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La lama dei sogni

Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:

Elayne si ritrova invischiata nella lotta per la successione al trono di Andor, ma le Sorelle dell’Ajah Nera che si nascondono a Caemlyn sono pronte a far scattare su di lei una trappola mortale, mentre Egwene, caduta nelle mani delle Aes Sedai e ridotta al rango di novizia, non può far altro che sopportare con tenacia le punizioni inflitte per tentare di sgretolare dall’interno il controllo che Elaida esercita sulla Torre Bianca e gli intrighi delle Sorelle. Intanto Rand al’Thor, il Drago Rinato, impegnato nei preparativi per una tregua con i Seanchan, deve vedersela con i Reietti che cercano in ogni modo di ostacolarlo. Mat e Tuon, al seguito della carovana di Valan Luca, sono diretti al confine del territorio controllato dai Seanchan; la giovane Figlia delle Nove Lune è sul punto di completare la formula di nozze, ma sta per essere raggiunta da un’inattesa e sconvolgente notizia da Ebou Dar. Allo stesso tempo Perrin, dopo l’inaspettata alleanza con i Seanchan, si reca a Malden per sconfiggere gli Shaido e liberare l’amata Faile, intenta a pianificare la fuga dalla prigionia. Questi e altri coinvolgenti avvenimenti si intrecciano a nuovi e imprevedibili eventi corali che annunciano come Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, sia ormai alle porte...
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«Alvistere» rispose la giovane donna, il cui accento confermò il suo aspetto. «Perché lo vuoi sapere? In modo da poter fare la spia con Silviana? Non ti servirà a niente. Tutte diranno di non aver visto nulla.»

«Davvero un peccato, Alvistere. Vuoi diventare Aes Sedai e abbandonare la capacità di mentire, eppure vuoi che altre mentano per te. Non ci vedi alcuna incongruenza?»

Il volto di Alvistere si imporporò. «Chi sei tu per farmi la predica?»

«Io sono l’Amyrlin Seat. Una prigioniera, ma comunque l’Amyrlin Seat.» I grandi occhi di Alvistere si sgranarono e un brusio di sussurri si diffuse per la stanza mentre Egwene proseguì verso la cucina. Non avevano creduto che avrebbe ancora rivendicato il titolo abbigliata in bianco e dormendo tra loro. Era meglio che si scordassero presto di quell’idea.

La cucina era una stanza grande e dal soffitto alto con un pavimento a mattonelle grigie dove gli spiedi da cottura nel lungo focolare di pietra erano immobili, ma i fornelli di ferro e i forni irradiavano abbastanza calore che lei avrebbe iniziato a sudare all’istante se non avesse saputo come ignorarlo. Aveva sgobbato in quella cucina abbastanza spesso ed era molto probabile che l’avrebbe fatto di nuovo. Sale da pranzo la circondavano da tre lati, per le Ammesse e le Aes Sedai così come per le novizie. Laras, la padrona delle cucine, stava ancheggiando in giro col volto sudato in un immacolato grembiule bianco con il quale si sarebbero potute fare tre abiti da novizia, agitando il suo lungo cucchiaio di legno come uno scettro mentre dirigeva i cuochi, i sottocuochi e gli sguatteri che sgambettavano per lei tanto veloci quanto si sarebbero mossi per qualunque regina. Forse più veloci. Era improbabile che una regina avrebbe colpito qualcuno col suo scettro per essersi mosso con troppa lentezza.

Una grande quantità di cibo pareva andare su vassoi, a volte d’argento lavorato, a volte di legno intagliato e forse dorato, che delle donne portavano via attraverso la porta per la sala da pranzo principale delle Sorelle. Non cameriere da cucina con la bianca fiamma di Tar Valon sul petto, ma donne solenni in abiti di lana dall’ottimo taglio con un occasionale tocco di ricamo, servitori personali di Sorelle che sarebbero salite su fino agli alloggi delle Ajah.

Ogni Aes Sedai poteva mangiare nelle proprie stanze se desiderava, anche se voleva dire incanalare per riscaldare di nuovo il cibo, eppure molte gradivano la compagnia durante i pasti. Perlomeno un tempo era stato così. Il flusso costante di donne che portavano fuori vassoi coperti di stoffa era una conferma che la Torre Bianca era costellata di fratture. Egwene avrebbe dovuto provare piacere per quello. Elaida si trovava su una piattaforma in procinto di crollare sotto di lei. Ma la Torre era la sua casa. Tutto quello che provava era tristezza. E anche rabbia nei confronti di Elaida. Si meritava di essere deposta semplicemente per quello che aveva fatto alla Torre da quando aveva ottenuto la stola e la staffa!

Laras le rivolse una lunga occhiata, tirando in dentro il mento fino ad averne un quarto, poi tornò a brandire il suo cucchiaio e a guardare sopra la spalla di un sottocuoco. Quella donna aveva aiutato Siuan e Leane a scappare, una volta, dunque la sua lealtà verso Elaida era debole. Avrebbe aiutato un’altra adesso? Di certo stava facendo ogni sforzo per evitare di guardare di nuovo in direzione di Egwene. Un altro sottocuoco che probabilmente non la distingueva da qualunque altra novizia, una donna sorridente che ancora stava lavorando sul suo secondo mento, le porse un vassoio di legno con una tazza di te fumante grossa e robusta e uno spesso piatto smaltalo di bianco con pane, olive e un formaggio bianco friabile, affinché lo riportasse con sé nel refettorio.

Calò di nuovo il silenzio e ancora una volta gli occhi si concentrarono su di lei. Ma certo. Sapevano che era stata convocata dalla Maestra delle novizie. Stavano aspettando di vedere se avrebbe mangiato stando in piedi. Lei voleva davvero accomodarsi piano sulla dura panca di legno, ma si costrinse a mettersi seduta in modo normale, il che rinfocolò le fiamme, ovviamente. Non forte quanto prima, ma abbastanza da farle cambiare posizione prima di potersi trattenere. Stranamente non provò alcun vero desiderio di fare smorfie o contorcersi. Di mettersi in piedi si, ma nient’altro. Il dolore era parte di lei. Lo accettò senza lottare. Cercò di accoglierlo, tuttavia questo sembrava ancora troppo per lei.

Strappò un pezzo di pane — c’erano larve nella farina anche qui, pareva — e lentamente le conversazioni nella stanza ripresero, piano poiché ci si aspettava che le novizie non facessero troppo rumore. Anche al suo tavolo si ricominciò a parlare, anche se nessuna fece alcun tentativo di includerla. Andava bene così. Non era lì per farsi amiche tra le novizie. Né per fare in modo che la vedessero come una di loro. No, il suo scopo era molto diverso.

Lasciando la sala con le novizie dopo aver riportato il suo vassoio in cucina, trovò un altro paio di Rosse ad aspettarla. Una era Katerine Alruddin, volpina nel suo abito grigio copiosamente sferzato di rosso, con una massa di capelli corvini che le ricadevano in onde fino in vita e lo scialle avvolto attorno ai gomiti.

«Bevi questo» disse Katerine in tono imperioso, protendendo una tazza di peltro in una mano esile.

«Tutto quanto, bada.» L’altra Rossa, scura e dal volto squadrato, si aggiustò lo scialle con impazienza e fece una smorfia. Sembrava che non le piacesse fungere da servitrice anche se solo all’apparenza. O forse era disprezzo per ciò che c’era in quella lazza.

Reprimendo un sospiro, Egwene bevve. Il debole infuso di radice biforcuta pareva alla vista e al gusto come acqua tinta di un debole marrone, con appena un accenno di menta. Quasi un ricordo di menta invece del gusto stesso. La sua prima tazza era stata appena dopo svegliata, con le Sorelle Rosse in servizio che non vedevano l’ora di farla finita con lo schermo e tornare alle loro faccende. Katerine aveva lasciato che l’ora si protraesse un poco, tuttavia perfino senza quella tazza Egwene dubitava che sarebbe stata in grado di incanalare con molta forza ancora per qualche tempo. Di certo non con abbastanza forza da avere qualche utilità.

«Non voglio arrivare in ritardo alla mia prima lezione» disse, porgendole di nuovo la tazza. Katerine la prese, anche se sembrò sorpresa nel rendersi conto di averlo fatto. Egwene procedette dietro le novizie prima che la Sorella potesse obiettare. O potesse ricordarsi di richiamarla per non averle rivolto una riverenza. Quella prima lezione, in un’aula disadorna e priva di finestre dove dieci novizie occupavano panche per trenta o più, fu il completo disastro che lei si era aspettata. Non un disastro per lei, però, a prescindere dall’esito. L’insegnante era Idrelle Menford, un’allampanata donna dagli occhi duri che era stata già Ammessa quando Egwene era giunta alla Torre per la prima volta. Indossava ancora l’abito bianco con le sette bande di colore all’orlo e ai polsi. Egwene si mise a sedere all’estremità di una panca, di nuovo senza considerazione per la sua sensibilità. Era diminuita, anche se non di molto. Assorbire il dolore.

In piedi su una piccola predella sul davanti della stanza, Idrelle guardò giù per il suo lungo naso con più di un barlume di soddisfazione nel vedere Egwene di nuovo in bianco. Quasi attenuò il suo cipiglio, una sua caratteristica fissa. «Voi tutte siete andate oltre al creare semplici sfere di fuoco,» disse alla classe «ma vediamo di cos’è capace la nostra nuova ragazza. Era solita darsi tante arie, sapete.» Diverse delle novizie ridacchiarono. «Crea una sfera di fuoco, Egwene. Avanti, bambina.» Una sfera di fuoco? Quella era una delle prime cose che le novizie imparavano. A cosa mirava? Aprendosi alla Fonte, Egwene abbracciò saidar e lasciò che si riversasse dentro di lei. La radice biforcuta lo permise solo a un rivoletto, un filamento, mentre lei era abituata a Torrenti, tuttavia era il Potere e, rivoletto o no, portò tutta la vita e la gioia di saidar, con tutta l’aumentata consapevolezza di sé e della stanza attorno a lei. La consapevolezza di sé implicava anche che il suo sedere in fiamme all’improvviso le parve nuovamente appena percosso con la pantofola, ma lei non si spostò. Inspirare il dolore. Poteva percepire il fievole aroma di sapone delle novizie appena lavate quella mattina, vedere una minuscola vena pulsare sulla fronte di Idrelle. Parte di lei voleva dare uno scapaccione all’orecchio della donna con un flusso di Aria, ma data la minima quantità di Potere a sua disposizione, Idrelle l’avrebbe percepito a malapena. Invece incanalò Fuoco e Aria per produrre una piccola sfera di fuoco verde che fluttuò nell’aria di fronte a lei. Era una cosa pallida e pietosa, in realtà trasparente.

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