il suo sorriso si dissolse come nebbia nel sole di mezzogiorno. «Mi hanno detto che ti hanno messo il bianco. Meglio delle alternative, suppongo, Ti danno la radice biforcuta? Anche a me.»
Sorpresa, Egwene lanciò un’occhiata verso la Sorella che teneva lo schermo e Leane sbuffò.
«Tradizione. Se non fossi schermata, potrei schiacciare una mosca col Potere e non farle del male, ma le tradizioni dicono che una donna nelle celle aperte dev’essere sempre schermata. Ma per il resto ti lasciano andare in giro normalmente?»
«Non proprio» disse Egwene in tono asciutto. «Ci sono due Rosse che aspettano fuori per scortarmi alla mia stanza e schermarmi mentre dormo.»
Leane sospirò. «Dunque. Io sono in una cella, tu sei sorvegliata, ed entrambe siamo piene di té di radice biforcuta.» Lanciò un’occhiataccia alle due Marroni. Felaana era ancora intenta a scrivere. Dalevien voltò le pagine dei due libri sulle sue ginocchia e iniziò a borbottare sottovoce. Il Custode doveva avere intenzione di radersi con quel pugnale, tanto lo stava affilando. La sua attenzione principale pareva rivolta alla porta, però. Leane abbassò la voce. «Allora, quando fuggiamo?»
«Non lo facciamo» le rispose Egwene, e le spiegò le sue ragioni e il suo piano quasi in un sussurro mentre controllava le Sorelle con la coda dell’occhio. Raccontò a Leane tutto quello che aveva visto. E fatto. Fu difficile dire quante volte era stata sculacciata quel giorno e come si era comportata in quelle occasioni, ma era necessario per convincere l’altra donna che lei non si sarebbe lasciata spezzare.
«Posso capire che qualunque genere di irruzione è fuori questione, ma avevo sperato...» Il Custode si mosse e Leane tagliò corto, ma stava soltanto rinfoderando il suo pugnale. Incrociando le braccia sul petto e stendendo le gambe, si appoggiò all’indietro contro la parete, con gli occhi sulla porta. Pareva pronto a balzare in piedi in un batter d’occhio. «Laras mi ha aiutato a fuggire una volta,» prosegui piano «ma non so se lo farebbe di nuovo.» Rabbrividì e non ci fu nulla di finto. Era stata quietata quando Laras aveva aiutato lei e Siuan a fuggire. «Lo ha fatto più per Min che per Siuan o me, comunque. Sei certa di questo? Una donna dura, Silviana Brehon. Giusta, a quanto ho sentito, ma abbastanza dura da rompere il ferro. Ne sei assolutamente certa, Madre?» Quando Egwene disse che lo era, Leane sospirò di nuovo. «Be’, saremo due vermi che rosicchiano le radici, allora.» Non era una domanda.
Egwene faceva visita a Leane quando la spossatezza non riusciva a trascinarla a letto subito dopo cena e la trovava sorprendentemente ottimista per una prigioniera confinata in una cella. Il flusso di Sorelle che visitavano Leane stava continuando e lei faceva scivolare i frammenti suggeriti da Egwene in ogni conversazione. Quelle visitatrici non potevano ordinare che una Aes Sedai venisse punita, perfino una trattenuta nelle celle aperte, anche se alcune si arrabbiavano abbastanza da desiderare di poterlo fare, e inoltre sentire quelle cose da una Sorella aveva più peso che sentirle da una che vedevano come una novizia. Leane poteva perfino discutere apertamente, almeno finché chi la visitava non se ne andava. Ma riferì che molte non lo facevano. Alcune erano d’accordo con lei. In modo cauto, esitante, forse su un punto e non su altri, ma si dicevano d’accordo. Quasi altrettanto importante, per Leane almeno, era che alcune delle Verdi stabilirono che, dal momento che era stata quietata e pertanto non era stata Aes Sedai per un po’ di tempo, aveva il diritto di chiedere l’ammissione a qualunque Ajah una volta che fosse tornata a essere una Sorella. Non tutte, certo, ma poche erano meglio di nessuna. Egwene cominciò a pensare che Leane nella sua cella stesse avendo più effetto di lei che girava libera. Be’, libera in un certo senso. Non era esattamente gelosa. Era un lavoro importante quello che stavano facendo e non aveva importanza chi di loro lo svolgesse meglio fintanto che veniva eseguito. Ma c’erano delle volte in cui quello rendeva il viaggio verso lo studio di Silviana molto più duro. Tuttavia lei ebbe i suoi successi. Una specie.
Quel primo pomeriggio, nel soggiorno accatastato di Bennae Nalsad — i libri erano impilati in cumuli casuali ovunque sul pavimento e gli scaffali erano pieni di ossa, teschi e pelli trattate di animali, uccelli e serpenti assieme a esempi impagliati di alcune delle specie più piccole: una grossa lucertola marrone era appollaiata sull’enorme cranio di un orso, così immobile da far credere che anch’essa fosse impagliata finché non sbatté le palpebre — quel primo pomeriggio, la Marame shienarese le aveva chiesto di eseguire un vasto assortimento di flussi uno dopo l’altro. Egwene non era stata invitata a sedere, ma dal canto suo Bennae non aveva obiettato.
Egwene eseguì ogni flusso come richiesto finché Bennae non chiese con disinvoltura quello per Viaggiare, poi si limitò a sorridere e a ripiegare le mani in grembo. La Sorella si appoggiò all’indietro e si aggiustò un poco le sue gonne di seta marrone intenso. Gli occhi di Bennae erano azzurri e penetranti, i suoi capelli scuri, raccolti in una reticella argentea, abbondantemente striati di grigio. Su due delle dita aveva macchie d’inchiostro e un’altra le imbrattava il lato del naso. Aveva in mano una tazza di porcellana piena di té, ma non l’aveva offerto a Egwene.