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La corona di spade

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La corona di spade
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«Mio signore, se si tratta di Aes Sedai...» Mastro Gill s’interruppe.

Le mani di Tallanvor la lasciarono andare e Morgase borbottò sottovoce, rimpiangendo di non avere una spada. Pedron Niall le aveva permesso di tenerla; Eamon Valda non era altrettanto fiducioso.

Per un istante Morgase fu travolta dallo scontento. Se solo Tallanvor avesse insistito, se l’avesse trascinata... Ma cosa le stava succedendo? Se quell’uomo avesse provato a trascinarla ovunque, per qualsiasi motivo, l’avrebbe fatto scuoiare vivo. Doveva recuperare il controllo di sé. Valda aveva intaccato la sua sicurezza — no, l’aveva fatta a pezzi con grande noncuranza — ma lei doveva rimanere aggrappata a quei frammenti e rimetterli tutti insieme. In qualche modo. Se ne valeva ancora la pena.

«Posso almeno scoprire cosa sta succedendo» gridò Tallanvor avviandosi verso la porta a grandi passi. «Se non si tratta delle tue Aes Sedai...»

«No! Tu rimani qui. Per favore.» Morgase era molto contenta che fosse buio nella stanza; l’oscurità nascondeva il color porpora del suo viso. Si sarebbe morsa la lingua prima di dire quelle ultime due parole, ma le erano scappate prima che se ne potesse accorgere. Proseguì con un tono di voce fermo: «Rimarrai qui, a vegliare sulla tua regina com’è tuo dovere.»

Nella luce fioca, Morgase vide il volto di Tallanvor, e l’inchino che lui le fece sembrò appropriato, ma avrebbe scommesso fino all’ultimo centesimo che l’uomo era furioso. «Rimarrò nell’anticamera.» Be’, non c’era dubbio sulla voce, ma per una volta Morgase non si diede pensiero di quanto Tallanvor fosse arrabbiato e quanto poco lo nascondesse. Con ogni probabilità avrebbe potuto uccidere quell’uomo terribile con le proprie mani, ma non sarebbe morto quel giorno, abbattuto da soldati che non sapevano da che parte stava.

Ormai non c’era alcuna speranza di dormire. Senza accendere le luci si lavò il viso e i denti. Breane e Lini l’aiutarono a vestirsi, seta blu striata di verde, con delle cascate di merletto candido ai polsi e sotto il mento. Perfetto per ricevere le Aes Sedai. Saidar infuriava nella notte. Dovevano essere Aes Sedai. Di chi altro poteva trattarsi?

Quando Morgase raggiunse gli uomini nell’anticamera, li trovò seduti al buio con la sola luce della luna che penetrava dalla finestra e gli sporadici lampi dell’Unico Potere. Anche una candela poteva attirare attenzioni indesiderate. Lamgwin e mastro Gill balzarono in piedi rispettosi. Tallanvor si alzò più lentamente e lei non ebbe bisogno di luce per sapere che la stava guardando con un cipiglio indispettito. Furiosa per essere costretta a ignorarlo — lei era la regina! — e appena in grado di non farlo trapelare dalla voce, ordinò a Lamgwin di prendere le altre sedie che si trovavano vicino alle finestre. Almeno lì regnava il silenzio. Fuori si sentivano schianti portentosi e grandi boati, con il risuonare di corni e le grida degli uomini, e in tutto questo Morgase sentiva ondate di saidar andare avanti e indietro.

Lentamente, dopo almeno un’ora, la battaglia andò placandosi fino a cessare. Le voci ancora gridavano ordini incomprensibili, i feriti urlavano e di tanto in tanto si sentivano ancora quegli strani corni bassi, ma non più il clangore dell’acciaio. Saidar era svanito; era sicura che alcune donne erano ancora in contatto con la Fonte e si trovavano dentro la Fortezza, ma non le sembrava che qualcuna stesse incanalando. C’era quasi quiete, dopo il clamore e l’agitazione.

Tallanvor si mosse, ma lei gli fece cenno di tornare al suo posto prima ancora che potesse alzarsi. Per un momento Morgase pensò che non le avrebbe obbedito. La notte stava morendo e la luce del sole cominciava a filtrare dalle finestre, risplendendo sul volto torvo di Tallanvor. Morgase aveva ancora le mani in grembo. La pazienza era una delle virtù che quel giovane uomo aveva bisogno di imparare. Il sole salì ancora di più. Lini e Breane cominciarono a sussurrare con un tono che diventava sempre più preoccupato, lanciando occhiate nella sua direzione. Tallanvor era sempre di pessimo umore, gli occhi scuri infiammati, seduto rigido con la giubba blu scuro che gli stava tanto bene. Mastro Gill era irrequieto, si passava prima una mano e poi l’altra sulla testa quasi calva, tamponandosi le guance con un fazzoletto. Lamgwin era scomposto sulla sua sedia, aveva gli occhi pesanti e sembrava mezzo addormentato, ma quando lanciò un’occhiata a Breane gli apparve un sorriso sul volto sfregiato dal naso rotto. Morgase si era concentrata sulla propria respirazione, qualcosa di simile agli esercizi che faceva alla Torre. Pazienza. Se qualcuno non fosse arrivato presto, avrebbe protestato duramente. Aes Sedai o meno!

Pur non volendo, sobbalzò quando bussarono forte alla porta. Prima che potesse dire a Breane di andare a vedere chi fosse, la porta si spalancò sbattendo contro il muro. Morgase rimase a fissare i nuovi arrivati.

Un uomo alto con il naso aquilino la guardò con freddezza. La lunga elsa della spada gli spuntava da dietro una spalla. Indossava una strana armatura, placche laccate e sovrapposte che risplendevano di nero e oro, e in mano aveva un elmo che ricordava la testa di un insetto, nero, oro e verde, con tre piume verdi lunghe e sottili. Altri due uomini con la stessa armatura lo seguirono da presso, con l’elmo in testa, anche se senza piume. Le loro armature parevano dipinte piuttosto che laccate e impugnavano delle balestre cariche. Altri stavano in piedi nel corridoio esterno, e avevano delle lance con dei tasselli color oro e nero.

Tallanvor, Lamgwin e anche il grosso mastro Gill si alzarono in piedi, piazzandosi fra Morgase e gli strani visitatori. Lei dovette spingerli per farsi largo.

Gli occhi dell’uomo con il naso aquilino si diressero subito su di lei prima che Morgase potesse chiedere delle spiegazioni. «Tu sei la regina di Andor?» La voce era aspra e distorceva tanto le parole che Morgase capì a stento la domanda. L’uomo parlò senza darle il tempo di rispondere. «Verrai con me. Da sola» aggiunse rivolgendosi a Tallanvor, Lamgwin e mastro Gill, che avevano fatto un passo avanti. I balestrieri mostrarono le loro armi; i dardi parevano fatti apposta per bucare le armature.

«Non ho obiezioni a lasciare il mio personale qui fino al mio ritorno» disse Morgase con una calma che non provava affatto. Chi erano quelle persone? Lei conosceva gli accenti di ogni nazione, e anche le diverse armature. «Sono sicura che provvederete a proteggermi molto bene, capitano...»

L’uomo non si presentò e le fece un cenno brusco ordinandole di seguirlo. Con sommo sollievo di Morgase, Tallanvor non oppose alcuna resistenza, ma si limitò a uno sguardo accalorato. Con somma indignazione di Morgase, Lamgwin e mastro Gill guardarono lui prima di farsi indietro.

Una volta nel corridoio, i soldati si disposero intorno a lei, e l’uomo con il naso aquilino e i due balestrieri si misero a capo della scorta. Morgase di disse che era una guardia d’onore. Andarsene in giro senza protezioni subito dopo una battaglia sarebbe stato più che stupido. Potevano esserci dei superstiti che avrebbero potuto prendere qualcuno in ostaggio o uccidere chiunque li avesse visti. Morgase avrebbe voluto credere ai suoi stessi pensieri.

Cercò di interrogare l’ufficiale, ma quello non disse mai una parola e non rallentò il passo né so voltò, e lei alla fine smise di provare. Nessuno dei soldati la guardava, erano uomini dall’espressione dura, simili ai soldati del suo esercito, uomini che avevano già visto altre battaglie, più di una volta. Ma chi erano? Gli stivali di quei soldati colpivano le mattonelle all’unisono, un tamburo minaccioso enfatizzato dalla sobrietà dei corridoi della Fortezza. Non c’era molto colore, nulla di bello a parte alcuni arazzi che mostravano Manti Bianchi impegnati in battaglie sanguinose.

Morgase si accorse che la stavano conducendo agli alloggi del lord capitano Comandante e fu assalita dalla nausea. Si era quasi gradevolmente abituata a quel percorso quando c’era Pedron Niall; aveva iniziato a temerlo nei pochi giorni che avevano seguito la sua morte... ma quando svoltarono l’angolo Morgase si ritrovò davanti a una ventina di arcieri che marciavano dietro al loro comandante, uomini con i pantaloni a sbuffo e i pettorali di pelle dipinti con delle strisce orizzontali blu e nere. Ognuno di loro indossava un elmo conico, il volto era coperto da una sottile maglia d’acciaio che arrivava fin sotto agli occhi. Qua e là, da sotto quei veli di metallo spuntavano lunghi baffi. Il capitano degli arcieri si inchinò a quello che guidava la scorta di Morgase, che si limitò a sollevare una mano in risposta.

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