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La corona di spade

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La corona di spade
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L’uomo infilò una mano nella scollatura della propria camicia e la lingua di Moghedien rimase attaccata al palato. Fissò gli occhi sulla gabbietta d’oro e cristallo rosso sangue appesa a una cordicella che l’uomo aveva estratto. Per un momento le sembrò che ne avesse immediatamente nascosta una identica, ma aveva occhi solo per la propria. Era davvero la sua. L’uomo la sfiorò con il pollice e lei sentì quella carezza sfiorarle la mente e l’anima. Spezzare una trappola mentale non richiedeva molta più pressione di quella che Moridin stava esercitando in quel momento. Moghedien avrebbe potuto trovarsi dall’altro lato del mondo e la cosa non avrebbe fatto alcuna differenza. Sarebbe stata separata dalla sua stessa essenza. Avrebbe ancora visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie, assaporato ciò che mangiava e percepito ciò che toccava, ma sarebbe stata inerme come un automa, obbedendo a chiunque avesse il cour’souvra. Che vi fosse o meno un sistema per liberarsene, una trappola mentale era esattamente ciò che il nome implicava. Moghedien sentì il sangue defluirle dal viso.

«Adesso capisci?» disse l’uomo. «Servi ancora il Sommo Signore, ma adesso lo servi facendo quello che dico io.»

«Capisco, Mia’cova» rispose Moghedien senza riflettere.

L’uomo rise di nuovo, un suono profondo e ricco che la derise mentre riponeva la trappola mentale dentro la camicia. «Non c’è bisogno che mi chiami a quel modo, adesso hai avuto la tua lezione. Io ti chiamerò Moghedien e tu mi chiamerai Moridin. Sei ancora una dei Prescelti. Chi potrebbe rimpiazzarti?»

«Certo, naturalmente, Moridin» rispose lei atona. Qualsiasi cosa dicesse quell’uomo, Moghedien sapeva di appartenergli.

26

Parole irrevocabili

Morgase era distesa ma sveglia e fissava il soffitto nell’oscurità mitigata solo dalla luce lunare, e cercava di pensare a sua figlia. Come coperta aveva solo un lenzuolo di lino ma, nonostante il caldo, indossava una pesante camicia da notte, chiusa fino al collo. Non le importava di sudare; indipendentemente da quanti bagni facesse, o da quanto fosse calda l’acqua, non si sentiva mai pulita. Elayne doveva trovarsi al sicuro nella Torre Bianca. Talvolta le sembrava che fossero passati anni da quando si era fidata di un’Aes Sedai, eppure, per quanto fosse paradossale, la Torre era di certo il posto più sicuro per Elayne. Cercò di pensare a Gawyn, che doveva trovarsi a Tar Valon con sua sorella, orgoglioso di lei e impaziente di essere il suo scudo ogni volta che lei ne aveva bisogno, e a Galad — perché non lasciavano che lo vedesse? Lo amava come se lo avesse partorito lei, e quel ragazzo ne aveva più bisogno degli altri due. Stava cercando di pensare a loro. Era difficile pensare a qualsiasi altra cosa, solo che... Gli occhi grandi fissavano il soffitto, pieni di lacrime.

Aveva sempre creduto di essere abbastanza coraggiosa da poter fare qualsiasi cosa per affrontare qualunque situazione. Aveva sempre creduto che poteva riprendersi e continuare a lottare. Durante un’ora infinita che le aveva lasciato solo pochi lividi che stavano già scomparendo, Rhadam Asunawa aveva iniziato a insegnarle qualcosa di diverso. Eamon Valda aveva completato la sua educazione con una sola domanda. E le ferite che la sua risposta le aveva lasciato nel cuore non erano scomparse. Avrebbe dovuto tornare da Asunawa di persona e dirgli di fare del suo peggio. Avrebbe dovuto... Pregò che Elayne fosse salva. Forse non era giusto concentrarsi più su Elayne che su Galad o Gawyn, ma lei sarebbe stata la prossima regina di Andor. La Torre non si sarebbe lasciata sfuggire la possibilità di mettere un’Aes Sedai sul trono del Leone. Se solo avesse potuto vedere Elayne, vedere tutti i suoi figli ancora una volta.

Sentì un fruscio nella camera da letto e trattenne il fiato, cercando di non tremare. La fioca luce lunare le permetteva appena di vedere la spalliera del letto. Valda si era diretto a nord di Amador il giorno prima, con Asunawa e mille Manti Bianchi, per affrontare il Profeta; ma se era tornato indietro, se lui...

La sagoma che vide nell’oscurità era quella di una donna, troppo bassa per essere Lini. «Ho immaginato che fossi ancora sveglia» disse sottovoce Breane. «Bevi questo, ti aiuterà.» La Cairhienese cercò di metterle in mano una tazza d’argento. Emanava un odore leggermente acre.

«Aspetta che sia io a chiamarti per portarmi qualcosa da bere» rispose nervosa Morgase, spingendo via la tazza. Del liquido caldo le cadde sulla mano e sul lenzuolo. «Mi ero quasi addormentata, prima che entrassi tu» mentì. «Vai via!»

Invece di obbedire, la donna rimase a guardarla, con il volto in ombra. A Morgase proprio non piaceva Breane Taborwin. Che fosse davvero di nobili natali e avesse poi perso tutti i suoi diritti come sosteneva, o fosse semplicemente una cameriera che aveva imparato a fingere bene, obbediva solo se e quando lo decideva lei e diceva tutto quello che le pareva. Come in quel momento.

«Ti lamenti come una pecora, Morgase Trakand.» Anche sommessa, la sua voce era colma di rabbia. Posò la tazza sul comodino facendola sbattere; altro liquido schizzò sul ripiano. «Bah! Molte altre donne hanno sofferto di peggio. Tu sei viva. Non hai ossa spezzate e sei ancora lucida. Resisti, lascia che il passato sia passato e procedi con la tua vita. Sei talmente nervosa che gli uomini camminano in punta di piedi, anche mastro Gill. Lamgwin non ha dormito quasi per niente in queste ultime tre notti.»

Morgase arrossì, furiosa. Neanche ad Andor le cameriere parlavano in quel modo. Afferrò la donna per un braccio, ma l’ansia combatteva con lo scontento. «Loro non lo sanno, vero?» Se l’avessero scoperto avrebbero cercato di vendicarla, di salvarla. Sarebbero morti. Tallanvor sarebbe morto.

«Io e Lini abbiamo steso dei veli davanti ai loro occhi» la derise Breane, liberandosi dalla presa e agitando una mano verso di lei. «Se potessi salvare Lamgwin, lascerei che scoprissero quale razza di pecora lamentosa sei, ma in te lui vede la Luce incarnata. Io invece vedo una donna che non ha il coraggio di accettare quello che riceve. Non lascerò che tu lo distrugga con la tua codardia.»

Codardia. Morgase era oltraggiata, ma non disse una parola. Strinse il lenzuolo fra le mani. Non credeva che avrebbe potuto decidere a sangue freddo di giacere con Valda, ma se l’avesse fatto, avrebbe potuto convivere con quel rimorso. Sì, ci sarebbe riuscita. Ma assai diverso sarebbe stato accettare solo per paura di affrontare di nuovo le corde con i nodi e gli aghi di Asunawa. Per quanto lei avesse gridato sotto le attenzioni di Asunawa, era stato Valda a dimostrarle i veri limiti del suo coraggio, così lontani da dove lei si era illusa che fossero. Il tocco di Valda, il suo letto, avrebbe potuto dimenticarli con il tempo, ma non sarebbe mai stata in grado di lavare via la vergogna di quel sì uscito dalle sue labbra. Breane le aveva sbattuto in faccia la verità, e lei non sapeva come rispondere.

Quella pena le fu risparmiata da un rumore di passi proveniente dalla stanza esterna. La porta della camera da letto si spalancò e un uomo che correva si fermò dopo aver fatto un passo nella stanza.

«Bene, sei sveglia» disse la voce di Tallanvor dopo un momento. E così il cuore di Morgase poté riprendere a battere e i suoi polmoni tornare a respirare. Cercò di lasciare la mano di Breane — non ricordava nemmeno di averla afferrata — ma, con sua sorpresa, la donna la strinse forte prima di lasciarla.

«Sta succedendo qualcosa» proseguì Tallanvor, dirigendosi verso l’unica finestra. Rimase di lato per non essere visto e scrutò nella notte. La luce della luna delineava la sua figura alta. «Mastro Gill, vieni e dimmi quello che vedi.»

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