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La corona di spade

Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:

La corona di spade
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«Tra un attimo» rispose Suroth, sorridendo a Thera nella sua posizione. Morgase stava evitando di guardare. «Abbiamo tutti delle scelte da fare, come ho detto prima. Il vecchio re di Tarabon ha deciso di ribellarsi e quindi di morire. La vecchia Panarca è stata presa, ma ha rifiutato di prestare il giuramento. Ognuno di noi ha una posizione, a meno che non venga promosso dall’imperatrice, ma quelli che rifiutano di accettare il loro posto possono anche essere degradati, fino al rango più basso. Thera ha una certa grazia. Stranamente Alwhin mostra del talento nell’insegnamento, per cui mi aspetto che prima che passi molto tempo Thera imparerà a eseguire le varie posizioni con grazia.» Suroth si voltò verso Morgase, che vide gli occhi luccicanti.

Uno sguardo molto intenso, ma perché? Qualcosa che aveva a che fare con la ballerina? Il suo nome menzionato tanto spesso, come se cercasse di sottolineare qualcosa, ma cosa? Morgase voltò il capo di scatto e fissò la donna in punta di piedi che volteggiava lentamente con le mani giunte e le braccia distese al massimo. «Non ci credo» esclamò. «Non ci credo!»

«Thera,» disse Suroth «come ti chiamavi prima di diventare una mia proprietà? Che titolo avevi?»

Thera, si immobilizzò in quella posizione, tremando, e lanciò uno sguardo che era per metà di panico e per metà di paura ad Alwhin, poi guardò Suroth con occhi pieni del più puro terrore. «Thera si chiamava Amathera, con il permesso della somma signora.»

La tazza cadde dalle mani di Morgase ed esplose in mille pezzi quando raggiunse il pavimento, facendo schizzare il kaf nero ovunque. Doveva essere una bugia. Non aveva mai incontrato Amathera, ma una volta aveva sentito la sua descrizione. No. Molte donne di quell’età potevano avere grandi occhi scuri e la bocca capricciosa. Pura non era mai stata Aes Sedai e questa donna...

«Posizione!» scattò Alwhin, e Thera proseguì senza guardare Suroth o gli altri. Chiunque fosse, chiaramente il suo pensiero principale era un forte desiderio di non commettere alcun errore. Morgase si dovette sforzare per non vomitare.

Suroth le si avvicinò molto, con il viso freddo come l’inverno. «Tutti si trovano davanti a delle scelte» disse con calma. La sua voce avrebbe potuto incidere l’acciaio. «Alcuni dei miei prigionieri dicono che tu hai trascorso un periodo nella Torre Bianca. Secondo la legge nessuna marath’damane può sfuggire al guinzaglio, ma io ti concedo questo dono: tu, che hai pronunciato il mio nome e mi hai dato della bugiarda, non andrai incontro a quel fato.» L’enfasi della frase rese molto chiaro che la concessione non riguardava altri tipi di fato. Quel sorriso che non le raggiungeva mai gli occhi fece ritorno. «Spero che sceglierai di prestare il giuramento, Morgase, e governerai Andor nel nome dell’imperatrice, possa vivere per sempre.» Per la prima volta Morgase fu assolutamente certa che la donna aveva mentito. «Ti parlerò di nuovo domani, o forse dopodomani, se avrò tempo.»

Dopo essersi voltata, Suroth passò accanto alla ballerina solitaria per dirigersi verso la sedia. Mentre si accomodava, sistemandosi con grazia la gonna, Alwhin gridò un nuovo ordine. Non sembrava avere nessun altro modo di esprimersi. «Tutti! La posizione del cigno!» I giovani, uomini e donne, inginocchiati contro la parete balzarono in avanti per unirsi a Thera, eseguendo gli stessi movimenti in una fila ordinata proprio davanti alla sedia di Suroth. Solo il lopar era ancora concentrato sulla presenza di Morgase, alla quale non sembrava di essere mai stata congedata in maniera tanto chiara in vita sua. Se ne andò raccogliendo la propria dignità insieme alla gonna.

Naturalmente non fece molta strada da sola. I soldati con l’armatura rossa e nera l’aspettavano nell’anticamera immobili come statue, con le lance dai tasselli rossi e neri, i volti impassibili sotto gli elmi laccati, gli occhi duri che parevano fissarla da dietro le mandibole di un insetto mostruoso. Uno di loro, non molto più alto di lei, l’affiancò senza dire una parola e la scortò di nuovo alle sue stanze, dove due uomini di Tarabon armati di spada montavano di guardia vicino alla porta; avevano armature d’acciaio, ma sempre con le strisce orizzontali dipinte sul petto. Fecero un profondo inchino, con le mani sulle ginocchia, e Morgase pensò che fosse per lei fino a quando la sua scorta parlò per la prima volta.

«Onore raggiunto» disse l’uomo con voce rauca e asciutta, e i Tarabonesi si addrizzarono, senza mai guardarla. Poi il soldato che l’aveva scortata disse: «Fatele la guardia per bene. Non ha prestato giuramento.» Gli occhi scuri scattarono verso di lei da sopra i veli d’acciaio, ma gli inchini di consenso furono per il Seanchan.

Morgase cercò di non entrare di corsa, ma una volta che la porta si chiuse alle sue spalle si appoggiò contro di essa provando a mettere ordine tra i propri pensieri. Seanchan e damane, imperatrice, giuramenti e la gente che diventava una proprietà. Lini e Breane erano in piedi in mezzo alla stanza e la guardavano.

«Che cosa hai scoperto?» chiese Lini paziente, con lo stesso tono con cui un, tempo interrogava la bambina Morgase sui libri che leggeva.

«Incubi e follia» rispose lei. A un tratto si raddrizzò guardandosi intorno con ansia. «Dov’è... Dove sono gli uomini?»

Breane rispose alla domanda che Morgase non aveva fatto usando un tono derisorio. «Tallanvor è andato a vedere cosa riusciva a scoprire.» Con le mani sui fianchi e il volto mortalmente serio, aggiunse: «Lamgwin lo ha accompagnato, e anche mastro Gill. Tu cos’hai scoperto? Chi sono questi... Seanchan?» Breane pronunciò quel nome goffamente, aggrottando le sopracciglia. «Questo l’abbiamo sentito anche noi.» Fece finta di non notare lo sguardo tagliente di Lini. «Che cosa facciamo adesso?»

Morgase passò fra le due donne per andare a una delle finestre. Non era stretta come quelle della sala delle udienze e si affacciava sul lastricato del cortile, sette metri più giù. Alcuni uomini a capo nudo e malconci, alcuni con delle bende insanguinate, camminavano stancamente nel cortile in una disordinata colonna sotto lo sguardo attento dei Tarabonesi con la lancia. Alcuni Seanchan si trovavano sulla torre attigua e guardavano in lontananza, fra le merlature. Uno di loro aveva l’elmo decorato con tre piume sottili. Alla finestra dall’altro lato del cortile apparve una donna, aveva il tassello rosso con il fulmine ricamato sul petto e guardava torva i Manti Bianchi prigionieri. Gli uomini parevano sorpresi, incapaci di credere a quanto era accaduto.

Che cosa dovevano fare? Una decisone che Morgase temeva. Negli ultimi mesi tutte quelle che aveva preso, si trattasse anche solo della frutta da mangiare a colazione, erano finite in un disastro. Suroth le aveva proposto una scelta. Aiutare questi Seanchan a prendere Andor o... un ultimo servigio che poteva rendere al suo regno. La coda della colonna entrò nel suo campo visivo seguita da altri tarabonesi, ai quali si unirono i loro connazionali. Un volo di sette metri e Suroth avrebbe perso la sua leva. Forse era una soluzione da vigliacchi, ma lei sapeva già di esserlo. Eppure la regina di Andor non poteva morire a quel modo.

Sottovoce, pronunciò le parole irrevocabili che erano state usate solo due volte in duemila anni di storia di Andor. «Testimone la Luce, rinuncio a essere la somma signora della casata Trakand e cedo il titolo a Elayne Trakand. Testimone la Luce, rinuncio alla corona di rose e cedo il trono del Leone a Elayne Trakand, somma signora della casata Trakand. Testimone la Luce, mi rimetto alla volontà di Elayne di Andor, come sua suddita obbediente.» Niente di tutto ciò rendeva Elayne regina, ma le facilitava il cammino.

«Che cos’hai da sorridere?» chiese Lini.

Morgase si voltò lentamente. «Pensavo a Elayne.» Non credeva che la sua vecchia nutrice fosse abbastanza vicina da aver sentito quelle parole che non avevano bisogno di testimoni.

Lini sgranò gli occhi e rimase senza fiato. «Vieni via da quella finestra adesso!» disse bruscamente, facendo seguire le azioni alle parole. L’afferrò per un braccio e la tirò indietro.

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