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La corona di spade

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La corona di spade
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Iniziò a mettersi in ginocchio e qualcosa la colpì fra le scapole, spingendola di nuovo faccia a terra sulla sporgenza di pietra e facendole uscire tutta l’aria dai polmoni. Stordita, si affannò nel tentativo di respirare, quindi si guardò alle spalle. Il Myrddraal teneva un piede fermamente piantato nella sua schiena. Moghedien fu sul punto di abbracciare saidar, ma incanalare senza permesso in quel luogo era un ottimo modo per morire. L’arroganza mostrata nel tunnel era un conto, ma questo!

«Sai chi sono?» chiese al Myrddraal. «Io sono Moghedien!» Quello sguardo senza occhi la osservava come se fosse un insetto; aveva visto spesso i Myrddraal guardare gli umani a quel modo.

MOGHEDIEN. La voce nella sua testa azzerò tutti i pensieri sul Myrddraal. Azzerò quasi ogni pensiero. Davanti a tutto ciò, qualsiasi abbraccio di amante era una goccia d’acqua paragonata all’oceano. QUANTO È GRANDE IL TUO FALLIMENTO, MOGHEDIEN? I PRESCELTI SONO SEMPRE I PIÙ FORTI, MA TU TI SEI LASCIATA CATTURARE. HAI INSEGNATO NUOVE COSE ALLE MIE NEMICHE, MOGHEDIEN.

Battendo le palpebre, Moghedien si sforzò di trovare qualcosa da dire. «Sommo Signore, ho insegnato loro solo delle sciocchezze, e le ho combattute come ho potuto. Ho mostrato a quelle donne un possibile modo per scoprire un uomo che incanala.» Moghedien riuscì a ridere. «Esercitandosi per impararlo hanno avuto delle emicranie tali che non potevano incanalare per ore.» Silenzio. Forse era un bene. Quelle stolte avevano rinunciato ad apprendere quel trucco molto tempo prima che lei venisse liberata, ma il Sommo Signore non aveva bisogno di saperlo. «Sommo Signore, sai come ti ho servito. Io servo nell’ombra, e i tuoi nemici non sentono mai il mio morso se non quando il veleno è già entrato in azione.» Moghedien non osava dire di essersi lasciata catturare di proposito, ma almeno poteva suggerirlo. «Sommo Signore, sai quanti dei tuoi nemici ho abbattuto durante la Guerra del Potere. E l’ho fatto rimanendo invisibile nell’ombra. E se anche mi vedevano, mi ignoravano poiché non credevano potessi rappresentare una minaccia.» Silenzio. Poi...

I PRESCELTI SONO SEMPRE I PIÙ FORTI. LA MIA MANO SI MUOVE.

La voce che le rimbombava nel cranio le ridusse le ossa in miele fuso e il cervello in fiamme. Il Myrddraal le stringeva il mento con una mano, costringendola a tenere la testa in su prima che la vista le si schiarisse abbastanza da poter vedere il pugnale che aveva nell’altra mano. Tutti i suoi sogni sarebbero finiti lì con la gola tagliata, e il suo corpo sarebbe diventato cibo per i Trolloc. Forse Shaidar Haran avrebbe riservato a sé stesso il pezzo migliore. Forse...

No. Sapeva che sarebbe morta, ma quel Myrddraal non avrebbe mangiato un solo pezzo del suo corpo! Si preparò ad abbracciare saidar e sgranò gli occhi. Non c’era nulla. Nulla! Era come se fosse stata tagliata dalla Fonte! Sapeva che non era vero — si diceva che la lacerazione era il dolore più profondo che si potesse sperimentare, impossibile da attenuare — ma...

In quei momenti di stupore, il Myrddraal la costrinse ad aprire la bocca, le passò la lama sulla lingua e poi le punse un orecchio. Quando la creatura si rialzò con il suo sangue e la sua saliva sulla lama, Moghedien aveva capito, anche prima che si materializzasse quella che sembrava una fragile gabbia con le sbarre d’oro e cristallo. Alcune cose potevano essere fatte solo in quel luogo, e in certi casi solo a chi era in grado di incanalare; lei stessa aveva portato lì uomini e donne a quello scopo.

«No» mormorò. Non riusciva a distogliere gli occhi dal cour’souvra. «No. Non io! NON IO!»

Ignorandola, Shaidar Haran passò i fluidi dal pugnale nel cour’souvra. Il cristallo divenne rosa pallido. Il primo passo. Con uno scatto del polso, il Myrddraal lanciò la trappola mentale sopra il lago di pietra fusa. La gabbia di cristallo e oro disegnò un arco in aria e si bloccò all’improvviso, galleggiando in sospensione proprio nel punto in cui sembrava ci fosse il Foro, il punto in cui il Disegno era più sottile che altrove.

Moghedien dimenticò il Myrddraal e allungò una mano verso il Foro. «Pietà, Sommo Signore!» Sapeva che il Sommo Signore delle Tenebre non possedeva alcuna pietà, ma se fosse stata legata in una cella con dei lupi rabbiosi o con un darath nel periodo della muta, avrebbe implorato lo stesso. In alcuni momenti si implorava pietà anche quando si sapeva che era impossibile riceverne. Il cour’souvra era sospeso a mezz’aria e volteggiava lentamente, brillando alla luce delle fiamme del lago. «Ti ho servito con tutto il cuore, Sommo Signore. Ti imploro pietà. Ti imploro! PIETA!»

POTRAI ANCORA SERVIRMI.

La voce la gettò in un’estasi incontrollabile, ma nello stesso istante la trappola mentale avvampò come il sole e nel pieno della beatitudine Moghedien conobbe il dolore che avrebbe provato immergendosi in quel lago incandescente. Gridò in preda alle convulsioni contorcendosi in un’agonia infinita, un dolore folle che superava tutte le Epoche. Poi non rimase nulla se non il ricordo della sofferenza, e la modesta pietà dell’oscurità la sopraffece.

Moghedien si agitò sul pagliericcio. Non di nuovo. Ti prego.

Riconobbe a malapena la donna che era entrata nella tenda dov’era tenuta prigioniera.

Ti prego, gridò Moghedien nei recessi della sua mente. La donna incanalò per fare luce e Moghedien vide solo quel bagliore.

Immersa in un sonno profondo, tremò dalla testa ai piedi. Ti prego!

La donna si presentò come Aran’gar e chiamò Moghedien per nome, le disse di presentarsi al Pozzo del Destino e...

«Svegliati, donna» ordinò una voce che ricordava lo sgretolarsi di ossa decomposte, e gli occhi di Moghedien si spalancarono. Avrebbe quasi preferito continuare a sognare.

Non c’erano porte né finestre a interrompere il profilo delle pareti di pietra della sua piccola prigione, e non c’erano nemmeno globi luminosi o lampade, ma da qualche parte proveniva una luce. Non ricordava da quanti giorni si trovava in quel posto, sapeva solo che a intervalli irregolari appariva del cibo insapore, che l’unico secchio che usava per i suoi bisogni veniva svuotato con sempre minore regolarità e che di tanto in tanto le venivano lasciati un po’ di sapone e un secchio d’acqua per lavarsi. Non era certa che fosse un atto di pietà; la gioia di vedere l’acqua le ricordava quanto fosse scesa in basso. Shaidar Haran adesso era nella cella con lei.

Moghedien si alzò velocemente dal pagliericcio, si inginocchiò e appoggiò la fronte sul pavimento di pietra. Aveva sempre fatto ciò che era necessario per sopravvivere, e il Myrddraal era stato fin troppo contento di insegnarle ciò che voleva da lei. «Ti riverisco ardentemente, Mia’cova.» Quel titolo le bruciò sulla lingua. Significava ‘colui che mi possiede’ o semplicemente ‘mio padrone’. Non percepiva lo strano schermo che Shaidar Haran usava su di lei — i Myrddraal non ne erano capaci, ma questo l’aveva fatto —, eppure Moghedien non pensò neppure di incanalare. Il Vero Potere le era ovviamente negato, poteva essere usato solo con la benedizione del Sommo Signore, ma la Fonte la tormentava, anche se il bagliore sembrava in qualche modo strano. Eppure lei non prese neppure in considerazione l’idea di attingervi. Ogni volta che il Myrddraal andava da lei, le mostrava la trappola mentale. Incanalare troppo vicino al proprio cour’souvra era estremamente doloroso, e più si era vicini più forte era il dolore. A quella distanza, non pensava che sarebbe sopravvissuta a un semplice tocco della Fonte, e quello era il minore dei pericoli della trappola mentale.

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