La lama dei sogni
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #11
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La lama dei sogni». Краткое содержание книги:
Silviana la esaminò con uno sguardo di soddisfazione prima di rimettere la pantofola nello stretto armadietto di fronte allo specchio. «Penso di aver ottenuto la tua attenzione fin dall’inizio, altrimenti ci sarei andata più dura» disse in tono asciutto, dando una pacca alla crocchia dietro la sua testa.
«Dubito che ti rivedrò presto in ogni caso. Potrebbe farti piacere sapere che ho posto le domande che hai chiesto. Melare aveva già iniziato a farle. Quella donna è Leane Sharif, anche se solo la Luce sa come...» Lasciando morire la frase, scosse la testa, tiro di nuovo la sua sedia vicino allo scrittoio e si sedette. «Era molto in ansia per te, ancor più che per sé stessa. Puoi farle visita nel tuo tempo libero. Sempre che tu abbia del tempo libero. Darò disposizioni. E nelle celle aperte, e ora farai meglio a sbrigarti se vuoi mangiare qualcosa prima della tua prima lezione.»
«Grazie» disse Egwene e si voltò verso la porta.
Silviana sospirò pesantemente. «Niente riverenza, bambina?» Intingendo la sua penna nella boccetta di inchiostro su un supporto di argento, iniziò a scrivere nel registro delle punizioni con mano precisa e ordinata. «Ti vedrò a mezzogiorno. Pare che mangerai entrambi i tuoi primi pasti nella legittimità della Torre.»
Egwene avrebbe potuto lasciar perdere lì, ma durante la notte, mentre aspettava che le Adunanti si riunissero nel Consiglio nel Tel’aran’rhiod, aveva deciso la linea sottile che doveva percorrere. Intendeva combattere, tuttavia doveva farlo mentre appariva cooperare. Fino a un certo punto, almeno. Entro i limiti che si era imposta. Rifiutare ogni ordine l’avrebbe semplicemente fatta apparire ostinata — e forse l’avrebbe fatta confinare in una cella, dove sarebbe stata inutile — ma c’erano alcuni comandi a cui non doveva obbedire se voleva mantenere un briciolo di dignità. E doveva farlo. Più di un semplice briciolo. Non poteva permettere loro di negare chi era, per quanto insistessero con forza. «L’Amyrlin Seat non fa riverenze a nessuno» disse con calma, sapendo molto bene quale reazione avrebbe ottenuto.
Il volto di Silviana si indurì e lei riprese in mano la sua penna. «Ti vedrò anche all’ora di cena. Ti suggerisco di andartene senza parlare ulteriormente, a meno che non desideri finire a trascorrere l’intera giornata sul mio ginocchio.»
Egwene se ne andò senza parlare. E senza rivolgerle una riverenza. Una linea sottile, come un filo di ferro sospeso sopra un abisso profondo. Ma lei doveva percorrerla.
Con sua sorpresa, Alviarin stava camminando avanti e indietro nel corridoio lì fuori, avvolta nel suo scialle frangiato di bianco e tenendosi stretta, fissando qualcosa di invisibile in lontananza. Egwene sapeva che la donna non era più la Custode degli Annali di Elaida, anche se non perché fosse stata rimossa così all’improvviso. Spiare nel Tel’aran’rhiod forniva solo occhiale e brandelli; era un riflesso incerto del mondo della veglia in così tanti aspetti. Alviarin doveva averla sentila urlare, ma stranamente Egwene non provava alcuna vergogna. Stava combattendo una battaglia peculiare, e in battaglia si subivano ferite. La Bianca di norma gelida non appariva così fredda quel giorno. Invece pareva piuttosto agitata, con le labbra socchiuse e gli occhi ardenti. Egwene non le rivolse alcuna riverenza, tuttavia Alviarin si limitò a scoccarle un’occhiataccia malevola prima di entrare nello studio di Silviana. Una linea sottile.
Poco più in giù lungo il corridoio, un paio di Rosse se ne stavano lì a osservare, una coi volto tondo, l’altra snella, entrambe dagli occhi freddi, con scialli drappeggiati lungo le braccia in modo che la lunga frangia rossa fosse bene in mostra. Non le stesse due che erano state lì quando si era svegliata, ma non si trovavano lì per caso. Non erano precisamente guardie, d’altro canto non erano precisamente non guardie. Egwene non rivolse riverenze nemmeno a loro. Quelle la osservarono senza espressione.
Prima che avesse percorso più di mezza dozzina di passi lungo le piastrelle rosse e verdi del pavimento, udì l’urlo di dolore di una donna levarsi dietro di lei, a malapena attutito dalla pesante porta dello studio di Silviana. Dunque Alviarin stava subendo una punizione, e non stava reagendo bene se gridava con quanto fiato aveva in corpo così presto. Ameno che anche lei non stesse cercando di abbracciare il dolore, cosa che pareva improbabile. Egwene desiderò poter sapere perché Alviarin stava subendo quella punizione, sempre che si trattasse di una penitenza imposta. Un generale aveva esploratori e spie a informarlo dei suoi nemici. Lei aveva solo i propri occhi e le proprie orecchie, assieme a quel poco che poteva apprendere nel Mondo Invisibile. Qualunque frammento di conoscenza poteva rivelarsi utile, però, perciò doveva scavare ovunque possibile. Colazione o no, tornò alla sua minuscola cella negli alloggi delle novizie per lavarsi la faccia con acqua fredda al lavabo e pettinarsi i capelli. Quel pettine, che era stato nel suo borsello alla cintura, era fra i pochi effetti personali che aveva mantenuto. Nel corso della notte i vestiti che aveva indossato quando era stata catturata erano scomparsi, rimpiazzati da vesti bianche da novizia, ma gli abiti e le camicette che pendevano dai pioli sulla parete bianca erano davvero i suoi. Riposti quando era stata elevata ad Ammessa, portavano ancora cucile sugli orli delle piccole targhette col suo nome. La Torre non si dava mai agli sprechi. Non si poteva mai sapere quando a una nuova ragazza sarebbero andati bene dei vestili vecchi. Ma non avere nulla da indossare eccetto il bianco da novizia non la rendeva una novizia, qualunque cosa credessero Elaida e le altre.
Non uscì finché non fu sicura che sul suo volto non comparisse più il rossore e sembrasse ricomposta. Quando avevi poche armi, l’aspetto poteva essere una di queste. Le stesse due Rosse stavano attendendo sul ballatoio con ringhiera per pedinarla.
La sala da pranzo dove mangiavano le novizie si trovava al livello inferiore della Torre, da un lato della cucina principale. Era una camera ampia con le pareti bianche, disadorna anche se le piastrelle del pavimento mostravano tutti i colori delle Ajah, e piena di tavoli, ciascuno dei quali poteva ospitare dalle sei alle otto donne su piccole panche. Cento o più donne biancovestite erano sedute a quei tavoli, chiacchierando sopra la loro colazione. Elaida doveva essere molto orgogliosa del loro numero. Nella Torre non c’erano così tante novizie da anni. Senza dubbio perfino notizie della frattura all’interno della Torre erano state sufficienti a inculcare in alcune teste il pensiero di andare a Tar Valon. Egwene non era impressionata. Quelle donne occupavano a malapena metà del refettorio, e c’era un’altra stanza simile al piano di sopra, ormai chiusa da secoli. Una volta che lei avesse ottenuto la Torre, quella seconda cucina sarebbe stata riaperta e le novizie avrebbero comunque dovuto fare i turni per venire a mangiare, qualcosa che non si era mai visto fin da prima delle Guerre Trolloc.
Nicola si accorse di lei non appena entrò — pareva che la donna si stesse guardando attorno per cercarla — e diede di gomito alle novizie da entrambi i lati. Il silenzio scivolò per i tavoli come un’onda e ogni testa si voltò quando Egwene procedette lungo il passaggio centrale. Non guardò né a destra né a sinistra.
A metà strada per la porta della cucina, una novizia bassa e magra con lunghi capelli scuri all’improvviso mise fuori un piede e la fece inciampare. Riacquistando l’equilibrio poco prima di finire faccia a terra, Egwene si voltò con sguardo freddo. Un’altra schermaglia. La giovane donna aveva l’aspetto pallido dì una cairhienese. Da così vicino, Egwene poteva essere sicura che sarebbe stata sottoposta alla prova per il rango di Ammessa a meno che non avesse altri difetti. Ma la Torre era molto capace nello sradicare certe cose. «Come ti chiami?» domandò.