La corona di spade
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #7
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:
Gente di Tarabon. Aveva già visto i soldati di quelle terre per molti anni, e questi erano di sicuro Tarabonesi, anche se avevano i pettorali con le strisce. Eppure non aveva senso. Tarabon era la rappresentazione in terra del caos, guerre civili su cento fronti fra pretendenti al trono e Fautori del Drago. Tarabon non avrebbe mai potuto attaccare Amador, a meno che, cosa assurda, un pretendente non avesse vinto su tutti gli altri e sconfitto i Fautori del Drago e... Era impossibile, e non spiegava la presenza degli altri soldati con le strane armature, o di quelle creature alate o...
Morgase sapeva di aver già visto cose strane in vita sua. Pensava anche di aver sperimentato il massimo della nausea. Poi lei e la sua scorta svoltarono un altro angolo e si imbatterono in due donne.
Una era snella, bassa come tutti i Cairhienesi e scura di carnagione più dei Tarenesi, con un abito blu che le arrivava sopra le caviglie, fulmini d’argento cuciti su dei riquadri rossi sul seno e sui lati dell’ampia gonna divisa. L’altra donna, con un abito semplice corto, grigio scuro, più alta della maggior parte degli uomini, con dei capelli biondo oro lunghi fino alle spalle che erano stati spazzolati fino a brillare e spaventosi occhi verdi. Un guinzaglio d’argento collegava le due donne, unendo il bracciale al polso di quella più bassa al collare intorno alla gola dell’altra.
Le due donne si fecero da parte per lasciar passare la scorta di Morgase, e quando l’uomo con il naso aquilino mormorò ‘Der’sul’dam’ — o qualcosa del genere, l’accento strascicato rendeva difficile capirlo — con il tono di voce di chi si rivolge a un suo pari, la donna scura si piegò leggermente, diede uno strattone al guinzaglio e la bionda si gettò a terra con la testa sulle ginocchia e i palmi delle mani sul pavimento. Quando i soldati cominciarono a oltrepassarle, la donna scura si piegò per carezzare il capo dell’altra con affetto, come si sarebbe fatto con un cane e, peggio ancora, quella in ginocchio la guardò compiaciuta e grata.
Morgase fece uno sforzo per continuare a camminare, per evitare che le cedessero le ginocchia o le si svuotasse lo stomaco. Quella servilità sarebbe stato un motivo sufficiente per crollare, ma era anche certa che la donna carezzata sulla testa poteva incanalare. Impossibile! Morgase camminava in un uno stato di stordimento, chiedendosi se fosse tutto un sogno o un incubo. Pregando che lo fosse. Si accorse a malapena che si erano fermati davanti ad altri soldati, questi con l’armatura rossa e nera, poi...
La camera delle udienze di Pedron Niall — adesso di Valda, o meglio, di chiunque aveva preso la Fortezza — era cambiata. Il grande sole d’oro era rimasto incastonato nel pavimento, ma tutte le bandiere di Niall che Valda aveva tenuto come se fossero sue erano sparite, insieme ai mobili, tranne la sedia con lo schienale alto di Niall e poi di Valda, ora fiancheggiata da due alti paraventi con dei dipinti sinistri. Uno mostrava un uccello da preda con la cresta nera e un becco crudele, le ali con le punte bianche erano dispiegate, sull’altro c’era un grosso gatto giallo con delle macchie nere che teneva una zampa sulla carcassa di una creatura più piccola simile a un cervo, con lunghe corna dritte e strisce bianche sul corpo.
Nella stanza erano presenti diverse persone, ma Morgase non poté notare altro prima che una donna dal volto angoloso con una vestaglia blu si facesse avanti. Un lato del cranio era rasato e i capelli castani dall’altro lato erano acconciati in una treccia che la donna teneva appoggiata sulla spalla destra. I suoi occhi azzurri non avrebbero stonato sul volto del rapace o su quello del grosso gatto dei paraventi. «Ti trovi in presenza della somma signora Suroth, che guida Coloro che Precedono e assiste il Giorno del Ritorno» annunciò la donna, sempre con quella strana parlata.
Senza alcun preavviso, l’uomo con il naso aquilino afferrò Morgase per il collo e la spinse a terra, poi si prostrò a sua volta. Stordita, e non solo perché con quel gesto l’uomo le aveva tolto il fiato, Morgase lo guardò baciare il pavimento.
«Lasciala, Elbar» disse furiosa un’altra donna. «La regina di Andor non deve essere trattata in questo modo.»
L’uomo, Elbar, si sollevò sulle ginocchia ma rimase con il capo chino. «Io mi umilio, somma signora. Imploro perdono.» La sua voce era fredda e atona, per quanto lo consentiva il suo strano accento.
«Non c’è perdono per simili gesti, Elbar.»
Morgase alzò la testa. La vista di quella che doveva essere Suroth la colse alla sprovvista. Le tempie della donna erano entrambe rasate, lasciando in vista solo una cresta nera con una coda che scendeva lungo la schiena. «Forse dopo che sarai punito. Vai subito a rapporto. Ora vai via! Vai!» L’ampio gesto col quale congedò l’uomo mostrò unghie lunghe almeno due centimetri e mezzo, le prime due di ogni mano laccate blu.
Elbar, sempre in ginocchio, le fece l’inchino, poi si alzò con discrezione arretrando verso la porta. Fu la prima volta che Morgase si accorse che nessun soldato li aveva seguiti all’interno della stanza. L’uomo le rivolse un ultimo sguardo prima di svanire e, invece di mostrare risentimento per la donna che era stata la causa della sua punizione lui... la contemplò. Non vi sarebbe stata alcuna punizione. Tutto quello scambio era stato programmato in anticipo.
Suroth si diresse verso Morgase, tenendo aperta con cura la vestaglia per mostrare le gonne, candide come la neve, con centinaia di piccole pieghe. La vestaglia era tutta un ricamo di viticci e fiori gialli e rossi. Morgase notò che la donna aveva aspettato che lei si rimettesse in piedi prima di raggiungerla.
«Ti sei fatta male?» chiese Suroth. «Se è così, la sua punizione verrà raddoppiata.»
Morgase si spazzolò il vestito per non dover guardare il sorriso falso che non toccava mai gli occhi di quella donna, e ne approfittò per osservare la stanza. Quattro uomini e quattro donne erano inginocchiati lungo la parete, tutti giovani e assai belli, tutti con... Morgase distolse lo sguardo. Quelle lunghe vestaglie bianche erano quasi trasparenti! Dai lati opposti dei paraventi erano inginocchiate altre due coppie di donne, una delle due indossava l’abito grigio e l’altra quello blu ricamato con i fulmini, ed erano collegate dal guinzaglio d’argento che andava dal polso di una al collo dell’altra. Morgase non era abbastanza vicina da esserne sicura, ma aveva la certezza che quelle in abito grigio potessero incanalare. «Sto bene, graz...» Una grande forma marrone era distesa per terra — forse un mucchio di pelli di mucca. Poi la cosa si mosse. «Che cos’è?» Morgase riuscì a non rimanere a bocca aperta, ma non poté trattenersi dal fare quella domanda.
«Ammiri il mo lopar?» Suroth si allontanò molto più velocemente di come si era avvicinata. Quella sagoma enorme alzò la grossa testa rotonda per farsi carezzare sotto il mento. A Morgase la creatura ricordava un orso, anche se sembrava molto più grande del più grosso orso di cui le avessero mai parlato. Le zampe non erano pelose, aveva un grosso muso e lunghi solchi intorno agli occhi. «Almandaragal mi è stato dato quando era un cucciolo, per il mio primo giorno del vero nome. Ha sventato il primo tentativo di assassinarmi quello stesso anno, quando era ancora piccolo.» L’affetto nella voce della donna era sincero. Le labbra del... lopar si ritirarono per mostrare dei denti molto affilati mentre la donna lo carezzava. Le zampe anteriori erano piegate, estraeva e ritirava le unghie delle lunghe dita, sei per ogni zampa. Poi iniziò a fare le fusa, un rombo basso che ricordava cento gatti tutti insieme.